Crocodylus porosus

Famiglia : Crocodylidae

Sottofamiglia : Crocodylinae

 

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Testo © DrSc Giuliano Russini - Biologo Zoologo

 

 

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Un Coccodrillo marino (Crocodylus porosus) digerisce il lauto pasto al sole, nel suo ambiente preferito, accanto alle mangrovie © Giorgio Venturini

Il Coccodrillo marino o poroso o estuarino ( Crocodylus porosus - Schneider, 1801) è probabilmente il più grande rettile e, nello specifico, coccodrillo del pianeta Terra, oltre che uno dei più aggressivi. Può competere con lui, per le dimensioni, solo il Gaviale del Gange ( Gavialis gangeticus ) e per l’aggressività il Coccodrillo del Nilo ( Crocodylus niloticus ); infatti sia il marino, che il coccodrillo del Nilo, sono oltre che degli “Apex-predatori” ( cioè in cima alla catena alimentare nelle aree dove vivono ) anche dei mangiatori di uomini, alla stregua di leoni e tigri per quanto riguarda i mammiferi carni- vori. Questo terrificante e gigantesco lorica- to afferisce all’ordine dei Coccodrilli (Crocodylia), famiglia dei Cocco- drillidi ( Crocodylidae ), sottofami- glia Coccodrillini ( Crocodylinae ), genere Coccodrillo ( Crocodylus ).

Il lemma “crocodylus”, già discusso nelle altre schede dei membri del medesimo genere, deriva dal greco antico e significa “ciottolo a forma di verme”, il termine “porosus”, significa “pieno di callosità”, deriva dal greco antico “porosis” ( per callosità ) e dal termine latino “osus”, cioè “pieno di”, riferito alla superficie rugosa del muso degli adulti.

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E’ un apex predatore, quando è adulto cioè non ha rivali. Meglio non incontrarlo in acqua © Giuseppe Mazza

I nomi comuni inglesi sono Australian saltwater crocodile, Estuarine crocodile, Saltie (nomignolo dall’inglese australiano), Singapore small grain (forse perché richiama la morfologia del Coccodrillo siamese ( Crocodylus siamensis), Indopacific crocodile (accettato solo in Indocina), Rawing crocodile, Sea-going crocodile, Man-eating crocodile, Subwater crocodile e a secondo dell’area geografica ove si trova, esistono numerosi modi di chiamarlo in funzione dei diversi dialetti delle popolazioni indigene, per cui gli aborigeni australiani lo chiamano Pukpuk, in inglese australiano viene chiamato anche Gator (per distinguerlo dall’ Alligator mississippiensis), nei vari dialetti indigeni indopacifici viene chiamato Baya, Buja, Buaya muara, Gorekeya, Gatta Kimbula, Jara Kaenumken, Kone huala, Pita Gatteya.

Alcuni biologi australiani e delle isole Figi hanno proposto l’esistenza di una sottospecie o razza del coccodrillo marino, chiamata Crocodylus porosus minikanna, ma non accettata dalla maggior parte dei biologi erpetologi, compresi quelli della International Code for Zoological Nomenclature ( ICZN ).

All’interno delle crocodile farms si sono osservati interessantissimi fenomeni d’ibridazione tra il Coccodrillo marino ( Crocodylus porosus ) ed il Coccodrillo siamese ( Crocodylus siamensis ). Questo può significare sia una certa vicinanza filogenetica tra queste due specie, sia che possono derivare da un progenitore comune. La prole prodotta è sterile, quindi tale ibridi vanno a detrimento, indebolendole, delle linee di sangue puro delle due specie.

La CITES inserisce questa specie nell’Appendice I, tranne che in Papua Nuova Guinea e in Australia, ove è inserito nell’Appendice II; la IUCN ne definisce uno status di “basso rischio”, LRIc ( Low Risk, per ora ).

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Osserva, mimetizzato fra luci ed ombre, e attacca poi senza scrupoli. Durante la seconda guerra mondiale, nel 1945 sull’isola di Ramtree, in Birmania, circa 1000 soldati giapponesi, per sfuggire agli inglesi, si addentrarono in una zona paludosa, ignorando che era infestata da questi coccodrilli, che ne hanno fatto strage © Giorgio Venturini

In sostanza, questa specie di loricato ha una buona densità di popolazione per ora in Australia e Papua Nuova Guinea, mentre nelle altre numerose aree geografiche ove è di casa, le popolazioni sono piuttosto ridotte.

