Atractocarpus fitzalanii

Famiglia : Rubiaceae

Testo © Pietro Puccio

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L’Atractocarpus fitzalanii è un alberello molto ramificato di 3-8 m d’altezza del Queensland nordorientale © Giuseppe Mazza

La specie è originaria dell’Australia (Queensland nordorientale) dove vive nelle foreste umide dal livello del mare fino a circa 1500 m di altitudine.

Il nome del genere è la combinazione dei sostantivi greci “ἄτρακτος” (atractos) = fuso e “καρπός (carpόs) = frutto, con riferimento alla forma dei frutti della specie tipo; la specie è dedicata al botanico e raccoglitore irlandese Eugene Fitzherbert Albini Fitzalan (1830 - 1911) che trasferitosi in Australia diede un notevole contributo alla conoscenza della flora del Queensland.

Nomi comuni: brown gardenia, native gardenia, orange randia, papajarin, yellow mangosteen (inglese-Australia).

L’ Atractocarpus fitzalanii (F.Muell.) Puttock (1999) è un arbusto o piccolo albero sempreverde, alto 3-8 m, dalla corteccia grigiastra e liscia.

Le foglie sono opposte, semplici, da ellittiche a oblungo-obovate con apice ottuso e margine intero, lunghe 10-20 cm e larghe 3-8 cm, coriacee, di colore verde intenso lucido e nervature giallastre prominenti.

Le infiorescenze sono cime ascellari alla base dei nuovi germogli portanti fiori imbutiformi unisessuali, per aborto parziale degli organi dell’altro sesso, di colore bianco e intensamente profumati.

Fiori maschili con calice campanulato con apice tronco, corolla con tubo lungo circa 1 cm, 5 lobi oblunghi, di 1-1,5 cm di lunghezza, e antere sessili interne al tubo. Fiori femminili con calice campanulato, lungo circa 0,6 cm, con lobi appena accennati, corolla con tubo lungo circa 1,5 cm e 5 lobi oblunghi, di circa 1,5 cm di lunghezza, ovario infero e stilo lungo 1,4-1,6 cm.

I fiori si aprono all’imbrunire e sono impollinati dalle falene.

Frutti globosi od ovoidi di 3-8 cm di diametro di colore giallo a maturità, con polpa dal sapore che secondo alcuni ricorda quella del mangostano ( Garcinia x mangostana L.), contenenti numerosi semi appiattiti pressoché circolari di 6-7 mm di diametro.

Si propaga per seme, che deve essere messo a dimora nel più breve tempo possibile, preventivamente tenuto in acqua tiepida per un giorno, in terriccio per semine con aggiunta di sabbia silicea o perlite per un 30%, mantenuto umido alla temperatura di 25-28 °C, con tempi di germinazione di 1-2 mesi; si riproduce anche per talea.

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Grandi foglie, lunghe anche 20 cm, e fiori che si si aprono all’imbrunire per essere impollinati dalle falene © Giuseppe Mazza

Specie di grande valore ornamentale per il fogliame lussureggiante e i fiori intensamente profumati, coltivabile come esemplare isolato, per siepi o lungo i viali nelle regioni a clima tropicale e subtropicale umido, se ne può tentare la coltivazione in quelle temperato-calde più miti, dove temperature intorno a 0 °C sono eccezioni di breve durata. Preferisce una esposizione da luce solare filtrata a semiombreggiata e suoli ben drenati, ricchi di sostanza organica, da acidi a neutri, mantenuti costantemente umidi, anche se piante adulte possono sopportare brevi periodi di secco. Ottimo soggetto da coltivare in vaso per la decorazione di spazi aperti, dove il clima lo consente, o di verande, giardini d’inverno e interni luminosi con temperature minime invernali non inferiori a 15 °C.

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I frutti commestibili, globosi od ovoidi di 3-8 cm di diametro, si colorano di giallo a maturità. Per alcuni la polpa ricorda il sapore del mangostano © Giuseppe Mazza

Regolari innaffiature in estate, più diradate in inverno, ma senza mai fare asciugare completamente il substrato, e concimazioni mensili, in primavera-estate, con prodotti bilanciati idrosolubili, con microelementi, a metà dose di quella consigliata sulla confezione. I frutti, ritenuti da molti dal sapore non particolarmente gradevole, sono consumati freschi prevalentemente dagli aborigeni.

Sinonimi: Gardenia fitzalanii F.Muell. (1860); Randia fitzalanii (F.Muell.) F.Muell. ex Benth. (1867); Trukia fitzalanii (F.Muell.) Fosberg (1987).

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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