Atropa belladonna

Famiglia : Solanaceae

 

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Testo © Prof. Giorgio Venturini

 

 

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Tutte le parti dell’Atropa belladonna, in particolare le radici, sono molto velenose © Giuseppe Mazza

La Belladonna ( Atropa belladonna L 1754 ), detta in inglese Deadly Nightshade, Dwale, in francese Morelle Furieuse, in spagnolo Belladona ed in tedesco Tollkirsche, è un’erba perenne, alta fino a 2 m, con radici a fittone, fusto eretto, robusto, ramificato e vischioso appartenente alla famiglia delle Solanaceae.

Cresce in zone montane e submontane, radure umide nei boschi di latifoglie, soprattutto di faggi e più raramente di querce, a quote fino a 1500 m. Ampiamente distribuita in tutta l’Europa centrale e meridionale, nord Africa e Asia sud-occidentale, è stata introdotta nell’America settentrionale e viene coltivata come officinale.

Il nome del genere Atropa deriva da Atropos, una delle tre Moire della mitologia greca, personificazione del destino ineluttabile. Le Moire erano Clotho (κλωθω in greco significa filare), quella che filava il filo della vita di ognuno, Lachesis (λαχησισ in greco significa destino), quella che misurava la lunghezza del filo ossia della vita assegnata dal destino e Atropos (ατροποσ = inflessibile) che con le forbici lo tagliava, decretando la morte.

Alle tre Moire sono state dedicate tre specie velenose: Clotho è giustamente un ragno (oggi Uroctea ), Lachesis muta è un grande serpente velenoso della foresta amazzonica (il terrore dei boschi, surucucu in Brasile, shushupe in Peru).

Il nome specifico belladonna deriva dalla pratica, nota fin dalla antichità, di utilizzare un estratto acquoso della pianta come collirio per dilatare la pupilla delle signore e ottenere quindi uno sguardo seducente. Secondo un’altra ipotesi deriverebbe dal termine francese “belle femme” utilizzato nel medio evo per indicare le streghe che facevano uso di questa pianta per preparare unguenti allucinogeni.

La pianta emana un odore sgradevole. Le foglie sono opache, grandi (5-9 cm x 10-15 cm) ovali, con margine intero o leggermente lobato, acuminate all’apice, alterne e pelose. Le foglie portate dal fusto sono singole, opposte.

Sui rami le foglie sono in coppie, una più grande e l’altra più piccola entrambe alterne. I fiori, che sbocciano da giugno a settembre, sono portati da un peduncolo di 1-2 cm, il calice ha il tubo di 5-6 mm e denti 4-5 mm.

La corolla è bruno violetta, giallastra all’interno con venature scure. Androceo di 5 stami con grandi antere, ovario biloculare con un solo stilo e stigma bifido. Bacca nera a maturità, lucida, sferica di circa 15-20 mm. La pianta è impollinata da insetti.

Tossicità e proprietà farmacologiche

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Alta anche 2 m, cresce in zone montane e submontane, radure umide e al limite dei boschi, fino a 1500 m di quota © Mazza

Atropa belladonna è una delle piante più tossiche. Tutte le parti sono fortemente velenose, in particolare le radici. I frutti sono la parte meno tossica ma sono anche responsabili di molti avvelenamenti per il loro aspetto vistoso che attira soprattutto i bambini. La tossicità e le proprietà farmacologiche sono analoghe a quelle di altre Solanacee come lo Stramonio (Datura stramonium) e il Giusquiamo Hyoscyamus niger), ma la belladonna è particolarmente pericolosa a causa del contenuto estrema- mente elevato di sostanze attive.

La tossicità è dovuta essen- zialmente agli alcaloidi Atropina (DL-Iosciamina), L-Iosciamina e Scopolamina o Ioscina.

