Caretta caretta

Famiglia : Cheloniidae

 

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Testo © Andrea Tarallo

 

 

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La Caretta caretta è una specie cosmopolita presente nelle acque tropicali e temperate di tutti i mari © G. Mazza

La Caretta caretta ( Linnaeus, 1758 ) appartiene alla classe dei Reptilia, all’ordine Testudines, al subordine dei Cryptodira, che si differenziano dai Pleurodira perchè i primi occultano il capo ritraendolo all’interno del carapace mentre i secondi piegano il collo di lato.

La famiglia è quella dei Cheloniidae.

Il termine “caretta” ha origine incerta. Potrebbe derivare da una errata trasposizione del termine utilizzato nelle ex colonie francesi di Africa “karet”, che significa probabilmente “guscio di tartaruga”, oppure dai Caraibi, dove starebbe ad indicare la Tartaruga embri- cata ( Eretmochelys imbricata ).

Zoogeografia

Caretta caretta è una specie cosmopolita, distribuita nelle acque temperate e tropicali degli Oceani Atlantico, Pacifico e Indiano.

I luoghi di nidificazioni più rilevanti sono le coste orientali degli oceani Indiano (Oman) e Pacifico (California). È presente anche in Mediterraneo, sulle quali coste più meridionali va anche a riprodursi (Cipro, Grecia e Turchia soprattutto).

Habitat-Ecologia

Caretta caretta nella sua fase giovanile, i primi tre-cinque anni di vita, praticamente dalla schiusa fino alla fase sub-adulta, si lascia trasportare dalle correnti. Spesso abita le zone di downwelling, le zone cioè dove le acque superficiali si incontrano e tendono ad affondare, creando una sorta di risucchio. Queste zone sono caratterizzate dall’accumulo di materiale galleggiante, specialmente alghe del genere Sargassum. In questo habitat Caretta caretta può alimentarsi di ciò che trova in superficie, compresi piccoli crostacei e sacchetti di plastica, che portano alla morte della tartaruga per occlusione intestinale.

A volte le correnti possono far stazionare gli animali nei pressi della spiaggia dove è avvenuta la schiusa per mesi, finché non vengono allontanate dalle correnti. La fase giovanile comincia quando l’animale guadagna il largo. Questa fase è stimata tra i sette e i dodici anni, il suo habitat è la zona pelagica. Solo quando l’animale supera all’incirca i 50 cm di Lunghezza della Curva del Carapace (CCL: questa è una misura tipica per il monitoraggio delle tartarughe marine e per evincere l’età dell’animale, consiste nella lunghezza del carapace presa dal capo alla coda misurando l’intera estensione della sua curva dorsale) è in grado di riguadagnare le aree costiere.

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Può restare anche 3 ore in immersione ed è prevalentemente carnivora © Giuseppe Mazza

Nella zona neritica Caretta caretta raggiunge la fase adulta e la maturità sessuale, stimata a 25 anni, ma è probabile che questa media sia una sottostima. A seconda delle popolazioni gli animali possono compiere migrazioni più o meno ampie dalla zona neritica a quella pelagica, probabilmente per motivi alimentari.

Sia quando vive nelle acque pelagiche sia in quelle neritiche, l’alimentazione di Caretta caretta è primariamente carnivora, sebbene consumi anche materiale vegetale. La dieta varia a seconda delle popolazioni, e anche delle fasi di vita, ma gli studi su questo aspetto sono rari e davvero poco si sa sulle fasi giovanili oceaniche.

Per quanto riguarda la predazione le fasi giovanili sono naturalmente quelle più vulnerabili: i piccoli appena dopo la schiusa possono essere attaccati da granchi e da gabbiani. Nella fase giovanile gli squali rappresentano i principali predatori, principalmente Galeocerdo cuvieri, lo squalo tigre. Nella fase adulta è documentato che Caretta caretta può difendersi dagli attacchi degli squali esponendo il carapace come uno scudo.

Durante la deposizione le femmine sono molto vulnerabili, e possono essere insidiate e uccise dai cani selvatici. L’uomo sembra comunque rappresen- tare il maggior pericolo per l’animale adulto, che in natura ha ben pochi predatori.

Caretta caretta viene parassitata da diverse specie di parassiti di diversi gruppi: anellidi, cestodi, nematodi e, specialmente, trematodi. Soltanto gli esemplari malati vengono parassitati da crostacei cutanei. Ha anche dei rapporti di simbiosi mutualistica con piccoli pesci spazzini dai quali l’animale si reca regolarmente per farsi pulire l’epidermide dai parassiti.

