Bos taurus

Famiglia : Bovidae

 

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Testo © DrSc Giuliano Russini - Biologo Zoologo

 

 

Bos primigenius Uro

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Mucca con vitello appena nato © Giuseppe Mazza

Il nome scientifico Bos primigenius, famiglia Bovidi ( Bovidae ), non viene da tutti oggi considerato valido; molti chiamano l’Uro con il nome Bos taurus, - Linnaeus, 1758, lo stesso usato per identificare i bovini. Malgrado ciò, dal 2003, la Commissione Internazionale di Nomenclatura Zoologica ( ICZN ), ha deciso che il nome Bos primigenius può essere utilizzato per l’ Uro.

I tassonomisti che classificano i bovini, la specie che deriva dall’ Uro selvatico, tendono a usare Bos primigenius taurus per il progenitore arcaico, mentre Bos taurus rimane ad uso per identificare i bovini, considerati come buona specie attuale.

L’ Uro era una specie di grande bovino, estinta nel 1627 (ci sono documenti storici, che ne indicano le ultime tracce in quell’anno), con una discreta presenza in Europa, ove l’ areale di questo animale a partire dal XIII secolo d.c. a causa di una caccia intensiva, per le sue carni, pelli e corna, si era ristretto alle praterie e pascoli Polacchi, Lituani, Moldavi fino alla ex-Prussia e Transilvania. Ma originalmente era presente anche in Asia, Medio Oriente, Africa del Nord (Egitto, Tunisia, Marocco, Algeria).

Una volta esistevano tre sottospecie o razze di Uro: il Bos primigenius namadicus (Falconer, 1859), che viveva in India, il Bos primigenius mauretanicus (Thomas, 1881) del Nord Africa e, naturalmente il Bos primigenius primigenius (Bojanus, 1827) dell’Europa e del Medio Oriente. Solo la razza europea è sopravvissuta fino a tempi più recenti.

La parola Uro giunge all’Italiano dal Latino, ma arrivò al Latino dalla lingua Germanica. In Italiano si declina come Uro (singolare) e Uri (plurale). Lo stesso termine Germanico Aurochs è una combinazione della radice Urus con Ochs(e), “bue”. Sebbene la sillaba aur-/ur- sia stata spesso interpretata come affine al Germanico " ur ", che significa " originario/proto ", dovrebbe provenire da un’altra radice, riferita all’acqua.

In Inglese i termini Aurochs, Urus e Wisent vengono tutti usati come sinonimi.

Comunque, questo utilizzo è errato, dal momento che l’estinto Uro/Aurochs è una specie completamente separata dall’ancora esistente Wisent, bisonte Europeo ( Bison bonasus ).

Gli Uri sono rappresentati in molte pitture rupestri europee del Paleolitico superiore, come quelle che sono state trovate a Lascaux e a Livernon in Francia.

Alla loro forza vitale, erano attribuite qualità soprannaturali.

Gli Uri, che erano abbastanza aggressivi per essere dei ruminanti e avevano una mole decisamente cospicua, sopravvissero durante l’ età del Ferro in Anatolia e nel Vicino Oriente dove vennero adorati come un animale sacro, il Toro Lunare, associato alla Grande Madre e, in seguito a Mitra, un culto religioso in voga nel bacino Mediterraneo, sin dall’epoca paleocristiana e che successivamente, contese, anche durante l’epoca dell’Antico Romano Impero, il primato di culto alla religione Cristiana per un certo periodo, prima di diventare a sua volta un culto copto e non riconsociuto.

L’addomesticamento dell’Uro ebbe inizio nel Caucaso meridionale e nella Mesopotamia settentrionale a partire dal IV secolo d.c. , inoltre gli aspetti genetici suggeriscono che gli Uri vennero addomesticati indipendentemente, anche in Africa settentrionale e in India.

Morfologicamente presentava grosse dimensioni, l’ altezza al garrese raggiungeva i 175 cm, contro i 150 cm dei bovini attuali ( Bos taurus ).

