Coragyps atratus

Famiglia : Cathartidae

 

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Testo © Dr. Gianfranco Colombo

   

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Come sottolinea il nome scientifico, il Coragyps atratus è un avvoltoio atipico che ricorda per molti aspetti i corvi. Da un lato per il colore funereo, a parte un po’ di bianco sulle remiganti primarie e l’iride rossastro, e poi quel loro modo particolare di volare, con rapidi scarti d’ala laterali, agili impennate e ripide cabrate © Giuseppe Mazza

L’Urubù dalla testa nera o Avvoltoio nero americano ( Coragyps atratus – Bechstein 1793) appartiene all’ordine dei Cathartiformes ed alla famiglia dei Cathartidae ed è l’unica specie appartenente al genere Coragyps.

L’ordine dei Cathartiformes raggruppa al suo interno tutti i cinque generi e le sette specie di avvoltoi che vivono nel nuovo mondo, dopo la separazione dall’ordine degli Accipitriformes dove venivano inclusi tutti i rapaci necrofagi presenti sul nostro pianeta.

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Comune nel Nuovo Mondo, è presente dagli Stati Uniti orientali e meridionali all’Argentina ed il Cile centrale, meno l’area patagonica e la parte sud del continente americano © Giuseppe Mazza

Alla nuova classificazione tassonomica ancor oggi non da tutti accettata, si è pervenuti dopo varie valutazioni che prendevano in considerazioni alcune caratteristiche proprie di questi uccelli che li facevano convergere, per alcuni loro comportamenti e particolari morfologici, non solo ai Falconiformes ma anche ai Ciconiiformes.

Dita centrali molto allungate e parzialmente palmate, abitudine ad urinarsi sulle zampe per rinfrescare il corpo durante le giornate calde, distensione delle ali durante le soste per riscaldarsi e disinfettare il piumaggio ai raggi del sole, peculiarità proprie delle cicogne abbinate naturalmente ad un corpo e ad una alimentazione da rapace necrofago.

In ogni modo l’esatta tassonomia degli avvoltoi americani rimane tuttora non ben definita e non è detto che con nuovi studi e ricerche genetiche, si arrivi nel futuro ad una nuova ed ancor diversa classificazione.

Già l’attività di avvoltoio comporta per questi uccelli la pessima nomea di divoratore di carogne collocandoli in una categoria non certo all’altezza degli altri volatili generalmente dotati di una leggiadra livrea e spesso di capacità di canto notevoli ma questo urubù, insieme al suo consimile Urubù dalla testa rossa o dal collo rosso ( Cathartes aura ) sono talmente sgraziati ed insignificanti quando a terra e così privi di colore da essere chiamati localmente, confondendoli fra loro, avvoltoi tacchino.

In effetti il loro collo, come vedremo, è privo di piume e rugoso e caruncolato come un tacchino ma a questa caratteristica aggiunge anche il modo di camminare dondolato e sgraziato.

Il nome urubù usato localmente in alcuni paesi sudamericani per indicare questo avvoltoio, deriva da un termine di lingua Tupi che significa semplicemente uccello nero.

Ancora in alcune aree del Sudamerica viene chiamato cuervos = corvo giustappunto per indicarne la somiglianza ed il comportamento.

L’etimologia del binomio scientifico trae invece origini dal greco per il genere Coragyps, fusione dei termini “corax” = corvo e “gups” =avvoltoio per indicarne le caratteristiche ambigue di questo uccello. Il nome della specie, atratus, viene invece dal latino “ater” = vestito di scuro, nero, per il colore della livrea. Particolare l’origine delle terminologie Cathartiformes - Cathartidae date rispettivamente all’ordine ed alla famiglia di questo rapace, termini ripresi dal greco “kathartes” = purificatore, con chiaro riferimento al compito ingrato assegnato a questi uccelli, di divorare e purificare l’umanità dalle infestanti carogne di animali morti.

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I locali lo chiamano spesso avvoltoio tacchino per il collo privo di piume, rugoso e caruncolato, il gonfiarsi tondeggiando al sole per sterilizzare le piume, ed il suo modo sgraziato di camminare © Giuseppe Mazza

In Europa viene chiamato: Black Vulture in inglese, Urubu noir in francese, Zopilote Negro in spagnolo, Urubu-de-cabeça-preta in portoghese, Rabengeier in tedesco e in Giappone simpaticamente kurokondoru.

Zoogeografia

L’urubu dalla testa nera è assai diffuso in tutto il continente americano, con un areale che copre larga parte degli Stati Uniti orientali e meridionali e senza soluzione di continuità fino all’Argentina ed il Cile centrale, tralasciando l’area patagonica e la parte sud del continente.