Queste sostanze inibiscono competitivamente il legame del neurotrasmettitore acetilcolina ai suoi recettori muscarinici del sistema nervoso centrale e del sistema nervoso autonomo parasimpatico ( vedi la scheda del Hyoscyamus niger ). Gli effetti provocati dalla belladonna sono: alterazioni delle capacità cognitive con amnesia e blocco dell’apprendimento, allucinazioni, inibizione delle secrezioni salivare, gastrica e intestinale, vasocostrizione, midriasi (dilatazione della pupilla), tachicardia, nausea, vomito e, a dosi elevate, allucinazioni, coma e morte. Atropa belladonna è tossica anche per molti animali domestici, cui provoca narcosi e paralisi. I conigli invece mangiano le foglie senza danni apparenti.

Anche molti uccelli si nutrono dei frutti e contribuiscono alla diffusione della pianta dispedendo i semi con gli escrementi.

Molti insetti sono immuni alla tossicità della belladonna: ad esempio Epitrix atropae coleottero crisomelide è tipicamente parassita della belladonna e anche le larve della Dorifora (Leptinotarsa decemlineata), un altro crisomelide, famoso e dannosissimo parassita della patata, possono crescere nutrendosi delle sue foglie.

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Materia prima, fin dall’antichità, di medici, avvelenatori e streghe, ha un fusto è ramificato e vischioso © Giuseppe Mazza

La belladonna è di uso terapeutico da secoli, con molte applicazioni, ad esempio come rilassante dei muscoli, anti-infiammatorio, per il trattamento del dolore soprat- tutto mestruale e per il mal di mare. Estratti di belladonna sono tuttora presenti nella farmacopea ufficiale, anche se oggi molto poco utilizzati, dal momento che ovviamente si preferisce ricorrere ai principi attivi puri, dosabili con sicurezza, anziché a preparati di potenza farmacologica meno prevedibile. Il principale alcaloide della belladonna, l’atropina oggi viene utilizzata per i trattamenti degli spasmi dello stomaco e dell’intestino, nelle coliche biliari e nei casi di eccessiva secrezione salivare (scialorrea).

La principale applicazione è quella oculistica, per indurre dilatazione della pupilla (midriasi) negli esami del fondo dell’occhio.

Si somministra anche prima dell’induzione dell’anestesia.

L’atropina viene anche utilizzata nel trattamento degli avvele- namenti da esteri organofosforici (ad esempio insetticidi) e negli avvelenamenti da funghi. Ha anche applicazione, in associazione con altri farmaci, come sedativo. Preparati a base di belladonna vengono utilizzati in omeopatia, anche se non ci possono essere prove scientifiche della loro efficacia, dal momento che la diluizione della preparazione più usata in omeopatia è quella 30C, che corrisponde a una diluizione di 1060 (per avere un paragone pensiamo a una goccia di belladonna diluita in un volume enormemente più grande di quello di tutti gli oceani; questo vuol dire che nella soluzione non è presente alcuna molecola della belladonna, ma soltanto acqua).

Atropa belladonna, come anche le altre piante farmacologicamente simili come lo Stramonio ( Datura stramonium ) e il Giusquiamo ( Hyoscyamus niger ), viene occasionalmente utilizzata a scopi voluttuari come stupefacente, grazie alle vivide allucinazioni e al delirio che può provocare. In realtà le allucinazioni provocate da queste piante spesso sono molto spiacevoli e l’uso è estremamente pericoloso a causa dell’alto rischio di superdosaggi potenzialmente letali. E’ da notare infatti che il contenuto di sostanze tossiche della pianta, comunque molto elevato, è estremamente variabile in modo imprevedibile.

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Pianta medicinale, anestetica, allucinogena, spesso mortale © Giuseppe Mazza

Nonostante i gravi pericoli esistono comunque numerosi utilizzatori, come documentato da interventi reperibili in diversi “forum” dove, in rete, gli utenti si scambiano ricette ed esperienze. Il contenuto di questi forum è veramente sconcertante: si legge di raccolta e assunzione di funghi non identificati o di miscele di piante dei più diversi tipi, senza alcuna conoscenza dei rischi cui ci si espone. Si riporta soltanto un esempio tra i tanti, tratto da uno di questi “forum”:

“Qualcuno ha mai provato a bere un decotto di foglie di belladonna? Io ho provato, dopo aver anche mangiato due foglie e ho avuto un “trip” (viaggio cioè uno stato di allucinazione) durato 72 ore!” Continua così descrivendo altre prodezze del genere. Non ci si può stupire se si verificano incidenti anche gravissimi.