L’Uro possedeva anche alcuni aspetti che si riscontrano raramente nei bovini moderni, come le corna a forma di lira ricurve in avanti, una striscia pallida lungo la spina dorsale e un dimorfismo sessuale nei colori del mantello.

I maschi erano neri con una striscia color grigio più chiaro o marroncina lungo la spina dorsale, mentre le femmine e i vitelli erano rossastri (questi colori si riscontrano tuttora in pochi bovini domestici, come i bovini della razza Jersey).

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I masai allevano i buoi watussi per i lavori, il latte e periodici prelievi di sangue © Mazza

Un esperimento compiuto durante gli anni ’20- ’30, da due biologi zoologi, i fratelli Dr Heinz Heck (direttore per 25 anni del giardino zoologico Tierpark Hellabrunn di Monaco, Germania) e il Dr Lutz Heck direttore per vent’anni del giardino zoologico di Berlino, Germania, entrò nella storia della criptozoologia.

Questi biologi, vollero tentare di riportare, ciascuno per proprio conto, in vita due specie animali estinte, il Dr H. Heck l’ Uro ( Bos taurus primigenius ) e il Dr L. Heck il Tarpan ( Equus ferus ferus ) un equide selvatico Euroasiatico, l’ ultimo esemplare di tale sottospecie equina, morì in cattività nel giardino zoologico di Kiev, Ucraina tra il 1918 e il 1919.

Questi progetti, furono pensati da tali scienziati, dopo aver letto alcuni articoli dello zoologo polacco Jarocki, 1853. Secondo tale autore, sarebbe stato possibile riportare in vita specie, subspecie o razze animali e vegetali estinte, usando la tecnica del "breeding-back" o del reincrocio seriale; tale tecnica sfrutta il principio secondo cui reincrociando specie animali o vegetali viventi, esprimenti caratteri fisici, che richiamano quelli delle specie, subspecie o razze ancestrali, si sfrutterebbe il pool genico che viene di generazione in generazione ereditato, in cui si trovano sicuramente quei geni ancestrali non più espressi o solo parzialmente nelle forme viventi attuali; in questo modo si poteva risalire alla specie primordiale o vestigiale scomparsa, tanto negli animali quanto nelle piante. In pratica, si basa su allevamento o coltivazione selettiva di animali o piante (in cui si osservano questi caratteri primitivi), fino a riportare a galla la specie originaria, isolando ad ogni nuova generazione gli esemplari più primitivi e facendoli riprodurre.

Tecnica da non confondersi con quella del "back-crossing", normalmente utilizzata anche oggi in zootecnia e orticoltura, per la produzione di ibridi che abbiano un patrimonio genetico vicino a uno dei due genitori.

Quest’ultima, sfrutta un ibrido (animale o vegetale), che viene fatto reincrociare con uno dei due genitori, oppure con un organismo che ha un fenotipo vicino a quello di uno dei due genitore; ad esempio nel caso degli animali, si usano per la retroibridazione esemplari sfuggiti all’addomesticamento e che si sono reintrodotti in natura spontaneamente, le cosiddette specie ferali.

La tecnica del breeding-back o del reincrocio seriale è stata utilizzata in seguito anche per riportare alla luce altre specie in altri progetti, come l’ Utonagan (linea di Cane), incrociato con la linea canina Northern Inuit, per tentare di ottenere prole con carattere di Lupo ( Canis lupus ) senza accoppiamenti con un esemplare di tale canide, da cui si ottenne il Tamaskan che richiama effettivamente le caratteristiche del Canis lupus attuale.

Un altro caso è quello rappresentato da un esperimento effettuato da alcuni Biologi giapponesi negli anni ’50, quando tentarono di ridare vita al Lupo giapponese ( Canis lupus hattai e Canis lupus hodophilax , specie estinte nel 1899 e nel 1901 ), incrociando una specie attuale di Lupo asiatico ( Canis lupus pallipes ) con una razza di Cane giapponese, lo Shikoku; tale esperimento, porto’ alla nascita di una animale che solo in parte richiamava le caratteristiche del Lupo giapponese estinto, non venne infatti classificato.

