Arum italicum

Famiglia : Araceae

 

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Testo © Eugenio Zanotti

   

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In primavera l’Arum italicum mostra vistose spate biancastre che possono raggiungere i 30 cm. Concentrano i raggi solari e nella zona basale, che emette uno forte odore di carne putrefatta, la temperatura può raggiungere spesso anche 10 °C in più rispetto all’ambiente © Giuseppe Mazza

Il genere Arum, comprende 25 specie di piante erbacee, perenni, tuberose o rizomatose, con foglie tutte basali e inflorescenza a spata, originarie dell’Europa, Nord Africa e Asia occidentale, con il maggior numero di specie diverse concentrato lungo il perimetro del bacino del Mediterraneo.

In Europa sono oggi repertoriate 19 specie: Arum italicum (con quattro sottospecie : italicum, neglectum, canariense ed albispathum ), Arum byzantinum, Arum maculatum, Arum orientale, Arum besserianum, Arum cylindraceum, Arum concinnatum, Arum longispathum, Arum sintenisii, Arum apulum, Arum nigrum, Arum cyrenaicum, Arum purpureospathum, Arum rupicola, Arum dioscoridis, Arum idaeum, Arum creticum, Arum pictum, Arum lucanum e Arum megobrebi della Georgia, marginalmente considerabile europeo.

L’origine del nome di questo genere è controversa: per alcuni Autori deriverebbe dal greco “Aron” (ed anche secondo altre etimologie si rifà all’ebraico “Ar”); entrambi i termini significano “calore”, riferito alle caratteristiche di queste piante di produrre e mantenere il calore nella “camera” costituita dalla base della spata nel periodo della fioritura.

Per altri deriverebbe dal Pontefice Arone, per altri ancora dal termine “Aron”, nome usato dagli antichi Egizi per la Colocasia antiquorum, nota come Aro d’Egitto, Fava d’Egitto o Taro (di origine SE-Asiatica), anticamente coltivata per i tuberi e le foglie (cotti) commestibili. Il nome specifico è chiaramente riferito all’Italia.

Il nome volgare gigaro, secondo il greco Dioscoride, deriva dall’Etrusco.

Arum italicum Mill. (1768), è una specie a distribuzione naturale Steno-Mediterranea, ma oggi è presente anche nel Sud e nell’Ovest europeo fino ad alcune località dell’Inghilterra.

E’ noto anche come Pan di serpe, Gìchero, Erba biscia, Giàro, ecc.; è una pianta erbacea perenne alta da 30 a 70 (< 100) cm, con tubero ovoide di 3-5 cm, orizzontale, con 4-7 foglie, tutte basali, spiralate, che si sviluppano nella stagione autunnale e persistono in inverno fino alla primavera successiva.

Hanno un picciolo di 20-30 cm che sostiene una lamina da astata ad astato-sagittata (7-22 x 10-30 cm), lucida, con un lobo apicale lanceolato e due lobi basali, solitamente divergenti, poco minori.

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Sezionando la base si scopre una vera e propria trappola per mosche e affini in cerca di un pasto al caldo. In alto solidi peli rivolti verso il basso, poi l’infiorescenza maschile ed in basso altri peli rivolti verso l’alto che bloccano l’insetto al centro. Quando maturano i fiori maschili, questi avvizziscono ed i prigionieri, coperti di polline, hanno diritto ad una cella più ampia per fecondare l’infiorescenza femminile. Solo dopo la fecondazione, i peli in alto si afflosciano e gli insetti sono di nuovo liberi di visitare altri esemplari di Arum © Giuseppe Mazza

Le foglie per lo più hanno sulla lamina superiore, soprattutto lungo le nervature, venature biancastre.

L’ infiorescenza è costituita da una spata di 5-9 x 15-30 cm, bianco-giallastra, raramente arrossata sul bordo, con tubo di 4,5-5 cm; spadice di 7-9 cm (di solito più breve di metà della spata), con appendice di forma quasi cilindrica di colore da giallastro a giallo-crema, lunga come il peduncolo o poco meno ed un asse carnoso su cui si sviluppano i fiori propriamente detti e di piccole dimensioni: i femminili alla base, i maschili più in alto di questi.

La fioritura avviene da marzo a maggio; i frutti maturano da fine luglio a settembre e sono raccolti in dense infruttescenze quasi cilindriche; sono bacche sferiche di 0,8-1,2 cm, carnose, lucide, dapprima bianco-avorio, poi verdi, arancione e infine rosso corallo.

Ogni bacca contiene da 1 a 4 semi di 2,2-6 x 2,5-5 mm di forma ovoidale, grigiastri o marrone, forniti di strofiolo.

Così come gran parte delle specie del genere Arum, anche in Arum italicum, nel periodo della fioritura l’infiorescenza emette con odore sgradevole di carne marcescente riuscendo in questo modo ad attirare mosche, mosconi e altri ditteri, coleotteri e numerosi altri insetti per garantirsi l’impolli- nazione.

L’autoimpollinazione è evitata per la maturazione anticipata dei fiori femminili.

La disseminazione avviene per opera di uccelli e piccoli mammiferi.