Leggendo queste cose sembra di rivedere la nota storia di Barry Kidston, un giovane chimico americano che, nel tentativo di sintetizzare in laboratorio una droga oppioide (MPPP) da usare per proprio consumo, ottenne invece una molecola allora sconosciuta, oggi nota come MPTP, che si iniettò per via endovenosa, ottenendo il terribile risultato di provocarsi il morbo di Parkinson (aveva sintetizzato per caso una sostanza che danneggia selettivamente gli stessi neuroni che vengono colpiti dal Parkinson e che oggi viene usata per gli studi su questa malattia). Salvato dalla morte immediata, ma ormai con il sistema nervoso danneggiato, Kidston morirà per overdose di eroina. Riporto questo caso famoso di comportamento assurdo come esempio della pericolosità dell’uso di sostanze stupefacenti in generale e di quelle prodotte in proprio in particolare.

Storia, usi magici e avvelenamenti

La belladona ha una lunghissima storia come medicinale, cosmetico e veleno. Fin dall’antichità è stato usata come anestetico per operazioni chirurgiche. Nell’antica Grecia le Menadi, adoratrici di Dioniso, assumevano la belladonna per indurre la trance. La pianta veniva chiamata “circaeon” in riferimento alla maga Circe, incantatrice e avvelenatrice. I sacerdoti romani di Bellona, la Dea della guerra, bevevano un infuso di belladonna prima di invocare la Dea. L’esercito di Marco Antonio, durante le guerre contro i Parti ebbe un avvelenamento di massa da belladonna. Pare che i soldati, a corto di viveri, si siano cibati di piante raccolte nei boschi.

La morte dell’Imperatore Claudio è stata attribuita alla somministrazione di belladonna da parte di una famosa avvelenatrice, chiamata Locusta, che fu successivamente imprigionata e condannata a morte (68 DC) per questo delitto. Si punì l’esecutrice ma non la mandante, quasi certamente Agrippina, moglie di Claudio e madre di Nerone che salì al trono imperiale lasciato vacante da Claudio. Anche per la morte del primo imperatore, Augusto, si sospetta un intervento con la belladonna da parte della moglie Livia, ansiosa di vedere il figlio Tiberio sul trono. Evidentemente nella famiglia Giulia per la successione al trono non si faceva affidamento sulla morte naturale ma si cercava un aiuto farmacologico.

Galeno(129-201) il più famoso medico dell’antica Roma, nei suoi trattati cita gli effetti curativi della belladonna. Si dice che la belladonna abbia salvato la Scozia dell’ invasione dei Danesi nell’XI secolo. I danesi avrebbero chiesto dell’idromele come parte del bottino per concedere una tregua. Macbeth, allora generale di re Duncan di Scozia, fornì dell’idromele drogato con la belladonna. Poi li massacrò nel sonno (Macbeth in seguito assassinò re Duncan e salì al trono, facendo anche lui una brutta fine). In Shakespeare, Macbeth e Banquo dopo aver incontrato le streghe si chiedono se non sia stata un’allucinazione provocata da qualche radice, intendendo probabilmente la belladonna.

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Odore sgradevole, come si addice alla "pianta del diavolo" e fiori violacei © Giuseppe Mazza

“Or have we eaten on the insane root that takes the reason prisoner?"

“O forse abbiamo morso quella radice velenosa che prende prigioniera la ragione? Shakespeare, Macbeth atto I

La Tessaglia, nella antica Grecia era celebre come terra di streghe che, secondo la tradizione, somministravano un vino alla belladonna come potente filtro d’amore che, assunto a dosi giuste aumentava il desiderio sessuale ma in eccesso provocava una paralisi respiratoria. Veniva anche usato come collirio dalle donne per essere più desiderabili.