Riguardo l’Uro, H. Heck durante il periodo come direttore del giardino zoologico di Monaco, lavorò su alcuni capi della razza scozzese degli Hinghland, su alcune varietà Alpine e Frisone e su esemplari di razza Corsa.

Ciascuno presentava qualche caratteristica morfologica dell’ Uro ancestrale, colore e morfologia del manto, dimensioni e forma delle corna etc.

Col tempo le sue fatiche furono ricompensate, infatti nacquero due vitelli, un maschio ed una femmina, con caratteristiche simili, agli animali rappresentati sui petroglifi rupestri di Lascaux e Livernon in Francia.

Questi, una volta cresciuti, furono lasciati accoppiare tra loro, e i loro piccoli si riprodussero “allo stato puro”, per una serie di genereazioni, finché nel 1951 Heinz Heck disponeva di una quarantina di Uri.

Oggi tale specie ricostruita, vive per lo più nei pascoli e nelle praterie Olandesi, ove si hanno le popolazione maggiori.

Diversi scienziati, tra cui il biologo Professor Z. Pucek direttore della Riserva Naturale Bialoweza in Polonia, uno dei massimi esperti al mondo sulla Biologia della conservazione del Bufalo Europeo ( Bison bonasus ), considera l’Uro ricostruito o di H. Heck, una delle più grandi frodi nel campo della Zoologia applicata, poiché secondo lui e anche secondo molti altri autori, è impossibile riportare in vita mediante tale procedura una specie estinta. Forse solo la tecnica di clonazione somatica riproduttiva, potrebbe essere in grado di farlo oggi.

Bos taurus primigenius

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Pascolo in alta quota con Bos tauros di razza Ayrshire, Frisona e Valdostana © Mazza

Zoogeografia

Era autoctono, fino al 1627, nelle pianure della Polonia, della Lituania, Moldavia, ex-Prussia, fino alla Transilvania; la specie ricostruita invece, la si ritrova oggi, salvo fatto qualche giardino zoologico, principalmente nei pascoli olandesi.

Habitat-Ecologia

Praterie, Pascoli montani; per le specie del passato, che vivevano in natura anche aree boschive e a bush.

Nutrizione

Erbivoro ruminante, varie specie di erbe da campo

Morofofisiologia

Medesime caratteristiche fisiologiche degli altri bovini per i vari apparati e organi.

Le dimensioni dell’Uro attuale sono superiori a quelle di una normale mucca ( Bos taurus ). Ad esempio l’ altezza al garrese raggiunge 1,70 m per l’ Uro di Heck contro gli 1,40-1,50 m per una normale mucca.

Manca il dimorfismo sessuale (cioè la spiccata differenza di alcuni caratteri somatici tra maschi e femmine), poiché il manto presenta colori non così nettamente distinti tra i due sessi. L’Uro ancestrale, aveva tali differenze, come una mole molto più cospicua. Alcuni zoologi pensano che potesse raggiungere i 1500-1600 Kg di peso, la metà circa del Rinoceronte Nero (Diceros bicornis) contro i 1300 dei Tori da monta attuali, che sono quelli di dimensioni maggiori.

Le corna dell’Uro attuale, sono molto più lunghe di quelle di un Toro da monta, una lunghezza intermedia tra queste e quelle del bovino Africano Ankole-Watusi.

Etologia-Biologia Riproduttiva

Non ci sono sostanziali differenze per la Biologia Riproduttiva e l’ Etologia, con i bovini attuali, la femmina è soggetta alle prime forme di estro tra i 7 e i 14 mesi. L’utero, come per gli altri ruminanti, è bicorne biconcamerato, la placentazione è di tipo Sindesmocoriale o Cotiledonaria

Bos taurus

Rappresenta il comune Bovino di allevamento (di cui esistono anche alcuni esemplari selvatici, o semi selvatici).

