Crocodylus palustris

Famiglia : Crocodylidae

Sottofamiglia : Crocodylinae

 

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Testo © DrSc Giuliano Russini - Biologo Zoologo

 

 

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Da adulto, il Crocodylus palustris si nutre anche di cervi e bufali, ma non attacca l’uomo © Giuseppe Mazza

Il Coccodrillo palustre ( Crocodylus palustris - Lesson, 1831 ) è un loricato afferente all’ordine dei Coccodrilli (Crocodylia), famiglia Coccodrillidi (Crocodylidae), sottofamiglia Cocco- drillini (Crocodylinae) e genere Coccodrillo ( Crocodylus ).

I nomi comuni con i quali viene chiamata questa specie sono numerosi, in inglese Mugger, Muggar, Marsh crocodile, Indian swamp crocodile, Broad-snouted crocodile, Makar, in spagnolo Cocodrilo marismeño, in francese Crocodile des marais, Crocodile paludéen, Crocodile palustre, in dialetto indi Äle Kimbula, Bhakuna, Dhakor Muhma, Ghoi, Gomua, Häle Kimbula, Magar.

Il nome “crocodylus”, ampiamente discusso nelle altre schede del medesimo genere, deriva dal greco antico e significa “ciottolo a forma di verme”, il lemma “palustris” deriva invece dal latino e significa “acquitrinoso”, in relazione agli ambienti tipici in cui vive. Tra in nomi comuni in inglese c’è “Mugger”, che è una forma corrotta o inglesizzata del termine indi ( o hindi ), “Magar” che significa mostro d’acqua.

Alcuni biologi di scuola asiatica, considerano l’esistenza di una razza o sottospecie il Crocodylus palustris kimbula, in riferimento alle popolazioni di questo coccodrillo presenti nello Sri Lanka, ma la maggior parte dei biologi zoologi e soprattutto la International Code for Zoological Nomenclature ( ICZN ), non l’hanno ancora ufficialmente accettata.

La CITES lo inserisce nell’Appendice I, mentre la IUCN ne definisce uno status di “vulnerabile”, ovvero VU A1a, C2a ( vulnerable ). I biologi ne stimano oggi una popolazione di 5.000-10.000 esemplari.

Zoogeografia

E’ autoctono del Bangladesh, dell’India, della Repubblica Islamica dell’Iran, in Nepal, Pakistan, Sri Lanka e forse ancora in diverse aree dell’Indocina; in quest’ultimo caso sono in corso censimenti ad opera di biologi governativi, per verificarne la distribuzione geografica.

Ecologia-Habitat

Il coccodrillo palustre vive prevalentemente nei fiumi d’acqua dolce, laghi e paludi. Nel caso dei corsi d’acqua, preferisce quelli lenti e a bassa portata, in India e Sri Lanka si è adattato anche a vivere in bacini idrografici artificiali, in canali d’irrigazione e serbatoi d’acqua.

Di tanto in tanto alcuni biologi lo hanno osservato anche in lagune ad acqua salata, dimostrando una tolleranza a un ambiente acquatico a maggior concentrazione salina.

Il Crocodylus palustris è una specie simpatrica con il Gavialis gangeticus, soprattutto in alcune aree del subcontinente indiano, ove però tendono a non condividere medesime “nicchie ecologiche” il che evita forme di competizione.

Durante la stagione secca, tende a estivare all’interno di cunicoli riempiti d’acqua da lui scavati, ove riposa a un metabolismo inferiore, con richieste nutritive più basse.

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Raggiunge i 5,5 m. La presenza di 4 o 6 file di scudi sul dorso fanno parlare di una sottospecie © Giuseppe Mazza

E’ ben dimostrato che, in circostanze sfavorevoli, possono migrare via terra percorrendo distanze notevoli, anche di diversi chilometri, alla ricerca di un ambiente più adatto.

In passato, soprattutto fino gli anni ’70 del secolo XX, la minaccia maggiore che affliggeva le popolazioni di questa specie venivano dalla pressante caccia a cui erano sottoposti per l’uso e il commercio delle pelli.

Oggi, tutti i governi delle aree geografiche in cui è localizzato, ne vietano la caccia, sebbene come sempre persistono fenomeni di bracconaggio il cui scopo è uccidere questi animali per fornire le pelli e diversi organi utilizzati nella medicina orientale; ma la pressione dell’atto venatorio, che per quanto in forma illegale esiste ancora, è molto inferiore rispetto al passato.

Attualmente invece la pressione maggiore a cui sono sottoposti, proviene dall’uccisione ad opera dei pescatori poiché questi rettili tendono a rubare il pesce intrappolato nelle reti, dal prelievo illegale di uova dai nidi per essere vendute a scopo gastronomico o ai giardini zoologici ed alle crocodile farms, dall’inquinamento degli habitat, dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione esplosive, come dalla bonifica di grandi aree per essere messe a disposizione dell’agricoltura, a causa del distrofico sviluppo economico e di crescita di popolazione umana che caratterizza alcuni di questi stati, ad esempio quelli del subcontinente asiatico e dello Sri Lanka.

I biologi suppongono che nel Myanmar e nel Bangladesh siano ormai scomparsi.