Morfofisiologia

Il carapace sia nell’adulto sia nell’animale giovane è rossastro-bruno, così come le scaglie laterali e dorsali che ricoprono il capo e le zampe, andando a sfumare nel giallo sui margini. Le zone non ricoperte di scaglie sono marroni, ma vanno nel giallo lateralmente e ventralmente. Il piastrone, la parte ventrale del carapace, è giallo chiaro. Il carapace osseo è ricoperto da placche non sovrapposte, che non sono ossee ma cornee, e che si incontrano lungo delle linee di sutura. Solitamente sono 11 o 12 paia di placche marginali, cinque paia costali, cinque vertebrali e una nucale. Il piastrone invece è composto dalle paia gulari, omerali, pettorali, addominali, femorali e anali.

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Il suo nemico principale è l’uomo. Impigliata nelle reti muore per soffocamento, e se queste vengono tirate in tempo i pescatori spesso le mutilano per non rovinare le maglie delle reti condannandole a morire di fame. Inoltre i sacchetti di plastica vaganti possono essere scambiati per meduse e provocare gravi occlusioni intestinali © Giuseppe Mazza

I piccoli variano in colorazione dal marrone chiaro al marrone scuro con dorso grigio scuro. Mancano della colorazione tipica dell’adulto bruno-rossastro. Anche le zampe sono di colore grigio scuro al marrone nella parte superiore, con margini bianchi. Caretta caretta può raggiungere una lunghezza massima di circa un metro e può superare i 100 kg in peso. Non si sa nulla sulla longevità di questa specie, ma basandosi su delle stime si è ipotizzato che la femmina viva almeno fino ad un età compresa tra i 47 e i 62 anni.

Etologia

Caretta caretta vive la sua intera vita nuotando nelle acque oceaniche, tranne che per deporre le uova. Anche l’accoppiamento, che può durare anche diverse ore, avviene completamente in acqua, solitamente vicino alla superficie dove gli animali devono comunque tornare a respirare. Il periodo di sommersione può variare a seconda dell’attività dell’animale, ma può durare anche 3 ore.

Quando depongono non formano le cosìdette “arribadas” tipiche del genere Lepydochelis, anche se più femmine possono deporre contemporaneamente sulla stessa spiaggia. La deposizione passa attraverso una serie di fasi fisse. La tartaruga cerca di portarle a termine tutte anche nel caso di difficoltà oggettive (menomazioni alle zampe, ostacoli impenetrabili).

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Il carapace osseo è ricoperto da placche non sovrapposte, che non sono ossee ma cornee, e che s’incontrano lungo delle linee di sutura. Può superare i 100 cm ed i 100 kg di peso. La maturità sessuale è raggiunta verso i 25 anni © Giuseppe Mazza

Se l’animale è disturbato, come sempre più spesso accade, dall’uomo, la deposizione non si completa, ma talvolta seguendo sempre la stessa ritualità (ad esempio l’animale copre la camera di deposizione ma senza aver deposto le uova). Le femmine che hanno interrotto la deposizione possono tornare nelle sere successive per un secondo tentativo.

Caretta caretta è considerata una specie che si adatta facilmente a diverse condizioni, ma sono alquanto sensibili alle basse temperature. Sono invece molto suscettibili al disturbo antropico.

Rimangono spesso impigliate nelle reti da pesca, specie quelle per la pesca dei gamberi, che è una tipologia di pesca molto diffusa in Oceano, e che prevede lunghi periodi di pesca continua.

La morte può sopravvenire per soffo- camento, perché l’animale impigliato non riesce più a raggiungere la superficie per respirare, oppure perché i pescatori preferiscono mutilare l’animale piuttosto che rovinare le reti. Gli animali mutilati e abbandonati non riescono più ad alimen- tarsi.

Siccome Caretta caretta nidifica nelle aree tropicali e sub-tropicali si pensa che esse migrino anche stagionalmente dalle zone di riproduzione a zone invernali, ma in realtà poco è conosciuto sui loro spostamenti.

Ci sono osservazioni di tartarughe che hanno occupato delle tane sottomarine per lunghi periodi di tempo e possono essere anche molto territoriali e aggressive, sia con i conspecifici che con le altre specie. Tra i pescatori Tamil si è guadagnata il nome di “nai amai”, cane di mare, proprio per la propensione a morsicare i pescatori che tentavano di issarla a bordo.

Non ci sono indicazioni in letteratura di spostamenti in branchi di Caretta caretta, ma durante il periodo di accoppiamento possono formarsi degli assembramenti locali nei pressi delle spiagge di deposizione.