E’ un uccello sedentario e non effettua vere migrazioni se non brevi spostamenti erratici per la ricerca del cibo o per sfuggire a momentanee situazioni metereologiche avverse.

E’ facilmente confondibile con il cugino urubù dal collo rosso, con cui condivide pienamente l’areale anche se quest’ultimo si allarga ulteriormente, occupando altresì la parte estrema della Patagonia e totalmente gli Stati Uniti al nord.

Sono state identificate tre sottospecie che abitano rispettivamente la parte nord dell’areale ( Coragyps atratus atratus ), la Cordigliera delle Ande ( Coragyps atratus foetens ) e la parte sud del territorio ( Coragyps atratus brasiliensis ).

Va ribadito che l’urubù dal collo rosso, seppur morfologicamente molto somigliante, non ha caratteristiche attinenti al nostro urubù e tassonomicamente appartiene al genere Cathartes.

Ecologia Habitat

La sua attività di uccello necrofago è largamente condivisa con il consimile urubù dalla testa rossa del quale sfrutta l’incredibile ed ormai accertata capacità olfattiva che lo porta a scoprire carogne anche nel denso delle foreste tropicali anche solo sorvolandole a notevole altezza.

Si pensa che il nostro urubù non sia invece dotato di questa capacità, peraltro alquanto rara nel mondo degli uccelli ma che lo segua assiduamente durante i voli di ricognizione aerea conoscendone le caratteristiche.

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E’ un uccello sociale che vive generalmente in folti gruppi in particolare nei dormitori ma anche durante l’alimentazione quando si riunisce numeroso attorno alle carogne © Giuseppe Mazza

Come tutti gli uccelli appartenenti a questo raggruppamento, vive cibandosi di carogne che cerca metodicamente stando alto in volo insieme ad altre specie necrofaghe, a volte in gruppi molto numerosi condividendo ed aiutandosi nel ritrovamento delle carcasse. Questo urubù è in grado di uccidere i piccoli animali appena nati e viene spesso incolpato e quindi cacciato, per i presunti danni provocati agli allevamenti bovini. Sembra infatti in grado, raggruppandosi in bande numerose, di ammazzare i piccoli vitelli. Si nutre anche di uova rubate dai nidi, di piccoli mammiferi, rettili ed uccelli terricoli.

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Per trovare il cibo volteggia spesso osservando gli altri rapaci, specialmente il Cathartes aura, una specie affine, con areale spesso sovrapposto, dotata di un fiuto eccezionale per i cadaveri © Giuseppe Mazza

Anche se l’habitat ideale di questo uccello sono le zone aride e steppose, vive in ogni ambiente spaziando sembra senza alcun problema, dagli altipiani della cordigliera andina, alle foreste amazzoniche, dalle aree costiere ai centri abitati.

In questi ultimi ha poi trovato un ambiente ideale non temendo in alcun modo la presenza umana usufruendo quindi delle discariche cittadine e degli scarti e rifiuti della moderne attività umane.

In alcune città del centro e sudamerica è diventato praticamente un uccello cittadino con colonie stabilmente urbanizzate ed a volte dannose per la circolazione aerea quando prossima agli aeroporti.

Morfofisiologia

L’urubù dalla testa nera è un rapace di medie dimensioni, ben distante dai tradizionali ed immensi avvoltoi euroasiatici. Ha tuttavia un’apertura alare di 160 cm, un peso di oltre 2 kg ed una lunghezza di 70 cm.

Ha una forte manovrabilità nel volo, con rapidi movimenti e facilità di controllo delle correnti ascensionali. Al contrario dei tipici avvoltoi, ha un volo meno rigido e statico ed è in grado di effettuare rapidi scarti d’ala laterali, agili impennate e ripide cabrate che lo rendono più simile ai grossi corvi.

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Ma questo non certo splendido spazzino americano attacca anche piccoli mammiferi, rettili ed uccelli terricoli, per non parlare dei tempi moderni con le discariche e i rifiuti delle attività umane © G. Mazza

In effetti ha ali proporzionatamente piccole rapportate alle sue dimensioni, piuttosto corte ed arrotondate e coda anch’essa poco pronunciata.

Il colore della livrea non è contrassegnato da particolari colori ma da un generale e cupo nerastro che copre sia il corpo e, con tendenza ad un grigiastro olivaceo, le parti nude del collo, della testa e delle zampe.

Unica distinzione è una macchia bianca che appare quando in volo in corrispondenza delle remiganti primarie e l’occhio di un bel colore rosso cupo visibile naturalmente solo a distanza ravvicinata.

La pelle nuda del collo e della testa risulta molto raggrinzata e rugosa sin da giovane, come butterata e pustolosa, di aspetto poco invitante in particolare quando ancora ricoperta da avanzi e dal sangue del cibo appena consumato.