La belladonna nel medio evo era considerata pianta del demonio probabilmente a causa della sua tossicità ma anche per l’uso diffuso da parte di streghe, incantatori e sciamani. A causa del potere allucinogeno la pianta veniva utilizzata per indurre lo stato di trance, per la divinazione ed era uno dei componenti degli unguenti delle streghe utilizati per il “volo” (vedi la scheda del Giusquiamo). La applicazione dell’unguento era accompagnata da formule magiche come questa, riportata negli atti di un processo a una strega nell’Umbria del ‘400 “Unguento unguento, mandami alla noce di Benevento supra acqua e supra vento et supre ad omne maltempo”

Visto che la Belladonna era considerata di proprietà del demonio chi la raccoglieva rischiava di trovarsi faccia a faccia con il diavolo che va in giro a curare e a raccogliere le sue piante. Si diceva che soltanto una volta l’anno, la notte tra il 30 aprile e il primo maggio, il diavolo trascurava le sue cure, quando si preparava per il sabba della notte di Valpurga.

Gli avvelenamenti accidentali da ingestione di belladonna sono numerosi, probabilmente a causa dell’aspetto invitante delle bacche e soprattutto dell’ignoranza. Molto spesso infatti la belladonna viene raccolta, o addirittura coltivata, in luogo di erbe commestibili. Un esempio da un quotidiano del Giugno 2013:

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Le lucide bacche nere, al centro di una struttura stellare, attirano purtroppo l’attenzione dei bimbi © Mazza

“La nonna coltivava in balcone la salvia. O almeno pensava di coltivare salvia. Perché l’ha servita in tavola al compagno, alla figlia di 46 anni e al nipote di 11 anni e tutti si sono sentiti male tanto da dover essere ricoverati d’urgenza. A causare l’intossicazione dovrebbe essere stata la “atropa belladonna”, ….. sono bastate poche foglie della pianta di cui è stata disposta l’analisi per causare il malore e nemmeno la lavanda gastrica è riuscito a scongiurare il peggio. Il bambino è in coma farmacologico, mentre la madre è in rianimazione in condizioni gravissime e i nonni sono in un altro ospedale.”

Nel 2013 la stampa italiana riporta altri tre casi del genere ma certamente questi non sono eventi eccezionale. La letteratura medica infatti riporta 62 casi ospedalizzati in Inghilterra tra il 2007 e il 2011 per avvelenamenti da ingestione di parti della pianta. A questi casi si devono aggiungere le numerose intossicazioni dovute all’uso della pianta o di suoi estratti come droga allucinogena.

Secondo i centri di controllo dei veleni, negli Stati Uniti, nel 2007 si sono verificati 938 casi di intossicazione da belladonna o piante simili. I dati degli altri anni sono equivalenti.

Tra i casi riportati il più curioso è forse quello di un sacerdote che, trovandosi in campeggio, aveva mangiato le bacche della belladonna ed è stato ritrovato che vagava nudo nel bosco, in preda alle allucinazioni, e rifiutava ogni tipo di soccorso. Secondo uno studio condotto su un arco di 29 anni la Atropa belladonna ha causato più gravi incidenti di qualsiasi altra pianta.

I sintomi più comuni dell’avvelenamento compaiono rapidamente e consistono in: Secchezza della bocca, nausea e talvolta vomito, midriasi (pupille dilatate), andatura barcollante (gli avvelenati sembrano ubriachi), vertigini, difficoltà respiratorie, emissione involontaria di feci e di urina. Nei casi più gravi delirio con allucinazioni, seguito da coma, e possibilmente, morte per paralisi generale in 24-36 ore.

Come già detto la belladonna è stata spesso usata dagli avvelenatori. Oltre ai casi già citati dell’antichità, due sono i casi celebri nei tempi moderni. L’infermiera svizzera Marie Jeanneret avvelenò con la belladonna sette pazienti, alla metà dell’800, ma fu ampiamente superata da una infermiera-avvelenatrice americana, Jane Toppan, che nel 1901 si confessò autrice di 31 omicidi, e che utilizzò la belladonna per una parte dei suoi crimini.

Sinonimi: Belladonna baccifera Lam. ; Belladonna trichotoma Scop.

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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