I biologi calcolano che attualmente la popolazione consti di 200.000-300.000 esemplari, nella sezione di Ecologia-Habitat verranno elencate tutte le eventuali condizioni ambientali che modulano la sua densità di popolazione.

Zoogeografia

Anche se la distribuzione geografica è limitata all’area Indopacifica ( Indomalese, Indocinese ) ed Oceanica ( Australia ), data la frammentazione geografica del posto lo si ritrova in numerosi luoghi.

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Non teme certo l’uomo, e ciò fu l’alibi per una caccia spietata © Giuseppe Mazza

E’ presente a densità variabile in Australia, Cambogia, Cina, Bangladesh, Brunei, Myanmar ( Burma ), India incluse le isole Andamane, Indonesia, Malesia, Papua Nuova Guinea, Palau ( isole Caroline, Micronesia ), Filippine, Singapore, Sri Lanka, isole Salomone, Isole Marchesi, Thailandia, Vanuatu ( ex-Nuove Ebridi nel periodo coloniale ) nei banchi di isole ed in Vietnam.

Poi, data la sua grande abilità nel saper nuotare in mare aperto anche per numerosi chilometri, donde uno dei suoi nomi comuni, ne sono stati trovati singoli esemplari anche lungo le coste del Giappone e delle isole Figi, come lungo le coste delle isole dell’Oceano Indiano.

In alcuni esemplari i biologi hanno osservato sulle scaglie della schiena la presenza di crostacei cirripedi, come i Denti di cane ( Balanus amphitrite ), gli stessi che ricoprono gli scafi delle imbarcazioni o la pelle di varie specie di balene, abitanti permanenti del mare.

Dato che il fissaggio di questi crostacei necessita tempi lunghi, sono la prova che il Crocodylus porosus può realmente percorrere migliaia di chilometri in mare e passarvi anche tempi molto lunghi, senza risentirne affatto.

Storicamente, fino agli anni ’30 del secolo scorso, era presente anche nelle isole Seychelles, ove è ormai del tutto estinto.

Ecologia-Habitat

Come implica il nome comune di coccodrillo marino, questo loricato tollera molto bene acque a elevata salinità, sia di mare, che delle foci o dei delta dei fiumi, nelle lagune ad acqua salata, nelle aree a Mangrovie e litoranee, dove sono stati spesso avvistati. Si possono però trovare anche in sistemi d’acqua dolce: fiumi, laghi, plaudi, o nelle Billabongs ( detti anche Oxbow lakes in inglese australiano ), piccoli laghetti australiani a forma di U che si formano nei meandri di corsi fluviali maggiori.

La presenza in un corso d’acqua o l’altro dipende dall’età dell’animale, dai suoi spostamenti tra la stagione asciutta e quella piovosa e dallo stato sociale che riveste. I piccoli vengono allevati in corsi o bacini idrografici d’acqua dolce, mentre i subadulti vengono forzati ad abbandonare queste aree da un adulto dominante, che le usa come “nurseries”, lo stesso destino accade per un subordinato. Sia i subadulti che i subordinati ( le due categorie sovente coincidono ), sono costretti spesso a muoversi in corsi o bacini idrografici d’acqua salata in aree marginali.

Lungo le aree marine litoranee, questi rettili nuotano alla ricerca di un fiume per stabilire il loro territorio. Alcuni possono anche insediarsi in corsi d’acqua in controcorrente, detti "Upstreams", dove le acque sono più salate. Se un subadulto o un subordinato si ostina a non lasciare l’area dove è presente un dominante, non è raro che venga ucciso.

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Ora è protetto, specialmente in Autralia dove si contano oltre 100.000 esemplari in ambienti idonei dove non sono un problema per i locali o la fauna esistente © Venturini

Molte specie di coccodrillo sono da sempre considerate mangiatori d’uomini, questo per alcune è falso, mentre per altre senza ombra di dubbio è vero! Il coccodrillo marino è un mangiatore d’uomini estremamente pericoloso, e sono stati registrati numerosi attacchi all’essere umano da parte di questo gigantesco loricato, che se non hanno ucciso il malcapitato, lo hanno sicuramente mutilato molto severamente e in maniera permanente.

Ciò ha contribuito a creare un clima di terrore e antipatia nei confronti di tante specie di coccodrilli. Da una parte è comprensibile, in vari casi è esagerato. L’essere umano ha un indubbio “vizio di presunzione”: si crede spesso indistruttibile, e la sua presuntuosa imprudenza lo fa cadere preda non solo dei coccodrilli marini, ma anche di leoni e tigri, per non parlare degli incidenti mortali causati da animali che non predano certo l’essere umano, come rinoceronti, elefanti, serpenti velenosi, ecc.

