Amata phegea

Famiglia : Arctidae

 

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Testo © Dr. Gianfranco Colombo

   

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L’Amata phegea è un esempio di mimetismo Mulleriano. Già poco appetibile, pur appartenendo ad un’altra famiglia di lepidotteri, ha preso le sembianze della Zygaena ephialtes, ricca in tossine, per aumentare l’effetto dissuasivo © Gianfranco Colombo

La Fegea ( Amata phegea – Linnaeus 1758 ), detta anche in molte regioni italiane Pretino e nel sud Italia ‘U carabinieri, è una falena dal volo prettamente diurno.

Tradizionalmente collocata nella famiglia degli Arctiidae negli ultimi anni con l’avvento degli studi sul DNA, la grande famiglia dei Nottuidi è stata ripartita in altre e più numerose famiglie tra le quali quella degli Erebidae.

Le specie che una volta erano collocate negli Arctiidae e Lymantridae sono ora incluse in questa nuova famiglia allargata che diventerà in assoluto, a conclusione delle operazioni di ordinamento che vede già più di 25.000 specie assegnate, la più numerosa nel mondo dei lepidotteri.

Va inoltre chiarito che questa falena viene spesso classificata nel genere Syntomis, una denominazione abitualmente usata come sinonimo del genere Amata.

Noi abbiamo voluto seguire la vecchia classificazione fintanto che non si arriverà ad una definizione complessiva di questo aspetto, pur tenendo in debito conto quelle che sono le nuove sistematiche di assegnazione di queste specie. La Amata phegea è quindi un Lepidottero eterocero della grande famiglia degli Arctiidae.

Nella stagione estiva, in special modo nelle valli temperate, la si vede volare in grandissimi numeri e su vastissime aree in quanto è una farfalla con pochissimi nemici e che ha saputo sfruttare nella sua evoluzione la sua tossicità, accomunandosi per somiglianza alla Zygaena ephialtes anch’essa inappetibile. Una dimostrazione evidente del mimetismo Mulleriano. Due specie anche molto lontane geneticamente, entrambe tossiche o inappetibili, si imitano a vicenda condividendo la stessa colorazione aposematica, inviando un unico e più forte messaggio ai potenziali aggressori. L’ Amata phegea un Arctidae e la Zygaena ephialtes uno Zygenidae sono una delle più evidenti espressioni di questo mimetismo.

Indistinguibili a prima vista sul campo, solo dopo un’accurata ispezione si possono distinguere le due specie. Caratteristiche particolari della fegea che la differiscono dalla Zygaena ephialtes, sono le antenne molto sottili ed allungate con apice bianco, due cingoli gialli, uno addominale e l’altro toracico e la mancanza assoluta di colore sulle ali anteriori.

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Di solito il torace e l’addome recano due caratteristici anelli gialli. Qui un esemplare aberrante col torace rosso © Gianfranco Colombo

L’etimologia del nome scientifico è ben definita. Il nome generico Amata viene dal lat. “amatus” = amato, benvoluto, mentre quello specifico phegea da Phegea, figlia di Fegeo re di Psofo nell’Arcadia. Per quanto attiene Syntomis, il genere in cui spesso questa farfalla viene collocata, deriva dal greco “suntomus” = accorciato, ritagliato, con riferimento alle dimensioni alquanto ridotte delle ali posteriori. In Europa viene volgarmente chiamata Weißfleck Widderchen – in Tedesco, Sphinx du pissenlit – in Francese, Phegeavlinder – in Olandese e Nine-spotted Moth – in Inglese.

Zoogeografia

La fegea è assai diffusa nell’area paleartica con maggiore presenza nella parte meridionale del suo areale. E’ quasi assente nelle regioni più a nord dove permangono tuttavia grandi colonie. E’ presente nel centro nord europeo e verso est, attraverso la penisola Balcanica, raggiunge l’Anatolia fino al Caucaso.

Ecologia-Habitat

Ama i climi caldi e secchi ma si rinviene ugualmente e spessissimo in boschi umidi e freschi. Vola nelle ore più calde della giornata ma nel periodo di massima diffusione la si può rinvenire attiva anche con una leggera pioggia e con gradienti di umidità relativa molto accentuati.

E’ tipica dei nostri prati, d’abitudine nelle aree aperte e circondati da boschi di latifoglia e ricchi di infiorescenze dove spesso si radunano in gran numero. È specie invadente nel periodo centrale di sfarfallamento con presenze numerosissime. Preferisce basse quote altitudinali ma la si può riscontrare con facilità sui versanti montagnosi esposti al sole, fino ai 2000 m. Ha un volo librato ma lento e non ama percorrere lunghi tragitti. Vola abitualmente e continuamente di fiore in fiore rimanendo spesso posata per lungo tempo a succhiarne il nettare.

Morfofisiologia

La fegea ha una apertura alare di circa 4 cm ed una colorazione alquanto uniforme. Ha ali strette ed allungate tipiche dei zigenidi a cui assomigliano morfologicamente e con ali anteriori molto più sviluppate delle posteriori che risultano proporzionalmente essere circa la metà.

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Vola da maggio a settembre e si riproduce una sola volta all’anno. © Gianfranco Colombo

Il colore di base è il nero su entrambe le ali con lievi riflessi metallici bluastri in special modo per gli esemplari freschi, punteggiate da pois bianchi nitidi e ben visibili. Dopo pochi giorni il colore nero perde compattezza ed il riflesso bluastro sparisce lasciando spazio ad un cupo marrone grigiastro. Ha il torace e l’addome neri attraversati entrambi da cingoli gialli ben visibili. L’addome è robusto e piuttosto allungato e viene spesso appoggiato e trascinato sul fiore mentre si alimenta. Da posata mantiene le ali completamente aperte. Le antenne collocate su un capo ben robusto, sono filiformi e molto allungate ed hanno l’ultimo terzo della lunghezza di colore bianco.

Come i somiglianti zigenidi, quando stretta fra le dita emana un odore piacevole e penetrante di muschio.

Sono state classificate alcune sottospecie proprio in funzione della presenza e della grossezza della punteggiatura sulle ali: la iphimedia completamente nera senza alcun punto bianco su entrambe le ali e la kruegeri con punteggiatura più accentuata e grande.

Biologia riproduttiva

La fegea è specie monovoltina ( si riproduce una sola volta all’anno). Vola da maggio a tutto settembre per poi dare origine nella tarda estate ad una nuova generazione di bruchi che trascorreranno l’inverno. Depone le uova su substrati vicini alla piante nutrici, di solito annuali, per cui l’inverno lo passa in prossimità del luogo dove poi ricresceranno le piante ospiti.

Il bruco ha il corpo totalmente ricoperto da una peluria lanuginosa di colore marrone scuro, segnato da fasce trasversali di colore leggermente più chiaro che lo fanno sembrare inanellato. E’ facilmente visibile nel mese di maggio e giugno quando, raggiunta la maturazione, lo si trova spesso mentre attraversa, a velocità alquanto sostenuta, viottoli di campagna e strade asfaltate alla ricerca del luogo dove impuparsi. A maturazione raggiunta i bruchi sono lunghi circa 4 cm. La crisalide viene fissata al suolo ed è formata da detriti vegetali.

Lo farfallamento avviene dopo circa tre settimane. Le piante ospiti appartengono al genere Plantago, Rumex, Taraxacum, Galium e raramente anche Rubus.

Sinonimi

Sphynx phegea – Linnaeus, 1758; Syntomis phegea – Linnaeus, 1758.

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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