Come per altri Artiodactyla (maiali, pecore, capre, antilopi), che per i perissodattili (cavalli, asini) , si è avuta una forte politipizzazione fenotipica (sia naturale, che artificiale, cioè indotta dall’ uomo mediante la domesticazione e la selezione domestica), confluita in molte sottospecie o razze.

Sembrerebbe accertata, mediante studi paleontologici e genetici la derivazione filogenetica di questa specie animale e, di tutte le razze che la caratterizzano, da un progenitore comune il Bos taurus primigenius comunemente chiamato Uro in italiano o Aurochs derivazione dalla lingua Germanica, estintosi nel 1627.

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Bos taurus di razza Frisona Olandese © Giuseppe Mazza

Il termine Mucca sembrerebbe avere una etimologia di dubbia o almeno ambigua derivazione, c’è chi lo fa risalire ai verbi latini "mulgere" in italiano mungere o "mugire" in italiano muggire. Altri autori, pensano che tale termine risalirebbe al XVI secolo d.c. come una italianizzazione del termine tedesco Mucke (moscerino), con cui i Lanzichenecchi, durante i loro tentativi di invasione dell’ Italia, definirono le nostre mucche considerandole piccole rispetto le loro.

La femmina di tali bovini viene volgarmente chiamata vacca o mucca, sebbene in zootecnia questa seconda denominazione risulta impropria.

I maschi che al quarto anno di età (bovino adulto), non vengono sottoposti a castrazione sono definiti tori, i quali si utilizzano per fecondare le femmine a fini riproduttivi, o se ne utilizza il seme nel campo zootecnico per fecondare un numero maggiore di femmine da un unico maschio (stallone), aumentando la prolificità a fini economici, mediante tecniche di Inseminazione Artificiale o Strumentale (AI).

Il maschio adulto, castrato sopra i quattro anni di vita, si definirà bue o bove, se la castrazione è compiuta tra il primo e il quarto anno, l’ animale si definirà manzo, se invece avviene prima del compimento del primo anno di vita, si chiamerà vitello.

Gli allevatori e gli zootecnici, appliccano tale procedura, in relazione al tipo e qualità di carne che vogliono ottenere.

La bovina adulta invece, con età superiore a tre anni, o che si trovi oltre il sesto mese di gravidanza, viene definita vacca, quando invece è di età compresa tra uno e tre anni di vita, o non è oltre il sesto mese di gravidanza, si definirà manza, con età inferiore a un anno vitella.

In ultimo, la vacca che non ha superato i tre anni di vita, sarà definita giovenca e utilizzata come fattrice per l’accoppiamento con i tori (stalloni) riproduttori, o per l’inseminazione artificiale.

Questo elenco, mostra come nel campo zootecnico-veterinario, vengono definiti i vari stadi di sviluppo e crescita di questi animali, il cui utilizzo-allevamento è a fini puramente economici.

La domesticazione dei bovini, ha origine antichissime, dal Neolitico e, va di pari passo con la nascita e lo sviluppo dell’agricoltura, durante il passaggio dell’Homo sapiens, da uno stile di vita nomade a uno di tipo sedentario-stanziale; a tutt’oggi, rappresentano una fonte essenziale di proteine e grassi animali, mediante la produzione di carne e latte.

La zootecnia, attraverso tecniche di incrocio e selezione e di genetica dei caratteri quantitativi ne garantisce il loro miglioramento e, negli ultimi cinquant’anni con le tecniche dell’ inseminazione artificiale (AI), ha prodotto e sta producendo razze, che risultano più specifiche a fini economici.

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Mucca Angler al pascolo © Giuseppe Mazza © Giuseppe Mazza

Bisogna ricordare che oltre i prodotti essenziali di cui abbiamo parlato, dei bovini si fa uso anche delle loro deiezioni (letame o liquami), da cui si possono ottenere inoltre molti macroelementi e microelementi per la coltivazione dei terreni agricoli, su tutti l’azoto, elemento chimico essenziale per la crescita delle piante.