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Come il gaviale, può raggiunere forse i 7 m, ma in media misura 5-6 m, col peso di una tonnellata © Giuseppe Mazza

D’altronde, come si fa a ragionare con chi pensa di poter combattere a mani nude con un leone, una tigre, un orso o un coccodrillo del Nilo o marino; e quanti giganti umani hanno lasciato la pelle per questo vizio di presunzione!

Ma tale negatività dettata da questi episodi, rende nel contempo difficile poter approntare programmi di conservazioni nei confronti di specie che i non biologi considerano “inutili” perché pericolose, come se il biologo che volesse attivare un progetto di conservazione del coccodrillo marino, stesse in realtà attivando un progetto di conservazione del “bacillo dell’antrace” o dell’ormai estinto “virus del vaiolo”.

Nel caso poi del Crocodylus porosus, l’assenza di osteodermi ventrali e le dimensioni ragguardevoli del ventre che permettono di ottenere notevoli quantità di pelle facile da conciare, ha prodotto in passato una notevole pressione venatoria, portandolo a limite d’estinzione; d’altronde le persone comuni vedevano nella caccia di questo animale anche un modo di sbarazzarsene.

Questa caccia incontrollata tra il 1945 e il 1970, ha portato alla morte migliaia di esemplari di coccodrillo marino, ed in molte aree, tra cui l’Australia, ha rischiato l’estinzione.

Sebbene oggi la caccia a questo rettile sia illegale, permane ancora il bracconaggio, che sommandosi ai fenomeni d’inquinamento dei suoi biotopi ed alla conversione agricola d’intere aree, crea delle pressioni ambientali ancora notevoli che possono metterne a rischio la popolazione. A questo va aggiunta l’inefficienza da parte d’alcuni governi nel saper promulgare leggi a difesa del coccodrillo marino.

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Quando affiora sembra un tronco alla deriva, ma con un colpo di coda può balzare fulmineamente fuor d’acqua per addentare le prede al pascolo che si avvicinano per bere © Giorgio Venturini

Da sempre l’Australia è stata il paese ove si sono sviluppati gli studi più accurati su questa specie, i biologi australiani sono considerati dei veri e propri esperti riconosciuti a livello mondiale, ed è anche la nazione dove si sono attivati i primi programmi di gestione ecosostenibile della specie e delle aree in cui vive, associandovi anche programmi di riproduzione e d’educazione ambientale e zoologica, per dimostrare l’infondatezza delle paure che sono associate a questo animale.

Nel contempo, si tenta anche di far capire la necessità di creare aree naturali apposite dove potergli garantire di vivere e di riprodursi e che non è una specie da uccidere a tutti i costi. Il destino di questo complesso lavoro, è toccato all’Australia non solo perché ha uno tra i governi più sviluppati e devoti alla difesa della natura al mondo, ma anche perché in Australia vivono le popolazioni più numerose di coccodrillo marino. I biologi calcolano che vi sono tra i 100.000-150.000 coccodrilli marini, ripartiti soprattutto tra l’Australia occidentale, il Queensland ed i Territori settentrionali, che ospitano i nuclei più popolati.

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Le narici, provviste di valvole, e le orecchie, dotate di un padiglione mobile, sono indice di una vita contemporaneamente acquatica e terrestre © Giorgio Venturini

I biologi australiani, non approntano solo progetti di conservazione della specie, ma cercano anche di coinvolgervi le persone comuni per dimostrare che se si mantiene la giusta accortezza e se si ha il giusto rispetto nei confronti di animali così pericolosi, nulla di grave può accadere; in tale coinvolgimento le persone vengono stimolate a partecipare non solo alla protezione di questo coccodrillo, ma anche degli habitat in cui vive. Questo comporta principalmente la raccolta di uova dai nidi selvatici, acquistate presso i proprietari dei terreni che ospitano l’animale. Vengono portate nelle crocodile farms per essere incubate, e studi su campo hanno dimostrato che tali raccolte non incidono negativamente sulle popolazioni naturali.

Uno dei primi progetti nacque nel 1997 e coinvolgeva le tribù d’aborigeni. Inoltre nei Territori settentrionali, ove per 26 anni circa la caccia al coccodrillo marino fu legale, sono state create delle aree a safari. Qui gli aborigeni sono impiegati come guide da chi vuole praticare la caccia sportiva al coccodrillo, e per non intaccare lo stock naturale gli animali provengono dalle crocodile farms.

