Disocactus flagelliformis

Famiglia : Cactaceae

Testo © Pietro Puccio

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Il Disocactus flagelliformis è nativo del Messico. I fusti, rampicanti o ricadenti, possono raggiungere i 2 m con una moltitudine di fiori cerosi che si aprono di giorno per 4-5 giorni consecutivi. Coltura facilissima © Giuseppe Mazza

Il Disocactus flagelliformis (L.) Barthlott (1991) è originario del Messico centrale (principalmente stati di Hidalgo, Puebla e Veracruz) dove vive prevalentemente nelle foreste di querce intorno a 2000 m di altitudine su alberi e arbusti, cui si ancora con le sue radici aeree, o su ripide rocce dove i suoi lunghi fusti possono liberamente penzolare.

Il nome generico deriva dalla combinazione del termine greco “dis” = doppio e “Cactus” con riferimento alle due serie di tepali di egual misura; il nome specifico è la combinazione dei termini latini “flagellum” = flagello, frusta e “forma” = forma, aspetto, con ovvio riferimento.

Nomi comuni: “rattail cactus” (inglese); “cactier queue de souris”, “cierge serpent”, “queue de rat”, “serpentine” (francese), “cactus a coda di topo” (italiano); “cola de iguana”, “cola de rata”, “flor de látigo”, "flor de cuerno", “floricuerno”, “hierba de Alferecia”, “junco”, “junquillo”, “nopalillo” (spagnolo); “schlangenkak- tus” (tedesco).

Epifita o litofita con fusti sottili dall’epidermide grigio verde, ramificati prevalentemente alla base e lunghi fino ad 2 m con un diametro intorno a 2 cm, che possono essere rampicanti in presenza di un supporto, grazie alle radici aeree, o ricadenti.

Presenta 8-12 costole rettilinee poco pronunciate con tubercoli e areole, distanti tra loro 6-8 mm, dotate di spine piuttosto morbide; le radiali, in numero di 8-12, sono di colore rosso bruno e lunghe 4-7 mm, mentre le 3-4 spine centrali sono poco più lunghe e di color bruno con punta gialla; tutte le spine allo stato iniziale sono interamente rosse.

In primavera-estate produce una moltitudine di fiori cerosi che si aprono di giorno per 4-5 giorni consecutivi, lunghi 7-8 cm e larghi 4 cm, ricurvi, generalmente di color magenta, con tepali esterni lanceolati retroflessi, lunghi circa 3 cm e larghi 0,6 cm, e tepali interni oblunghi e dritti larghi circa 1 cm; l’impollinazione nei luoghi di origine è ad opera dei colibrì.

I frutti sono globosi, spinosi, di colore rosso, di circa 1-2 centimetri di diametro, con polpa giallo verdastra, teoricamente commestibile, contenente semi ovoidi brunastri. Si riproduce in primavera per seme, appena coperto in terriccio sabbioso, o talea da appoggiare, dopo aver fatto asciugare bene il taglio per alcuni giorni, su substrato sabbioso; la nuova pianta inizierà a fiorire dopo due - tre anni. La specie ha dato origine a numerosi ibridi.

E’ la specie più apprezzata del genere e la più utilizzata per vasi sospesi o sollevati; coltivata in Europa già dagli inizi del ‘700, ha avuto una rapida diffusione grazie alle sue particolari caratteristiche e alla facilità di coltivazione.

Va posizionata in pieno sole, o comunque alla massima luminosità possibile, su terricci perfettamente drenanti e molto aerati, essendo le sue radici molto sensibili al marciume per ristagno di umidità, che possono essere costituiti da comune terra da giardino, terriccio di foglie o, in mancanza, torba grossolana, e sabbia silicea in parti uguali, eventualmente si può aggiungere del pietrisco per migliorare il drenaggio.

La sua collocazione all’aperto è limitata ai climi dove le temperature intorno a 0°C son una eccezione di breve durata, avendo comunque cura di riparare la pianta dalle piogge invernali, altrove va coltivata in vaso. In estate va innaffiata con regolarità, in inverno va mantenuta asciutta, con qualche rara innaffiatura se i fusti tendono a raggrinzire, e a temperature tra +5° e +10°C, questo periodo di riposo freddo e secco è indispensabile per la fioritura.

Appena compaiono i bocci è consigliabile effettuare delle leggere concimazioni. Per evitare il rischio di marciumi spesso è innestata, ad esempio su Selenicereus grandiflorus. Essendo facilmente soggetta ad attacco di parassiti, come “ragnetto rosso” e cocciniglie, va tenuta sotto controllo per potere intervenire prontamente.

La specie è iscritta nell’appendice II della Cites (specie per la quale il commercio è regolamentato a livello internazionale).

Sinonimi: Cactus flagelliformis L. (1753); Cereus flagelliformis (L.) Mill. (1768); Cereus leptophis DC. (1828); Cereus flagriformis Zucc. ex Pfeiff. (1837); Aporocactus flagelliformis (L.) Lem. (1860); Cereus flagelliformis var. leptophis (DC.) K. Schum. (1897); Aporocactus flagriformis (Zucc. ex Pfeiff.) Lem. (1909); Aporocactus leptophis (DC.) Britton & Rose (1909); Aporocactus flagelliformis var. leptophis (DC.) P.V. Heath (1992); Aporocactus flagelliformis var. pfeifferi P.V. Heath (1992).

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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