Come sempre c’è il rovescio della medaglia, in quanto tali animali sembrerebbero, da studi recenti, essere una tra le numerose cause di depauperazione delle risorse idriche, poiché una vacca da latte può arrivare a bere fino a 200 litri di acqua al giorno (un bovino tra i 60-90 litri, lo stesso un cavallo), con tutto quello che ne consegue, se moltiplichiamo tali valori per tutti i capi di bestiame bovino, ovo-caprino ed equino allevati nel mondo.

In più, il loro allevamento è messo sotto accusa come possibile concausa, insieme a molte di altra origine, per l’effetto serra, poichè la biochimica digestiva dei Bovini (e dei ruminanti in generale), in effetti porta alla produzione di metano (CH4), che è un dei gas che maggiormente contribuisce al consolidamento dell’effetto serra; gli agronomi studiano tale problema.

Vi sarebbe la possibilità di ridurlo, modulando la carica batterica del tubo digerente, da cui verrebbe ridotta la componente metanogena prodotta.

Come vedremo successivamente, la classificazione di questi animali non è riconducibile a parametri che si usano generalmente per quella di altre specie, in quanto presenta numerose problematiche di tipo somatico (colore e tipologia del manto, dimensione e forma delle corna etc.) e, biogeografico, essendo presenti ormai in tutto il mondo (cosmopoliti), o perchè autoctoni o perchè importati dall’ essere umano; ad esempio in Australia e Nuova Zelanda, i bovini sono stati importati dall’ uomo.

Di conseguenza i biologi hanno proposto una classificazione accettata universalmente, basandosi sul concetto di razza o sottospecie e varietà e sottorazza, mentre gli agronomi, gli allevatori e i veterinari si basano non su aspetti scientifici ma economici, quindi sull’attitudine dell’ animale, definendo quindi la razza dal latte o lattifera (utilizzata per la produzione del latte), la razza da carne (utilizzata per la produzione di carne), la razza per la produzione di pelli, la razza da soma o da lavoro (utilizzata per svolgere lavori agricoli pesanti, come l’aratura dei campi e, per il trasporto di pesi eccessivi per l’essere umano) quest’ultime razze, sono in realtà utilizzate soprattutto nei villaggi di paesi in via di sviluppo (Africa, Sud America, Asia, Indocina), poiché in Occidente, ove l’agricoltura ha raggiunto livelli di meccanizzazione estremamente sviluppati e raffinati, è duopo l’esonero di tali animali a tale scopo.

Un’ultima classificazione è verso quelle razze che presentano un doppia o triplice attitudine (cioè possono essere sia lattifere che produttori di carne, oppure lattifere, produttori di Carne e animali da soma, ovvero produttori di lavoro).

Alcuni esempi sono:

Razze Lattifere: Jersey, Frisona, Ayrshire, Guernsey, Bruna, Alpina, Valdosatana

Razze da Carne: Shorton, Angus, Aberdeen, Hereford, Limousine, Charolaise

Razze da Latte e Carne (doppia attitudine): Chianina, Maremmana, Romagnola, Marchigiana, Podolica, Red Poll

Razza da Latte, da Carne e da Lavoro (triplice attitudine): Reggiana, Piemontese, Burlina, Simmenthal.

Alcune specie esotiche domestiche, utilizzate sempre per la produzione di latte, carne, pelli e lavoro, sono: Bos taurus indicus (Zebù) presente in Asia, Africa e America del Sud, Bos javanicus (Benteng) presente in diverse aree del Sudest Asiatico (Giava, Bali, Borneo, Thailandia, Malesia) Bos grunniens (Yak) endemico dell’ altipiano del Tibet.

Tratteremo in linea generale i caratteri del Bos taurus , poiché le differenze nelle singole specie non sono così lontane da specie a specie.

Zoogeografia

Specie cosmopolita, presente ovunque tranne ai Poli e in alcune aree in Oceania; ad esempio negli isolotti a largo della costa nordorientale dell’Isola Nord delle Nuova Zelanda, ove il loro allevamento, come per gli ovocaprini, è proibito dal Governo, per proteggere l’habitat dello Sphenodon punctatus.