Gli insetti sono attirati dall’odore emesso dalla spata, dalle sostanze zuccherine prodotte dall’infiorescenza, e dalla temperatura “catabolica” più alta di diversi gradi: da 5 a 10 (14) °C di quella ambientale prodotta all’interno della spata avvolta a mo’ di camera anche grazie al riscaldamento dei raggi solari convogliati dalla forma paraboloide dimetrica della spata (sempre rivolta sud) sulla linea dell’infiorescenza.

La spata che avvolge a imbuto l’nfiorescenza, si restringe con una strozzatura all’altezza della quale vi sono, lungo l’asse fiorifero, dei fiori sterili muniti di lunghe appendici rivolte verso il basso e perciò facilmente superabili dagli insetti che entrano, i quali, dopo essersi nutriti, cercano di uscire e non riescono a farlo, quindi cercano all’interno della “camera fiorifera” altre uscite, riuscendo, con il loro via-vai, ad assicurare la fecondazione grazie al polline che trasportano dal bottino raccolto da altri esemplari.

Compiuta la fecondazione, i peli si afflosciano, la spata avvizzisce e gli insetti sono di nuovo liberi di visitare altri esemplari di Arum.

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I frutti, molto velenosi, maturano da fine luglio a settembre in dense infruttescenze quasi cilindriche con bacche sferiche di 0,8-1,2 cm, carnose, lucide, dapprima bianco-avorio, poi verdi, arancione e infine di un bel rosso corallo. Contengono anche 4 semi © Giuseppe Mazza

Il gigaro chiaro cresce nei boschi cedui, macchie, radure, siepi, margini erbosi di strade e fossi, terreni disturbati, vigne e oliveti, dal piano fino a 800 (raramente fino a 1300) metri di quota.

Arum italicum è una pianta tossica quando è fresca, con sapore acre e pungente, che contiene alcaloidi volatili di tipo coniinico (aroìne, arodìne e aronìne), triglochinine, nicotina, lignani, lecitine, flavonoidi e mucillagine; inoltre, nel frutto e nel rizoma sono presenti amido (70%), glucosio, acido ossalico, ossalato di calcio, gomme, glucosaponine, ed un glucoside che libera acido cianidrico.

Nelle foglie vi è un alto contenuto di vitamina C.

Sono state accertate proprietà diuretiche, espettoranti, antireumatiche ed antigottose, oltre che risolventi per uso esterno, ma a causa della tossicità intrinseca l’uso oggi è praticamente abbandonato.

La diffusione della pianta, spesso anche coltivata nei giardini come specie ornamentale, è frequente causa di intossicazioni nei bambini, attratti dal bel colore dei frutti e dal loro sapore inizialmente dolciastro ma subito dopo bruciante, che causano, a contatto con la pelle, irritazione e formazione di vesciche e, per ingestione, infiammazione della mucosa oro-faringea, salivazione intensa, nausea, vomito, crampi, dolori addominali, emorragie, alterazioni cardio-circolatorie fino al coma e alla morte nei casi più gravi.

Parimenti velenosa è una specie affine, anche più comune del Gigaro chiaro, detta Gigaro scuro: l’ Arum maculatum, facilmente distinguibile per la spata di colore verde-violaceo, giallo-violaceo o violaceo, spesso chiazzata di nero o marrone scuro come le foglie (da 2 a 4) dai lobi basali convergenti, e per l’appendice dello spadice purpureo di forma clavata.

In alcune località del Nord Europa in passato si utilizzavano i tuberi ed i rizomi per lavare la biancheria in sostituzione del sapone, oppure per eliminare i calli e le verruche.

In tempi di carestia gli stessi si raccoglievano, si facevano bollire lungamente e se ne ricavava una fecola commestibile.

Come spesso accadeva alle specie velenose, anche il Gigaro era considerato in passato una pianta magica: si seccavano le foglie e le infiorescenze per trarne una polvere da inserire in piccoli sacchetti-amuleto contro il malocchio.

La moltiplicazione di questa pianta si fa per divisione di tuberi in inverno in terreno non troppo umido e senza ristagni d’acqua, posti a 6-8 cm di profondità.

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Le foglie si sviluppano in autunno e durano tutto l’inverno. Hanno un picciolo di 20-30 cm ed una lamina astata o astato-sagittata, lunga anche 30 cm, con venature chiare © Eugenio Zanotti

Sinonimi: Arum foetidum Salisb. (1796); Arisarum italicum (Mill.) Raf. (1837); Arum canariense Webb & Berth. (1847); Arum albispathum Steven ex Ledeb. (1853); Arum numidicum Schott (1856); Arum ponticum Schott (1862); Arum divaricatum Dulac (1867); Arum italicum subsp. byzantinum (Blume) Nyman (1882); Arum modicense Sprenger (1894); Arum facchinii Porta ex Hruby (1912); Arum provinciale Sommier ex Hruby (1912); Arum majoricense Chodat (1924); Arum italicum subsp neglectum (F. Townsend) Primee (1961); Arum italicum subsp. albispathum (Steven) Prime (1978); Arum italicum Mill. subsp. majoricense ( L.Chodat ) O.Bolòs , Masalles & Vigo (1988); Arum italicum Mill. subsp. canariense (Webb & Berthel. ) P.C.Boyce (1993); Arum majoricense subsp. lucanum Bonafé ex Romo (1994).

 

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