Alcedo atthis

Famiglia : Alcedinidae

 

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Testo © Dr. Gianfranco Colombo

   

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L’Alcedo atthis vive nell’Eurasia e il Nord Africa. Migratore notturno e solitario, può percorrere anche 3000 km per fuggire l’inverno, che potrebbe ghiacciare le acque in cui pesca © Colombo

Narra la leggenda che Noè al termine del Diluvio universale, involò dall’Arca diversi uccelli affinché verificassero lo stato della terra. Come è noto inviò un corvo poi una colomba ma poco si parla di un altro uccello molto conosciuto, il martin pescatore.

Questo uccellino era una volta di colore bigio ma era dotato di coraggio e forza per cui liberato si librò nell’aria salendo sempre più in alto alla ricerca del cielo e del sole che erano stati oscurati per molto tempo. Fu così che salito troppo in alto si tinse il groppone del colore azzurro brillante del cielo ed il petto, bruciato dalla vicinanza del sole, di un magnifico color mattone. Molte sono le leggende e le tradizioni legate ad uno dei più colorati e simpatici uccelli del nostro mondo alato.

Il Martin pescatore o Alcione ( Alcedo atthis, Linnaeus, 1758 ) appartiene all’ordine dei Coraciiformes ed alla famiglia degli Alcedinidae, unico rappresentante nell’avifauna europea, un raggruppamento che include uccelli presenti in tutto il mondo dai colori molto vivaci e particolarmente accentuati.

La principale leggenda che accompagna da sempre questo piccolo uccello è quella che portò poi all’origine del suo nome scientifico.

Nella mitologia greca si narra di una donna di nome Alcione figlia di Eolo, il re dei venti e del suo uomo Ceice che partito per un viaggio in mare affogò durante un naufragio. Moglie fedele, ogni giorno si recava sulla spiaggia dove l’aveva lasciato sperando di vederlo tornare ma le onde riportarono a riva solo le sue spoglie. Disperata si buttò anch’essa nelle acque annegando ma gli Dei, commossi dal suo atto, trasformarono il suo corpo e quello del marito in due uccelli pescatori. Infatti Halcyon o Alcedo e Ceyx sono ora il nome dato ad alcuni generi a cui sono assegnati questi uccelli.

Continuando poi nella leggenda sembra che questi volatili nidificassero molto vicini al mare ed il loro nido venisse continuamente distrutto dalle onde, per cui gli Dei intervennero di nuovo placando i marosi per sette giorni prima e sette dopo il solstizio d’inverno, in modo che potessero riprodursi. Questi giorni sono detti i giorni alcionii e rappresentano idealmente un periodo felice. Per analogia tutti i giorni in cui brilla il sole ed il cielo è sereno, vengono tuttora chiamati giorni alcionii o alcionei. A questo uccello sono legate anche tradizioni più popolari. Si diceva che tenere in tasca un corpo rinsecchito di un martin pescatore preservasse dai fulmini mentre se tenuto in un ambiente chiuso, tenesse lontani tarme ed insetti. Infine un ultimo riferimento dedicato all’araldica nobiliare. Il martin pescatore nello stemma gentilizio, identifica il quarto figlio di una casata, con un chiaro riferimento alla ridottissima lunghezza delle sue zampette. Si diceva infatti che il quarto figlio non avesse gambe tanto lunghe per percorrere i passi necessari per raggiungere i diritti ereditari del primogenito.

Il martin pescatore è chiaramente legato all’ambiente acquatico e solo raramente durante i suoi brevi erratismi stagionali, si allontana da questi luoghi. Lo si vede passare rapidamente a pelo d’acqua preannunciato da un trillo ultratonale inconfondibile ma più che per il suono è riconoscibile per lo stupendo azzurro delle sue ali.