Le popolazioni maggiori si riscontrano nello Sri Lanka, ove risiede un gruppo di ben 2.000 esemplari, in India invece sono presenti circa 3.000-5.000 esemplari, ma sono ripartiti in più di 50 piccole popolazioni.

Fino al 1975 in India erano molto attivi programmi di conservazione della specie “Survival Species Programs” ( SSP ), o “Endangered Species Programs” ( ESP ), mediante la creazione di stazioni nelle quali se ne garantiva la riproduzione sia mediante accoppiamento naturale, che mediante inseminazione artificiale; a queste procedure faceva seguito, dopo un periodo di allevamento ex-situ, la liberazione degli esemplari in natura, in modo da ripopolare le varie aree dove erano ridotti o addirittura scomparsi; furono create oasi e riserve biologiche protette dove ospitarli.

Ma ad un certo punto, il successo di questi progetti ne ha aumentato troppo il numero, in concomitanza con la crescente riduzione delle aree disponibili, e ciò ha indotto il governo indiano a bloccare la riproduzione e l’allevamento in cattività con il commercio sia di esemplari adulti, che delle uova.

In altri stati, come ad esempio in Pakistan, questi programmi procedono invece ancora oggi a pieno regime.

I piccoli di questa specie, si nutrono principalmente di artropodi acquatici, piccoli pesci e anfibi, mentre gli adulti si nutrono sia di pesci di grandi dimensioni, di anfibi, rettili ( sia serpenti che tartarughe ), di mammiferi ( comprese le scimmie ) ed anche di maiali e cervi. Alcuni biologi hanno persino documentato l’attacco, da parte di un grosso esemplare, a un Bufalo d’acqua ( Bubalus bubalis ).

Morfofisiologia

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Ricorda l’alligatore per il muso squadrato e l’ecologia. Si contano solo 5.000-10.000 esemplari © Giuseppe Mazza

I piccoli hanno una livrea brillante, che presenta un bendaggio a croce sul corpo e la coda.

Gli adulti sono grigio scuro e presentano un bendaggio residuo.

I biologi definiscono questa specie medio-grande. I maschi raggiungono in natura 4,6-5,5 m di lunghezza, le femmine sono un po’ più piccole.

Il muso è il più largo tra tutte le specie afferenti al genere Crocodylus, tanto da dargli l’aspetto di un alligatore.

Sono presenti degli scudi molto larghi intorno alla gola, questi possono assolvere a una funzione protettiva quando nuota nelle aree acquitrinose, similmente a quanto accade nell’ Alligatore del Mississippi ( Alligator mississippiensis ).

I biologi hanno notato che il coccodrillo palustre ha una ecologia molto simile a quella dell’alligatore del Mississippi, il che si riflette in una simile morfologia.

Questo loricato ha quattro scaglie, relati- vamente grandi, postoccipitali, immediatamente dietro la testa. Le scaglie nucali, presenti in prossimità dell’attacco del collo, sono abbastanza grandi e organizzate a formare un quadrato, fiancheggiato per ogni lato da due scudi.

Presenta quattro file longitudinali di scudi che percorrono tutta la schiena. Gli esemplari dello Sri Lanka ne hanno sei, e da qui è nato il suggerimento relativo all’esistenza di una razza o sottospecie il Crocodylus palustris kimbula. Comunque la considerevole variabilità nella disposizione nello schema delle scaglie nucali, rende difficile utilizzarlo come metodo per identificare l’eventuale presenza di razze. Possiede 66-68 denti, di cui 4 ( più raramente 5 ) sono premascellari; 14 mascellari; 15 mandibolari.

Malgrado il termine Mugger che deriva dall’indi Magar, ovvero mostro d’acqua, il coccodrillo palustre è una specie abbastanza socievole ed in India, come per il gaviale del Gange, la popolazione s’immerge nelle acque dove è presente senza rischiare attacchi.

Etologia-Biologia Riproduttiva

Le femmine raggiungono la maturità sessuale ad una taglia corrispondente a 1,7-2,0 m ( circa sei anni di età ), i maschi raggiungono la maturità intorno ai 2,6 m di lunghezza ( circa 10 anni di età ).

Il nido, che è una buca, viene scavato dal maschio durante la stagione secca, da dicembre a febbraio. L’ubicazione è molto variabile, ma in genere si trova sui banchi sabbiosi inclinati. La femmina vi depone solitamente 25-30 uova bianche ( anche se possono variare da 10 a 48 ). In cattività si sono osservate anche due deposizioni all’anno, ma in natura questo non è stato ancora accertato. Il periodo d’incubazione oscilla tra i 55-75 giorni, i piccoli alla nascita misurano circa 30 cm.

I biologi hanno studiato l’effetto della temperatura sulla sex ratio della prole, detta “Determinazione del Sesso Temperatura Dipendente della Prole” ( DST ), in inglese “Temperature-Dependant Offspring Sex-Determination” ( TSD ).

Questi studi hanno determinato che a una temperatura di 32,5 °C, la covata produce solo maschi, a temperature inferiori o superiori a questa, nascono una percentuale maggiore di femmine; i nascituri saranno solo femmine per temperature d’incubazione di 28 o 31 °C.

La madre monta la guardia al nido ed al momento della schiusa aiuta i piccoli ad uscire, portandoli con la bocca in acqua. Il maschio assume questo comportamento in cattività.

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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