Cerastes cerastes

Famiglia : Viperidae

 

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Testo © Dr. Gianni Olivo

 

 

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La Vipera cornuta del deserto ( Cerastes cerastes ) vive nell’Africa settentrionale © G. Mazza

Le Cerasti costituiscono un genus di viperidi di dimensioni medio-piccole, tipici del Nord Africa, Medio Oriente, penisola arabica, Israele, Iran ed Iraq.

Sebbene il nome ceraste ( che deriva dal Greco antico e si riferisce alla presenza di “cornetti”) significhi, per l’appunto, cornuto, non tutti gli appartenenti al genus sono forniti delle tipiche escrescenze situate sopra gli occhi, essendo, tali squame modificate, presenti solo in Cerastes cerastes e Cerastes gasperetti.

Pare, quindi, che tale caratteristica sia tipica di specie che vivono in zone sabbiose, mentre specie che colonizzano aree rocciose o sassose ne sarebbero prive.

Vipera cornuta del deserto ( Cerastes cerastes Linnaeus, 1758 ) é una specie presente nell’Africa settentrionale, dal Marocco e dalla Mauritania fino all’Egitto ed alla parte settentrionale del Sudan, nella penisola arabica, in parte di Israele ed in Giordania, mentre la Cerastes gasperetti va dalla penisola arabica all’Iran ed all’Iraq.

L’habitat tipico è quello sabbioso, subdesertico o francamente desertico, ma esemplari possono trovarsi anche in aree rocciose, con sparsi cespugli e fino a quote di 1500 metri sul livello del mare.

La vipera cornuta del deserto gode, in tutta l’Africa sahariana, di una sinistra fama, solo in parte meritata, ed é molto temuta da alcune popolazioni del deserto più, a volte, di altri viperidi che sono, in realtà, più pericolosi, vuoi per dimensioni, vuoi per potenza e dose di veleno inoculata ( Vipera della Palestina, Macrovipera mauritanica ).

Infatti le cerasti sono serpenti di dimensioni relativamente modeste, generalmente intorno ai 50 cm, anche se sono descritti esemplari di quasi 90 cm. Ma soprattutto, il veleno, per quanto pericoloso, non causa un numero elevato di decessi, anche se un morso di questo serpente é sempre da ritenersi potenzialmente letale.

La Cerastes cerastes ha un corpo relativamente spesso e tozzo, con coda ben distinguibile e ricoperto di squame fortemente carenate, più grandi e con leggera depressione sulla linea vertebrale, più piccole ma sempre carenate, sui fianchi.

Le squame ventrali presentano carenatura laterale che aiuta l’animale a spostarsi su terreni cedevoli come le dune sabbiose, ove adotta, generalmente, l’andatura “side-winding”.

Come accade negli echidi (vedi scheda) quando irritata può confricare le squame fortemente carenate, facendo strisciare le spire tra loro in una serie infinita di ondulazioni, provocando un minaccioso suono, sibilante o crepitante. Tale suono può essere udito anche quando l’animale non è allarmato ma sta compiendo i movimenti per seppellirsi nella sabbia. La testa è appiattita e triangolare, larga e con rima buccale corta e larga ed il collo appare stretto, in proporzione, rendendo evidente il passaggio tra testa e corpo.

Gli occhi, posti molto in avanti e rivolti leggermente verso l’alto, presentono pupilla di forma ellittica, posta verticalmente, e sono di medie dimensioni, sovrastati dai caratteristici “cornetti”, singole squame cefaliche modificate, allungate ed appuntite, sul cui significato e funzione molto si é discusso, tuttavia sono descritti esemplari in cui i tipici cornetti sono sostituiti da semplici “tettoie” sopraciliari arcuate.

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Ama insabbiarsi, lasciando sporgere solo parte della testa o gli occchi © Giuseppe Mazza

Una delle ipotesi é che i cornetti servano a spezzare il profilo della parte superiore della testa, contribuendo al mimetismo, altra ipotesi, che non mi sento di condividere appieno, é che posano essere una sorta di protezione dalla sabbia o dal sole.

Le narici, piuttosto evidenti, si aprono verso l’alto, posizione che suggerisce una vocazione per i terreni sabbiosi, ove il rettile ama seppellirsi, sprofondando in maniera graduale e regolare grazie a piccoli movimenti delle spire, che spostano la sabbia lateralmente.

Quando l’animale si é, così, insabbiato, lasciando sporgere parte della testa o solamente occhi, cornetti e narici, é estremamente ben mimetizzato e quasi impossibile da localizzare. Questa caratteristica é alla base del grande timore che di questa vipera hanno le popolazioni nomadi del Sahara, perché, in effetti, per chi cammini scalzo nella sabbia, soprattutto nelle ore notturne o dopo il tramonto, mettere inavvertitamente il piede su di una ceraste non é esperienza simpatica o salutare.

