Crocodylus moreletii

Famiglia : Crocodylidae

Sottofamiglia : Crocodylinae

 

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Testo © DrSc Giuliano Russini - Biologo Zoologo

 

 

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Il Crocodylus moreletii conta solo 10.000-20.000 unità, ma è a basso rischio d’estinzione © Giuseppe Mazza

Il Coccodrillo messicano o Coccodrillo di Morelet ( Crocodylus moreletii - Bribron & Dumeril, 1851 ) è un loricato afferente all’ordine dei Coccodrilli (Crocodylia), alla famiglia dei Coccodrillidi (Crocodylidae), alla sottofamiglia dei Coccodrillini (Crocodylinae) e al genere Coccodrillo ( Crocodylus ).

Il termine "crocodylus", come più volte ripetuto, deriva dal greco antico e significa “ciottolo a forma di verme”, il termine "moreletii" significa “di Morelet”, dal nome del biologo francese P.M.A. Morelet ( 1809-1892 ), che ne fu lo scopritore nel 1850 in Messico, durante le sue spedizioni scientifiche in America centrale e del sud.

In inglese i nomi comuni sono Morelet’s crocodile, Soft belly, Mexican crocodile, Central American crocodile, Belize crocodile, Belize alligator, in francese Crocodile de Morelet, in spagnolo Cocodrilo de Morelet, Cocodrilo de Pantano, Lagarto de El Petén, Lagarto Negro, Lagarto Pantanero, Lagarto Panza.

La CITES lo inserisce nell’Appendice I, mentre la IUCN ne stabilisce uno status di “basso rischio, funzione della qualità di conservazione”, ovvero LRcd ( Low Risk, conservation dependent ). I biologi stimano a oggi, una popolazione di 10.000-20.000 unità.

In sostanza, recenti censimenti identificano una popolazione a bassa densità, che è ben lontana dai suoi valori storici; programmi di conservazione a dimensione sia nazionale, che internazionale sono attualmente in atto.

Zoogeografia

Endemico del Messico, Belize e Guatemala.

Ecologia-Habitat

Vivono principalmente nelle acque dolci lentiche come laghi, paludi d’acqua dolce, paludi boschive, lagune e pozze d’acqua. Recentemente, sono stati avvistati anche in acque salmastre litoranee, dimostrando una certa tolleranza all’aumento di salinità. Spesso i subadulti si rivestono di alghe.

Il coccodrillo messicano è una specie di loricato soggetto al fenomeno dell’estivazione, cioè durante la stagione asciutta tende a rinchiudersi in buche riempite d’acqua, abbassando il metabolismo e quindi le sue richieste nutritive.

La serie ecologica del Crocodylus moreletii tende a sovrapporsi a quella del Coccodrillo americano ( Crocodylus acutus ), le interazioni tra queste due specie sono poco conosciute.

I piccoli si nutrono di vertebrati acquatici, pesci di piccole dimensioni ed anfibi.

Crescendo, la taglia delle prede cresce, gli adulti si nutrono di lumache d’acqua dolce, pesci di grandi dimensioni ad esempio ciclidi, rettili tra cui anche le tartarughe del genere Kinosternon, dette tartarughe del fango ( tartarughe d’acqua dolce, vedi scheda Chelonia ), di cui ne rompono il carapace, di uccelli e piccoli mammiferi; è una specie piuttosto vorace.

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Raggiunge i 3 m, nutrendosi di prede proporzionate alla taglia, tartarughe incluse © Giuseppe Mazza

C’è da dire che fino al 1920, il Coccodrillo messicano ( Crocodylus moreletii ), veniva ancora confuso con il più noto Coccodrillo americano ( Cro- codylus acutus ) ed il Coccodrillo cubano ( Crocodylus rhombifer ) e che solamente a partire dal 1930 questo loricato ha assunto uno status di buona specie; ciò ha quindi impedito un corretto censimento prima degli anni ’30 del secolo XX.

Ad oggi, è evidente il declino demografico di questo coccodrillo, come riflesso negativo dell’intensa caccia a cui è stato soggetto fino agli anni ’50 del secolo scorso, oggi ancora presente come bracconaggio, in quanto non avendo “osteodermi ventrali” ha una pelle che si concia molto bene; a questa pressione umana diretta, si aggiunge una seconda pressione prodotta sempre dall’essere umano indirettamente, modificando l’ambiente mediante deforestazione, urbanizzazione e inquinamento delle acque.

In Belize, i fenomeni d’urbanizzazione opera di un aumento della densità di popolazione, sono la causa principale del declino di questo rettile; anche in Messico che è la regione geografica in cui probabilmente è originata la specie, ove quindi è più distribuita, si cominciano ad osservare forti decrementi.