Biologia riproduttiva

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Può raggiungere i 62 anni e passa l’intera vita nuotando, tranne che per deporre le uova. Anche l’accoppiamento, che può durare diverse ore, avviene in mare, in genere vicino ai luoghi scelti per la deposizione © Giuseppe Mazza

La tartaruga marina Caretta caretta nidifica solitamente su spiagge oceaniche (raramente in prossimità di foci di fiumi) tipicamente larghe e sabbiose, che hanno un approccio frontale altrettanto sabbioso e che degrada dolcemente verso il largo, probabilmente perché più facili da risalire per questi animali.

La stagione dove si ha il picco di nascite è quella calda, ma nelle zone sub-tropicali e tropicali la deposizione avviene di continuo. I nidi vengono scavati tra la linea di alta marea e il fronte delle dune. Il substrato dev’essere molto umido, così da poter permettere un efficiente scambio di gas tra le uova e l’ambiente esterno. Una femmina depone approssimativamente 100-130 uova, che vengono incubate in un nido completamente insabbiato per un periodo di tempo che dipende direttamente dalla temperatura di incubazione.

Più la temperatura è elevata, più gli embrioni si sviluppano velocemente: tra i 26 e i 32 °C un incremento o un decremento di un solo grado centigrado può anticipare o ritardare la schiusa di cinque giorni. Anche la determinazione del sesso è temperatura dipendente. Temperature di incubazione vicine ai 32 °C producono soltanto femmine, mentre temperature vicine ai 26 °C producono soltanto maschi. A 29 °C la nidiata produce approssimativamente lo stesso numero di femmine e di maschi. Quando le uova si schiudono i piccoli scavano verso la superficie per poter raggiungere velocemente il mare. Di solito questo evento ha luogo di notte, periodo durante il quale i piccoli indifesi hanno più probabilità di raggiungere l’acqua. Probabilmente l’evento è innescato dal brusco calo di temperatura della sabbia alla superficie durante la notte. I piccoli appena nati si fanno guidare dal gradiente di luce per raggiungere l’acqua (il mare tende ad essere più luminoso delle dune di sabbia). Per questo motivo talvolta l’illuminazione delle coste può costituire un intralcio.

Le piccole tartarughe non possiedono grandissime capacità motorie, e più che altro sono trasportate dalle correnti, ma dopo un periodo più o meno breve, dopo aver cominciato ad alimentarsi autonomamente, muovono al largo, dove si accrescono e da adulte completano il loro ciclo vitale raggiungendo la maturità sessuale. L’accoppiamento avviene nelle acque neritiche, in prossimità delle zone di deposizione. La femmina torna a deporre le uova in prossimità del luogo della propria nascita, da sola. Le cure parentali sono assenti.

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Una femmina depone approssimativamente 100-130 uova in un nido insabbiato. La durata dell’incubazione ed il sesso dei nascituri dipendono dalla temperatura. Con un’incubazione intorno ai 32 °C nascono solo femmine, intorno ai 26 °C solo maschi. A 29 °C la nidiata produce circa lo stesso numero di femmine e di maschi © Mazza

Sinonimi

Testudo caretta Linnaeus 1758; Testudo cephalo Schneider 1783; Testudo nasicornis Lacépèd 1788; Testudo caouana Lacépèd 1788; Chelone caretta Brongniart 1805; Chelonia caouanna Schweigger 1812; Caretta nasuta Rafinesque 1814; Chelonia cavanna Oken 1816; Caretta atra Merrem 1820; Caretta cephalo Merrem 1820; Caretta nasicornis Merrem 1820; Chelonia caretta Bory de Saint-Vincent 1828; Testudo corianna Gray 1831; Chelonia pelasgorum Valenciennes 1833; Chelonia cephal Gray 1829; Chelonia (Caretta) cephalo Lesson 1834; Chelonia caouana Duméril & Bibron 1835; Chelonia (Thalassochelys) Caouana Fitzinger 1835; Chelonia (Thalassochelys) atra Fitzinger 1836; Thalassochelys caretta Bonaparte 1838; Chelonia (Caouana) cephalo Cocteau 1838; Halichelys atra Fitzinger 1843; Caouana caretta Gray 1844; Caouana elongata Gray1844; Thalassochelys caouana Agassiz 1857; Thalassochelys corticata Girard 1858; Chelonia corticata Strauch 1862; Thalassochelys elongata Strauch 1862; Thalassiochelis caouana Nardo 1864; Eremonia elongata Gray 1873; Caretta caretta Stejneger 1902; Thalassochelys cephalo Barbour & Cole 1906; Caretta caretta caretta Mertens & Muller; Caretta gigas Deraniyagala 1933; Caretta caretta gigas Deraniyagala 1939; Caretta caretta tarapacana Caldwell 1962; Chelonia cahuano Tamayo 1962; Caretta caretta Tamayo 1962; Caretta careta Tamayo 1962.

 

→ Per nozioni generali sui Chelonia vedere qui

 

Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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