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Gli occhi sono ovviamente posti in alto, a pelo d’acqua per non farsi scorgere quando nuota in superficie, e si contano 64-68 denti © Gianfranco Colombo

Anche se in molte aree australiane le popolazioni sono in netto recupero, in numerose zone geografiche il coccodrillo marino sta declinando pericolosamente! La distruzione degli habitat e la caccia illegale sono i problemi principali.

Nello Sri Lanka persistono ataviche paure e si riducono sempre più le aree a loro disposizione, per non parlare delle mandrie ferali di Bufalo indiano o d’acqua ( Bubalus bubalis ), che negli anni ’70-’80 del secolo scorso, muovendosi in gruppo, distruggevano i nidi e le uova, modificando l’ecologia paesaggistica e degenerando i biotopi. Danni che si ridimensionarono solo con la riduzione numerica di tali mandrie. Oltre che in Australia, progetti di conservazione della specie sono stati attivati in varie nazioni. Per esempio in India, nel Parco Nazionale Naturale di Bhitarkanika in Orissa, che è un “hotspot” per la biodiversità ( per hotspots vengono definite dai biologi quelle aree geografiche dove c’è un’altissima e delicatissima biodiversità vegetale e animale ), sono stati attivati con successo progetti di ripopolamento e conservazione. Programmi d’allevamento e sviluppo sostenibile sono stati approntati in Papua Nuova Guinea, e dato il successo, sono nate da qui le guidelines utilizzate poi anche per la conservazione d’altre specie di coccodrillo.

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Le femmine sono più piccole e depongono in genere 40-60 uova © Giuseppe Mazza

Malgrado tutti gli sforzi però, soprattutto in Indonesia, si hanno ancora evidenti problemi di spopolamento e mancano dati sulla biologia di popolazione.

Il futuro del Crocodylus porosus dovrebbe essere, se non altro, assicurato per la numerosa popolazione in Australia e Papua Nuova Guinea, mentre si ridurrà nel tempo la frammentazione e l’ampia distribuzione geografica che ancora oggi caratterizza questa specie.

L’approccio di sviluppo e conservazione sostenibile, discusso prima, è obiettivamente ancora di dubbia applicazione, sopratutto nelle aree molto poco sviluppate ove l’incidenza agricola è maggiore rispetto ai paesi più avanzati.

L’ecologia alimentare del coccodrillo marino è piuttosto ampia, i piccoli si nutrono prevalentemente di artropodi acquatici ( insetti, crostacei ), molluschi, anfibi e pesci di piccole dimensioni. Poi, crescendo, si nutrono anche di rettili ( serpenti, tartarughe ) e pesci più grandi. Infine gli adulti si nutrono anche di cervi, bufali e maiali selvatici.

Morfofisiologia

Come detto all’inizio, il coccodrillo marino è il più grande tra i coccodrilli ( in termini di taglia solo il coccodrillo del Gange compete con lui ) e più in generale tra i rettili attuali. Leggende a parte ( ove si racconta di esemplari lunghi anche 9 m, vedi tutta la discussione a riguardo nella scheda tassonomica dei Crocodylia ), gli esemplari maschi più grandi arrivano al massimo a 6,5 m, forse 7,0 m, ma mediamente non superano i 5-6 m; le femmine sono sempre più piccole, mediamente 2,8-3,2 m, al massimo 3,5 m. Gli esemplari maschi di 5-6 m di lunghezza possono superare i 1.000 kg di peso, mentre gli esemplari intorno ai 5 m pesano in genere 500-600 kg.

Questa specie di coccodrillo, ha una testa molto robusta e pesante, con un paio di creste che partono dalle orbite oculari per accentrarsi sul muso, e si evidenziano man mano che l’esemplare invecchia; nei maschi il dorso del muso diviene nel tempo sempre più rugoso, donde il nome di Crocodylus porosus. Le scaglie sui fianchi sono più ovali di quelli di altre specie, mentre sul ventre sono rettangolari e relativamente piccole. Gli osteodermi sono localizzati solo sulla schiena e la nuca in piccoli gruppi.