Malgrado ciò, esistono eccezioni a questo fenomeno, come nel caso della Riserva della Biosfera di Sian Kaán-Yucatan, in Messico, dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

In questo paradiso biologico, il numero di esemplari di coccodrillo messicano sono in aumento.

C’è da aggiungere che i dati disponibili, per conoscere lo “status” in natura di questo splendido coccodrillo, sono scarsi, sopratutto nel caso del Guatemala.

Programmi d’allevamento ex-situ, sono attivi da qualche anno mediante le “crocodile farms”, con risultati ambigui; queste stazioni biologiche d’allevamento, sono considerate spesso pericolose, perché si possono verificare fughe di esemplari di questo vorace coccodrillo, che trovandosi in un’area geografica diversa da quella da dove sono stati prelevati, possono creare problemi alla fauna locale o entrare in competizione con altre specie di coccodrillo.

In Messico ad esempio, gli esemplari sfuggiti, sono entrati in competizione con quelli di coccodrillo americano legittimante presenti in quei luoghi da anni.

Dati sulla biologia e l’ecologia della specie, via, via stanno aumentando, i biologi attivano anche programmi di gestione ecosostenibile per questa specie e, anche in Belize e Guatemala, si stanno avviando delle crocodile farms, con tutti i rischi del caso.

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Nella stagione secca cade in letargo estivo, ed ha ossa cave per galleggiare meglio © Giuseppe Mazza

Morfofisiologia

E’ una specie relativamente piccola: i maschi non superano i 3,0 m di lun- ghezza, e le femmine sono leggermente più piccole.

Il muso è piuttosto largo per un coccodrillo, la colorazione è simile a quella del coccodrillo americano, ma con una tonalità più scura.

Un castano-grigiastro con un bendaggio più scuro e macchie sul corpo e la coda.

L’iride dell’occhio è castano-argentea. Le scaglie su corpo e sul collo sono abbastanza robuste.

I piccoli della specie hanno una colora- zione giallo brillante, con bendaggio nero. I coccodrilli come è ben noto sono “diapsidi”, cioè presentano due fori/ finestre nella parte latero-posteriore del cranio.

Questo è un carattere di primitività della specie, ma modifiche evolutive e su tema sono state trovate in questi animali: per esempio manca il “forame parietale”, associato ad un organo “fotosensibile”, tipico di molti rettili primitivi, e le ossa dello scheletro contengono spazi riempiti d’aria, che gli permettono di nuotare bene, senza compromettere la robustezza e la solidità.

Hanno un totale di 66-68 denti, così suddivisi 5 premascellari; 13-14 mascellari;15 mandibolari. Osservando esemplari in cattività di coccodrillo messicano, si osserva che i denti sporgono all’esterno obliquamente e disordinatamente; nelle specie in natura i denti si proiettano verticalmente verso la mascella opposta, cioè dal basso verso l’alto per quelli della mascella inferiore e, dall’alto verso il basso verticalmente, per quelli superiori.

La morfologia dei denti, dice molto al biologo su cosa si nutre un animale; nel caso del Crocodylus moreletii, i denti posteriori, o mandibolari, sono a corona più schiacciata, questo significa che vengono utilizzati per frantumare i gusci, come quelli delle lumache acquatiche o i carapaci delle tartarughe di fango.

Una caratteristica particolare di questa specie, è la presenza di un angolo rigonfio nell’osso mascellare inferiore, che permette al decimo dente del mascellare superiore di alloggiarvi perfettamente. Capita che alcuni esemplari delle varie specie di coccodrillo ( compreso quello messicano ), che vivono in cattività e che sono non gestiti da biologi, ma da personale non qualificato, vivono in ambienti troppo ristretti, per cui possono, sbattendo il muso, rompersi i denti, che ricresceranno purché non si danneggi l’alveolo. Tutti i loricati cambiano continuamente i denti, per tutta la vita, solitamente ne nasce uno nuovo ogni due mesi; un altro motivo del perché un dente può cadere, è l’assenza di calcio nella dieta dell’animale.

Etologia-Biologia Riproduttiva

Vengono costruiti nidi o su ammassi di essenze vegetali, o sui banchi sabbiosi, indipendentemente dall’acqua che durante le stagione delle piogge può bagnarli. Le dimensioni del nido sono 3 m di larghezza e 1 m di profondità. Dopo aver deposto 20-46 uova, la femmina lo sigilla e monta la guardia per tutto il periodo d’incubazione, che dura circa 80 giorni. Sono stati trovati anche nidi misti, con uova di più femmine.

In prossimità della schiusa, la madre risponde al richiamo dei piccoli riaprendo il nido con le possenti zampe per favorirne l’uscita. Poi li prende in bocca per portarli all’acqua, e qui entrambi i genitori li difenderanno dai predatori, conspecifici inclusi.

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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