L’insabbiamento tramite quel tipico movimento vibrante, che non lascia tracce all’intorno, é utile all’animale anche per cacciare all’agguato, ma pare che addirittura l’accoppiamento possa avvenire sotto la superficie della sabbia, fenomeno che si osserva spesso negli esemplari tenuti in cattività.

Anche il colore é estremamente adatto a mimetizzare il rettile nel suo habitat, andando dal grigio chiaro al color beige, spesso con fini macchiettature più scure, ma vi sono esemplari di colore più rossiccio, e, sulla linea dorsale, sono spesso apprezzabili piccole macchie più scure di forma rettangolare.

Animale prevalentemente notturno, trascorre le ore calde sotto la sabbia, spesso all’ombra di un masso o di un cespuglio, ma utilizza anche volentieri gallerie e tane abbandonate o fessure nelle rocce, in quanto, come tutti i rettili, teme il caldo eccessivo almeno quanto il freddo, non essendo dotata di un efficiente sistema di termoregolazione.

I movimenti, negli spostamenti, sono generalmente abbastanza lenti, tuttavia la velocità della testa, quando morde, é fulminea ed il rettile affida la propria incolumità all’immobilità ed al mimetismo più che all’agilità.

L’indole, pur non essendo animale che aggredisca senza provocazione, é abbastanza nervosa ed iraconda e non esita a mordere, se disturbato, anche se non sempre il morso inocula veleno.

La riproduzione é ovipara e la femmina deposita da 8 a 24 uova, che schiudono dopo 60-80 giorni. I piccoli misurano da 10 a 14 cm di lunghezza alla schiusa.

Il veleno di Cerastes cerastes é abbastanza complesso e contiene principi attivi con azioni diverse.

Accanto a fenomeni di aggregazione piastrinica e ad attivazione della protrombina e del fattore X della coagulazione (attività pro-coagulante) vi sono sostanze ad azione opposta, anticoagulante ed emorragizzante, oltre ad una fosfodiesterasi.

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Dato il mimetismo, gli incidenti sono frequenti, ma in genere il morso non è mortale © Giuseppe Mazza

Sono state identificate almeno 12 tossine nel veleno della vipera cornuta e la sintomatologia comprende: tumefazione ed edema anche imponente, a causa dell’aumentata permeabilità capillare e dell’azione citotossica, che può causare necrosi e gangrene, anemia emolitica e persino insufficienza renale acuta che può essere causa di morte della persona morsa.

Tuttavia i casi noti di decessi umani non sono numerosi ed anche gli antichi Egizi consideravano il morso della ceraste curabile e generalmente non mortale.

Questo fa pensare che, se la leggenda di Cleopatra é vera, difficilmente la regina avrebbe scelto una vipera per commettere suicidio e sicuramente avrebbe optato per il cobra ( Naja haje ), prima di tutto perché dotato di veleno ben più potente e poi perché il suo veleno neurotossico le avrebbe dato una morte sicuramente meno dolorosa ed antiestetica di quello di un viperide.

I medici Egizi, infatti, già nel 2200 a.C. scrissero, ad esempio, su un papiro, ora conservato in un museo, che il morso di ceraste era trattabile con la farmacopea del tempo, ma probabilmente tale "curabilità" era dovuta più al fatto che il suo morso é abbastanza raramente letale per un uomo adulto che non alle terapie di allora.

Un dato interessante riguardante il veleno di questo rettile è quello relativo agli studi effettuati sulla sua eventuale utilità nella cura dei tumori.

Molti veleni di serpente sono stati analizzati a tal fine, da quelli di vari cobra a quello di Trimeresurus flavoviridis, che dimostrò di poter inibire la crescita delle cellule tumorali del sarcoma del topo, del melanoma e dell’epatocarcinoma, almeno “in vitro”.

In seguito (2003) uno studio condotto sul veleno della ceraste dell’Egitto, dimostrò che alcune sue frazioni avevano una forte attività killer sulle cellule tumorali in vitro.

Molto resta ancora da fare nello studio dei veleni di serpente che, come molti altri veleni, nelle dosi appropriate o selezionando di essi solo determinate frazioni, possono trasformarsi in farmaci atti a sconfiggere patologie mortali, ma le difficoltà di tale utilizzo stanno non tanto nella scarsa disponibilità o nella complessità dei veleni, quanto nella scarsa omogeneità degli stessi, dal momento che esemplari diversi della stessa specie o popolazioni semplicemente separate geograficamente, possono mostrare differenze di composizione e di meccanismo d’azione anche rilevanti.

Nomi comuni : Inglese: Desert horned adder; Francese: Vipère à cornes; Tedesco: Wüsten-Hornviper; Nomi locali: Lefaa, Zus, Takelt.

 

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