I piedi sono larghi e piatti, con dita poco unghiate di cui le due anteriori molto allungate e come detto, leggermente palmate, quindi zampe inadatte a ghermire ed afferrare la preda.

Il becco non è robusto e massiccio come nei tipici avvoltoi ma piuttosto fine ed affusolato ed alquanto simile a quello del nostro Capovaccaio (Neophron percnopterus), con punta uncinata e con narici perforanti prive di setto nasale che collimate lateralmente, lasciano intravvedere la parte opposta.

Il volo dell’urubù è particolare e caratteristico, con rapidissimi battiti ad ala rigida intervallati da planate poco lineari, alternate a loro volta da improvvise sbandate laterali, come osservabile nei nibbi europei ( Milvus sp. ).

Come fecero gli antichi egizi con il capovaccaio che è indicato nei loro geroglifici come uccello sacro, anche il popolo Maya cita spesso l’urubù nei loro antichi codici indicandolo come simbolo della morte.

L’urubù non è dotato di siringe per cui non ha possibilità di emettere suoni o versi particolari. Unico rumore è il tipico sibilo di difesa quando in fase di alimentazione ed un grossolano grugnito quando in gruppo o prossimo al nido.

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Il Coragyps atratus è un uccello monogamo che si riproduce solo una volta l’anno © Giuseppe Mazza

Etologia Biologia riproduttiva

Essendo un uccello relativamente piccolo tra i necrofagi, questo uccello si trova spesso a subire la pressione dei suoi consimili quando sui luoghi di alimentazione e forse questo è stato il motivo della maggior diversificazione della sua alimentazione.

Spesso per difendersi dagli attacchi di predatori o quando si sentono in pericolo, questi uccelli rigurgitano il cibo ingollato per allentare l’attacco ma anche per alleggerire il proprio peso e facilitarsi la fuga.

Anche questo un comportamento mutuato da alcuni uccelli marini quando assillati dagli attacchi degli skua ( Stercorarius sp. ).

E’ un uccello sociale e vive generalmente in folti gruppi in particolare nei dormitori ma anche durante l’alimentazione quando si riunisce numeroso attorno alle carogne.

L’urubù è monogamo e nidifica una volta l’anno, in date variabili secondo la latitudine e le condizioni metereologiche dei luoghi dove vive.

Pone il nido generalmente in caverne su rocce scoscese mai ad altezze apprezzabili oppure in ambienti boscosi, in anfratti di vecchi tronchi ma anche per terra ai piedi di una roccia o di un grosso tronco.

D’abitudine non usa apportare al nido alcun materiale, fruendo direttamente del substrato presente ma occasionalmente ed in particolare in questi ultimi decenni, si sono visti nidi adornati con pezzi di materiale plastico colorato o oggetti di metallo lucente naturalmente senza alcun scopo di protezione.

Depone abitualmente due uova di colore biancastro macchiate di bruno scuro che vengono covate da entrambi i genitori per circa 40 giorni.

I piccoli vengono nutriti per circa due mesi con cibo rigurgitato ma pur lasciando il nido dopo tale periodo, non sono ancora totalmente indipendenti nel volo e rimangono nelle vicinanze per alcune settimane.

Nidificando a terra le nidiate sono spesso soggette, quando presenti uova o piccoli appena nati, a rapina da parte di animali terrestri quali procioni, volpi o coyote mentre quando i piccoli si irrobustiscono diventano aggressivi e raramente soccombono a questi attacchi.

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Il nido è sempre ben nascosto in caverne su rocce scoscese o nel folto della foresta. Vengono deposte 2 uova, covate anche dal maschio per 40 giorni. I piccoli vengono nutriti con cibo rigurgitato per circa 2 mesi, ma pur lasciando il nido non sono ancora totalmente indipendenti nel volo e rimangono nelle vicinanze per alcune settimane © Giuseppe Mazza

Sebbene presente numeroso in tutto il territorio occupato e collocato fra le specie a minor rischio, l’urubù dalla testa nera, per le sue funzioni di “purificatore” dell’ambiente, gode di buona protezione in tutto il suo areale.

Una curiosità già rilevata anche per altri avvoltoi, riprende l’osservazione che lo sterco di questi uccelli sparso sul terreno, abbia l’effetto di un diserbante, danneggiando la vegetazione ed uccidendo piante ed arbusti.

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I nidi posti al suolo sono attaccati da procioni, volpi e coyote, ma la specie non è in pericolo ed è accettata dall’uomo come “purificatore” dell’ambiente, in conformità con i nomi scientifici di Cathartiformes e Cathartidae attribuiti all’ordine ed alla famiglia di questo piccolo rapace, dal greco “kathartes” che significa appunto purificazione © Giuseppe Mazza

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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