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Femmina col ghiozzo appena pescato da portare al nido. Quando la preda è tenuta per la coda, significa infatti che è destinata ad un altro. Non c’è in pratica dimorfismo sessuale, a parte la mandibola inferiore del becco che è arancione nelle femmine e nera nei maschi © Gianfranco Colombo

Una freccia brillante che in un lampo ti attraversa il campo visivo. Sarà pur saettante ma il turchese acceso della copertura caudale e il petto arancione non può sfuggire a nessuno sguardo.

Come per Alcedo, il nome scientifico atthis deriva a sua volta dalla mitologia greca ed identifica appunto Atthis, una bellissima donna dell’Isola di Lesbo, favorita dalla poetessa Saffo.

Sempre nella mitologia greca vi era anche un altro personaggio di nome Atthis ed era un bellissimo giovane indiano, figlio di Limnaee, ninfa del Gange.

In Europa il martin pescatore viene chiamato Common Kingfisher – in inglese, Eisvogel – in tedesco, Martin-pêcheur d’Europe – in francese, Martín pescador común o Alción – in spagnolo e Guarda rios comum o Pica-peixe – in portoghese.

Il perché del nome Martino sia cosi diffuso nelle lingue europee, sembra sia originato da un antica tradizione francese che indicava questo uccello come un amico di San Martino, per cui è rimasto legato a questo nome.

In vecchio gergo italiano questo volatile era chiamato anche uccello di Santa Maria, con chiaro riferimento all’azzurro che imita il colore della tunica nella quale viene di solito rappresentata la Madonna nell’iconografia ecclesiastica.

Zoogeografia

Il martin pescatore ha un’areale di diffusione alquanto vasto che copre quasi interamente l’Europa e l’Asia. Vive anche nel nord Africa sulle coste mediterranee e lungo l’asse fluviale del Nilo mentre manca nella penisola scandinava, in Islanda e nelle regioni più fredde della Russia. In Asia è presente nel Medio Oriente, nel golfo Persico e nella fascia temperata fino al Giappone.

Anche il subcontinente indiano e l’area malese ed indonesiana sono suoi forti capisaldi. Il martin pescatore è spesso stanziale nelle aree miti e non soggette a forti geli mentre è un forte migratore per quelli del centro Asia e dell’Europa continentale.

Queste popolazioni possono percorrere anche 3.000 km per raggiungere gli areali di svernamento che possono essere il nord Africa per quelle Europee e l’Asia tropicale per quelle asiatiche, zone dove si assiste ad una sovrapposizione delle diverse popolazioni. E’ un migratore notturno e solitario. Sono state identificate 7 sottospecie legate principalmente al colore della livrea, alle dimensioni ed agli areali abitati.

Ecologia-Habitat

La scelta dell’habitat ideale è per il martin pescatore, una questione di sopravvivenza in quanto difficilmente si adegua ad ambienti diversi: sceglie luoghi con acqua corrente, limpida, ricca di pesci ed insetti e con argini ripidi e argillosi e ben coperti da vegetazione.

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Questa volta è toccato ad una giovane trota, ma fra le prede vi sono anche anfibi e larve acquatiche d’insetti © Gianfranco Colombo

Il motivo è semplice, l’acqua stagnante, anche se è un ambiente frequentato, deve essere abbandonata ai primi freddi, quando la superficie inizia a ghiacciare mentre quella corrente gli dà la possibilità di protrarsi più a lungo nella stagione invernale.

Non è raro infatti vedere martini anche in periodi con temperature molto ridotte, basta poter disporre di superfici non ghiacciate.

Limpida e trasparente perché la sua caccia è basata sulla possibilità di vedere sotto la superficie i pescetti e gli insetti di cui si nutre.

La ricchezza di prede è molto importante sia per la loro sopravvivenza sia per sostenere la numerosa prole che ogni anno produce.

Infine gli argini ripidi con sponde in terra e fango rinsecchito, luoghi adatti per la sua particolare nidificazione.