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La mucca Bianca Modenese è una lattifera eccellente © Giuseppe Mazza

Habitat-Ecologia

Allo stato semiselvatico, selvatico sono praterie e pascoli di pianura o montagna, in alcuni casi anche areali boschivi o costitui da arbusti come per il bovino africano Bos taurus indicus.

Per le specie di allevamento e domestiche, si hanno diverse condizioni, se agli animali è concesso un allevamento allo stato brado, gli habitat ideali sono i pascoli di pianura e montani (ad esempio alpini), oppure zone più aride, se si parla di Africa del Nord (Sahariana), Stati Uniti (Texas, Arizona), più ricche in vegetazione nel caso dell’Africa Subsahariana o Tropicale e in Indocina.

Attualmente, in tutto il mondo, a tali specie sono offerte diverse condizioni di allevamento nel campo zootecnico e sono:

Allevamento brado: descritto sopra.

Allevamento semibrado: gli animali sono lasciati al pascolo per la maggior parte dell’anno e poi per un periodo rinchiusi in stalla, dove saranno nutriti con foraggi specifici, per integrarne la dieta e compensare eventuali carenze organiche.

Allevamento stallino: l’animale è allevato a ciclo chiuso e mantenuto sempre nella stalla, dove nasce, cresce e viene fatto ingrassare; l’ animale sarà portato fuori specificamente per la macellazione.

Anche le vacche lattifere, sono in alcuni casi allevate così, dove stalle automatizzate per la mungitura, garantiscono due volte al giorno la raccolta del latte.

Stabulazione libera: può essere applicata sia in stalle chiuse, che aperte.

Nel primo caso gli animali vivono nei ricoveri, dove si nutrono e bevono acqua ma possono liberamente muoversi in recinti che comunicano con l’esterno. Nel secondo caso, gli animali vivono in recinti all’ aperto, dove sono predisposte tettoie sotto le quali si nutrono, bevono e si riparano dal troppo caldo e dalla pioggia.

Morfofisiologia

Sono animali cavicorni (cioè a corna cave), non caduche, che non cadono come invece fanno quelle dei cervidi (cervi e e alci). Contrariamente ai cervidi, non esiste un dimorfismo sessuale (cioè la presenza di un carattere solo in uno dei due sessi, quasi sempre a favore del maschio) per le corna, poiché tutti e due i sessi ne sono dotati, sebbene nel maschio siano generalmente più pronunciate. Le corna sono dei rivestimenti cavi cheratinosi (da cui cavicorni), riempiti dal prolungamento dell’ osso frontale, sono ricurve o all’ indietro o lateralmente o prolungate in avanti, ma mai ramificate ne caduche.

La lunghezza può andare dai 20 ai 30 cm, come nella razza Frisona fino alle razze come le Longhorn inglesi, che hanno corna di dimensioni eccezionali, lunghe anche un metro, la sezione delle corna può essere circolare o triangolare.

Hanno una mole massiccia, queste razze di solito hanno un peso di 650-700 kg per le vacche, 1200-1500 kg, per i tori. Al garrese possono raggiungere 150 cm le femmine (vacche) e 150-160 cm i tori.

Le razze più grandi sono l’italiana Chianina e la Francese Bionda d’ Aquitania, al garrese raggiungo i 165 cm di altezza, i tori di queste razze arrivano a pesare anche 1700 Kg!

I Bovini possiedono in tutto 32 denti, mancano gli incisivi superiori e i canini. Hanno manto con pelo raso e una coda sottile che termina con ciuffo.

Alcune hanno una grossa massa di pelle flaccida dal petto al collo, chiamata Giogaia, altri hanno un complesso muscolare assai pronunciato sul dorso, al livello del Garrese, chiamata Gobba. Il colore del manto è estremamente variegato, in relazione alla razza.

Sono a nutrizione Erbivora (fitofaga) a ruminazione, a cui corrisponde un specifica fisiologia digestiva e anatomia, sono dotati di 3 prestomaci di origine esofagea reticolo, rumine e omaso e uno stomaco ghiandolare abomaso, ognuno adibito a una specifica fase della funzione digestiva (per dettagli, guardare scheda Artiodattili).