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Un piccolo, nato da poco, ed un adulto fra le mangrovie. Il nido è una buca scavata nella sabbia con vegetali tumulati che trattengono l’umidità © Giorgio Venturini

I piccoli della specie, hanno una livrea pallida con presenza di bande o macchie più scure. La livrea giovanile permane per un periodo piuttosto lungo, in genere diversi anni, finché, raggiunta la maturità sessuale, viene sostituita da quella adulta. Non è facile determinare la livrea degli adulti, poiché sono molto spesso ricoperti d’alghe e fango. In alcune regioni s’incontrano esemplari detti “ipomelanici”, cioè con una colorazione pallida, in altre invece si osservano esemplari “ipermelanici” cioè più scuri; il ventre è color crema la coda è di un grigio più scuro alla base e verso la punta. Si nota un bendaggio nero irregolare lungo i fianchi, che non invade il ventre; raramente si possono osservare due macchie nere sulle scaglie del ventre, ma è una condizione anomale e rara.

Nell’attacco a una preda, il coccodrillo marino, come del resto altre specie, in particolare il Coccodrillo cubano ( Crocodylus rhombifer ), può utilizzare la coda per darsi una spinta propulsiva che lo porta a uscire fuori dall’acqua, fulmineamente, per addentare la preda. In alcuni casi compie dei veri e propri salti. In natura tale comportamento è più frequente nel coccodrillo cubano, mentre in cattività entrambe le specie applicano abilmente questa tecnica. Possiede 64-68 denti, di cui 4 ( più raramente 5 ) premascellari; 13-14 mascellari; 15 mandibolari.

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Nonostante le cure materne, meno dell’ 1% dei piccoli riesce a diventare adulto © Giuseppe Mazza

Etologia-Biologia Riproduttiva

I territori d’accoppiamento sono in genere lungo i banchi sabbiosi dei fiumi o dei torrenti. Le femmine raggiungono la maturità sessuale alla lunghezza di 2,2-2,5 m ( circa 10-12 anni d’età ), i maschi a circa 3,2 m ( circa 16 anni di vita ). Il nido è costruito dalla femmina. Consiste in una buca riempita di materiale vegetale come fronde, foglie, viticci, erba e fango, dove depone mediamente 40-60 uova ( anche 25-90 ) per poi tumularlo. Vengono allestiti in zone elevate, per impedire che vengano travolte dall’acqua dei fiumi in piena, tra novembre e marzo, durante la stagione delle piogge, anche se possono esserci variazioni secondo l’area geografica.

La chiusura del nido serve principalmente ad impedire la disidratazione delle uova, evitando fenomeni d’insolazione, e ridurre i rischi di predazione da parte di varani, pitoni, sciacalli o altre specie di coccodrilli, come il Coccodrillo di Johnston ( Crocodylus johnsoni ). Ma le cause principali di distruzione dei nidi, restano le temperature troppo elevate e le inondazioni. Se le uova subiscono uno stress disidratante troppo elevato, gli embrioni muoiono; ed alcuni biologi hanno osservato che le madre bagnano ripetutamente i nidi, quando le temperature s’innalzano. Il periodo d’incubazione è in media di 80-90 giorni, ma varia in maniera inversamente proporzionale alla temperatura ambientale. A 32 °C l’incubazione dura infatti 80 giorni, a temperature più fresche o inferiori si prolunga fino a 90 giorni. All’arrivo della schiusa la mamma viene allertata dai versi sincronizzati dei piccoli, che stanno per uscire. Raggiunge il nido, scava e prende in bocca delicatamente i piccoli per portarli in acqua e accudirli.

La “Determinazione del Sesso Temperatura Dipendente della Prole” ( DST ), in inglese “Temperature Dependant Offspring Sex Determination” ( TSD ) è stata particolarmente studiata dai biologi in questa specie, poiché è importante conoscerla con precisione per poter applicare dei programmi di riproduzione in cattività, ove le uova vengono incubate artificialmente.

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Il sesso dipende dalla temperatura dell’incubazione. Se si aggira sui 31,6 °C nasceranno più maschi, ma bastano pochi gradi in più o in meno e prevalgono le femmine © Gianfranco Colombo

Studi della sex ratio ci dicono che la percentuale più alta di maschi tra i nascituri si ha ad una temperatura d’incubazione di 31,6 °C, mentre la percentuale di femmine sarà maggiore per temperature d’incubazione di pochi gradi superiori o inferiori ai 31,6 °C.

Meno dell’1% delle uova schiuse porteranno un giorno ad adulti sessualmente maturi. Predatori, inondazioni, raccolta di frodo ed inquinamento ambientale sono all’origine del fenomeno, cui fanno seguito, durante la crescita, fattori e pressioni sociobiologiche stressanti, come la presenza di un esemplare dominante o di competitori che limitano lo sviluppo della popolazione.

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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