Lo si trova quindi lungo i fiumi, laghi e laghetti, fontanili e paludi con acqua risorgiva. Si adatta però anche a mangrovieti e canneti ma anche ai bacini artificiali, alle cave e in certe stagioni, anche nei porticcioli lacustri. L’alcione si nutre principalmente di piccoli pesci, scelti nelle dimensioni secondo le necessità. Piuttosto grossi per alimentarsi o per donare al partner ma piccolissimi e sempre più grandi quando necessari per imbeccare i piccoli nel nido. Cattura anche ranocchi, tritoni e larve di insetti, in particolare quelle delle libellule di cui è molto ghiotto.

Le modalità di caccia sono estremamente raffinate e praticate con la massima precisione tale da garantirgli quasi l’infallibilità ad ogni colpo. Abitualmente si posiziona su rametti che sporgono sulla superficie dell’acqua ed attende che la preda transiti nel suo raggio d’azione. A volte fa anche lo Spirito Santo, restando in sospeso a mezz’aria per pochi istanti, fintanto che verifica la presenza di possibili prede. Calcola la profondità, le dimensioni della vittima, la deviazione dell’immagine dovuta alla rifrazione dell’acqua e con una picchiata mozzafiato a tutta velocità, eccolo tuffarsi violentemente in acqua ed addentare la preda.

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La giornata dell’Alcedo atthis è dedicata quasi totalmente alla pesca, perché questi uccelletti di 30 g, lunghi appena 17 cm becco incluso, hanno bisogno, figli a parte, di una quantità giornaliera di cibo pari a circa il 60% del loro peso © Gianfranco Colombo

Si tuffa generalmente da pochi metri d’altezza ma spesso l’acqua nella quale si getta ha profondità così ridotta da pensare ad uno sfracello del povero uccelletto. Se si calcola l’impatto a non meno di 30 kmh non si riesce a comprendere come possa ammortizzare il colpo in meno di 10 cm di acqua. Eppure lo splash è violento ma il martino ne esce sempre vivo con la preda nel becco.

Ritornato al punto di partenza, iniziano le operazioni di uccisione della vittima, con sbattimenti violenti dell’animale tenuto saldamente nel becco, contro il ramo di sostegno. Questa operazione, specialmente con grossi pesci, può comportare anche una discreta squamatura della preda oppure alla rottura del carapace se si tratta di piccoli crostacei.

Generalmente quando in fase di imbeccata, preferisce portare al nido piccoli avannotti o morbide larve di insetto, passando poi durante la crescita dei piccoli, a prede più grosse ed importanti.

Vedendo un martin pescatore con il pesce nel becco si riesce facilmente a comprendere la destinazione del pasto. Se tenuto per la testa significa che la preda verrà consumata dallo stesso cacciatore, se per la coda servirà invece per l’imbeccata dei piccoli oppure per farne dono alla femmina, nel periodo di corteggiamento.

Il martin pescatore è un uccello solitario e silenzioso e fortemente territoriale, specialmente durante la nidificazione, contrastando ogni invasore. Lo diviene anche dopo, cacciando dal proprio territorio anche il partner padre o madre dei propri figli e la progenie stessa. L’attività diurna del martino pescatore è dedicata quasi totalmente alla cattura di prede, in quanto il suo organismo richiede una quantità giornaliera di cibo pari a circa il 60% del suo peso. Ancor più i piccoli che in fase di crescita, riescono ad ingurgitare giornalmente una quantità pari al loro stesso peso corporeo. Adulti e piccoli rigurgitano regolarmente delle borre che contengono parti non digeribili ed esoscheletri delle prede.

Morfofisiologia

Il martin pescatore è un uccelletto lungo pochi cm, al massimo 17, dei quali circa 5 o 6 del solo becco, ha un’apertura alare di 25 cm ed un peso di circa 30 g. Ha una forma tozza e raccolta, come se non avesse il collo, visto che la testa piuttosto grossa per le sue dimensioni generali, risulta ben incassata nel tronco. Non ha una coda evidente e sproporzionatamente alle sue dimensioni, un immenso becco. Due occhi grandi e tondi piuttosto prominenti e nerissimi.