Durante la lattazione il latte direttamente va dall’esofago all’abomaso nel vitello, non coinvolgendo reticolo, rumine e omaso che diverranno biologicamente funzionali dopo lo svezzamento, che avviene generalmente al sesto mese di vita.

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Alpeggio con Bos taurus di razza Bianca Modenese che cammina anche sulle pietraie © Giuseppe Mazza

Etologia-Biologia Riproduttiva

Le femmine diventano mature sessual- mente a 10-12 mesi, i maschi tra i 9-15 mesi.

L’ età più favorevole per la riproduzione è 15-18 mesi per il maschio e tra i 16-24 mesi per la femmina, la gravidanza dura in media 280 giorni.

Alla nascita il vitello deve assumere il colostro dalla madre, tassativamente alcuni litri nelle prime 24-36 ore per ricavarne gli anticorpi di cui nasce sostanzialmente privo.

Appena ha partorito, la vacca non produce infatti latte, bensì colostro un liquido con caratteristiche simili al latte contenente alte concentrazioni di anticorpi indispensabili per proteggere il piccolo dalle malattie infettive, fino a quando non sarà in grado di produrli da solo.

Dopo una settimana circa, il latte diventa idoneo all’uso umano (consumo e caseario).

Una volta scolostrato, il vitello sarà alimentato con latte artificiale, poi successivamente (sesto mese di vita) verrà svezzato.

I parti sono sempre monogemini, raramente bigemini, mai plurimi.

L’ Utero è bicorne biconcamerato. La placentazione è di tipo Sindesmocoriale o Cotiledonaria cioè quella in cui il Trofoblasto (gruppo di cellule embrionali in intimo contatto con la parete uterina, da cui si formano le membrane embrionali e extra-embrionali) entra in contatto solamente con il tessuto Connettivo. In questo tipo di placenta i Villi Coriali sono a macchie e sono chiamati Cotiledoni.

Tra le diverse patologie che colpiscono i bovini, una che è causa di danni economici grandi per la Zootecnia è la Brucellosis abortus, zoonosi causata da batteri appertenti al genere Brucellosis (il nome Brucella deriva dal Microbiologo Sir David Bruce che isolò tale patogeno nel 1886, dalla milza di un soldato). Tale agente non infetta solo Bovini, Vacche, ma anche cani, roditori, Bufali, Cammelli.

Nel caso delle Vacche lattifere il sotto tipo eziologico è la Brucellosis melitensis.

L’ospite naturale di Brucellosis melitensis è la capra, mentre l’ospite in cui è più diffusa è la pecora.

Nella capra provoca aborto, così come nella pecora. L’aborto avviene negli ultimi tre mesi di gravidanza a seguito dell’infezione. Dal momento che la placenta ed il feto abortito sono contaminati in modo massiccio dalla Brucella essi portano alla disseminazione del microrganismo nell’ambiente e all’esposizione della malattia da parte di altri animali non infetti.

Perciò i greggi transumanti presentano il maggior rischio per gli allevamenti di vacche da latte che vengono alimentati con foraggi provenienti da aree dove hanno pascolato dei greggi.

Un altra via possibile di trasmissione della malattia può avvenire per diretto contatto tra animali infetti e vacche che pascolano sullo stesso terreno. I cani e gli altri animali carnivori presentano un rischio particolare per gli allevamenti confinati (e per i loro proprietari) in quanto possono scavare e ritrovare i resti delle placente e dei feti abortiti e portare questo materiale infetto negli allevamenti sani.

Brucellosis melitensis è la specie più virulenta di brucelle.

Nei bovini raramente è causa di aborto. La Brucellosis melitensis è escreta nel latte di vacche infette ed in questo modo può esserci la trasmissione ai vitelli, causandone la morte, oltre che attraverso il latte può arrivare all’essere umano, verso cui è molto virulenta, con conseguenti rush febbrili e danni alla rete dei linfonodi, reni, fegato, midollo osseo e milza.

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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