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Le coppie si formano in primavera e non è raro trovare un maschio che offre come dono alla sposa un pescetto appena pescato. I nidi sono tane profonde anche 90 cm, scavate accanto all’acqua © Gianfranco Colombo

Il colore delle parti superiori del corpo sono di un azzurro turchese splendente, con leggera macchiettatura nerastra che sul capo forma come piccole onde di un blu più scuro. Il sopraccoda è di un turchese ancora più vivace, simile appunto al colore usato per rappresentare la Madonna nei dipinti sacri.

Ha guance e gola bianche mentre tutto il petto risulta di un magnifico ocra aranciato. Le zampe di color arancio acceso, sono cortissime e pressoché invisibili quando in volo.

Un vero gioiello.

I sessi sono perfettamente simili, con unica distinzione la mandibola inferiore del becco che nella femmina è di colore arancione mentre è nera nel maschio.

I piccoli hanno colori più spenti e marezzati ma adotteranno la livrea da adulti prima del compimento del primo anno.

Etologia-Biologia Riproduttiva

Nei primi mesi di primavera gli specchi d’acqua risuonano del sibilo di questi uccelli che rincorrendosi forsennatamente a filo d’acqua, cercano di conquistare femmina e territorio di nidificazione.

Essendo alquanto territoriali le lotte sono aspre e continue e portano alla creazione di aree di nidificazione che distano tra loro anche un km di distanza.

In queste fasi si vede spesso il maschio offrire alla femmina un pescetto appena pescato come atto di consolidamento della coppia. Accettato il dono il gioco è fatto.

Il nido è un profondo buco scavato all’interno dell’argine per un profondità che raggiunge mediamente i 90 cm, al termine del quale viene formata una cavità tonda nella quale verranno deposte le uova.

Il tunnel è scavato leggermente in salita in modo che accidentali infiltrazioni di acqua del terreno, possano defluire all’esterno.

Il tunnel è scavato da entrambi i partner ma principalmente dal maschio, con la femmina che perfeziona il lavoro finale.

Interessante notare il comportamento tenuto dagli uccelli durante questo periodo. Non appena terminato un turno di scavo, il martin pescatore all’uscita dalla tana, si tuffa immediatamente in acqua per pulirsi dal fango. Stesso iter viene applicato ogni qualvolta uno dei partner esce dal cunicolo durante l’imbeccata ai piccoli.

In effetti questo uccello è estremamente pulito ed attento alla sua magnifica livrea.

Vengono effettuate due covate annue e molto raramente si può verificare una terza se la stagione risulta molto proficua ed abbondante.

Vengono deposte abitualmente da 5-10 uova e parte della covata viene abbandonata nel nido per impossibilità materiale a coprire tutta la nidiata durante la cova. Le uova sono bianchissime e lucide, di forma piuttosto rotondeggiante. Le coppie sono stabili solo per l’anno di nidificazione mentre cambiano immancabilmente di anno in anno. La cova è effettuata da entrambi i genitori e dura circa 22 giorni ed i piccoli impiegheranno altre 4 settimane prima di lasciare il nido e rendersi autonomi. Spesso viene usato lo stesso nido per le covate dell’anno ma eccezionalmente anche per anni successivi.

L’alcione non è un uccello delicato ma forte e con una struttura corporea molto resistente. Può restare un paio di giorni senza alimentarsi ma deve avere la prontezza di lasciare i luoghi frequentati prima che la superficie delle acque possa improvvisamente ghiacciare rendendogli impossibile il procacciamento del cibo. La scelta di spostarsi deve quindi essere presa prima che l’uccelletto si indebolisca tanto da essere impossibilitato ad intraprendere lunghi trasferimenti. Questa infatti, risulta essere la causa principale della morte dei giovani ancora inesperti. E’ piuttosto longevo e può arrivare ai 20 anni anche se in natura la vita media non raggiunge i 10.

Sinonimi

Gracula atthis – Linnaeus, 1758.

 

Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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