Equus caballus

Famiglia : Equidae

 

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Testo © DrSc Giuliano Russini - Biologo Zoologo

 

 

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Un cavallo Maremmano : struttura robusta, carattere mite e un’impressione di eccezionale potenza © Mazza

Mammifero quadrupede eutero, infra- classe Placentati ( Placentalia ), ordine Perissodattili ( Perissodactyla ), famiglia Equidi (Equidae), genere Equus.

Il Cavallo ( Equus caballus - Linnaeus, 1758 ) è un mammifero che vive in stretto rapporto con l’uomo ( alla stregua dei bovini, degli ovocaprini e dei suini ) sin dall’età del bronzo ( dal 3500 a.C. al 1200 a.C. circa ), quando per la prima volta venne addomesticato dagli abitanti dell’Asia centrale e da questi utilizzato per la carne, il latte, le pelli, il lavoro e come mezzo per spostarsi più rapidamente. Tuttavia le sue origini risalgono a epoche ben più remote.

I primi perissodattili appaiono nell’Eoce- ne inferiore in America settentrionale e in Europa, attraverso una linea evolutiva continua che origina nel Pleistocene, era Quaternaria, il genere Equus, al quale appartiene l’attuale cavallo.

Lo sviluppo filogenetico degli Equidi è della massima importanza scientifica per i biologi, perché, grazie all’abbondanza dei reperti fossili, è possibile ricostruirne le principali linee evolutive che hanno portato agli attuali esemplari esistenti.

In Zoologia le graduali modificazioni mor- fologiche sono riassumibili in tendenze fondamentali, come fu proposto dal biologo Inglese Herbert Spencer ( 1820-1903 ) :

1- Progressivo aumento della statura.

2- Passaggio della vita in zone boscose a quelle in zone aperte, come le steppe e le praterie. Parallelamente si assiste ad una trasformazione dello scheletro, dovuta all’adattamento della corsa prolungata sul terreno solido. La maggior parte del peso corporeo viene, ad un certo punto dello sviluppo evolutivo, a gravare sul terzo dito del piede, per cui il numero delle dita decresce, da quattro a tre, per poi passare a uno solo, che sarà avvolto da una grossa ungola, che formerà lo zoccolo. Per tale motivo i perissodattili e quindi i cavalli, sono definiti dai biologi zoologi “mesassoni”.

3- In seguito al cambiamento delle condizioni ambientali, si assiste ad una evoluzione della dentatura, sintomatico di una risposta garantita dalla plasticità fenotipica della specie alle modificazioni ecologiche. I denti si ricoprono gradatamente di cemento, i molari tendono ad assomigliare ai premolari, le cuspidi dei molari si riuniscono in creste e la corona diventa più grande.

In America settentrionale sono stati rinvenuti scheletri fossili di quattro esemplari e numerosi frammenti del primo equide conosciuto alla Biologia, l’ Eohippus, ascrivibile all’Eocene inferiore era Cenozoica. Questo quadrupede, era di dimensioni veramente modeste. Grande circa quanto un coniglio, aveva un cranio lungo 13 cm circa, e l’altezza alla spalla non superava i 25 cm.

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Cavallo Argentino © Giuseppe Mazza

Gli arti anteriori, erano provvisti di quattro dita, mentre quelli posteriori erano tridattili, con rudimenti del primo e del quinto dito sotto forma di piccoli bottoni ossei sporgenti posteriormente.

Anche la dentatura presentava caratteri di estrema primitività: i molari a corona bassa erano muniti di quattro-sei cuspidi distinte, talvolta riunite in un accenno a creste trasversali. L’ Eohippus , abitava nei boschi.

La tappa successiva, nel processo evolutivo, è segnata dalla comparsa dell’ Orohippus nell’Eocene medio.

La struttura ossea aumenta di dimensioni, passando da una altezza al garrese di 25 cm a una di 38, mentre le dita degli arti anteriori si riducono da quattro a tre.

Passando all’Eocene superiore, troviamo l’ Aminhippus e l’ Epihippus, fino a giungere al Mesohippus nell’Oligocene inferiore.

Pare che quest’ultimo segni il passaggio dalla vita nelle zone boscose a quella nelle praterie e nelle steppe, con conseguente e ulteriore modificazione degli arti.

Il corpo ha le dimensioni di un grosso cane, i piedi, ormai tridattili, mostrano un graduale irrobustimento del dito centrale, le creste dei molari tendono a complicarsi ulteriormente.

Nell’Oligocene superiore compare il Miohippus, di dimensioni maggiori e col muso più allungato del suo progenitore, il Mesohippus.

Nel genere Parahippus, del Miocene, si accenna “l’ipsodontia”, lo sviluppo cioè della corona dentaria.

Si giunse così, nel Miocene medio, alla comparsa del Merychippus, che è ormai un vero e proprio cavallo.

Misura 120 cm al garrese, le dita laterali non toccano più il terreno e, in rapporto al nuovo tipo di alimentazione della prateria, i molari acquistano la definitiva struttura.

Dal Merychippus discendono l’ Hipparion e il Neohipparion, che verso la fine del Miocene migrano, attraverso lo “stretto di Bering”, nel continente Eurasiatico, dove si sviluppano enormemente, divenendo numericamente gli animali più rappresentanti.

L’ Hipparion ha ancora i piedi tridattili ed è grande come un cucciolo di zebra.

Dall’Asia centrale, in seguito a variazioni climatiche che rendono le condizioni di vita proibitive, questi cavalli si spostano verso occidente, fino all’Europa e all’Africa.

Molti ritornano in America settentrionale e, attraverso l’istmo di Panama, scendono in America meridionale, dove sono stati trovati resti di equidi con una singolare conformazione cranica.

Nel Pliocene la linea evolutiva dei cavalli del Nordamerica continua con il Pliohippus, nel quale le dita laterali sono quasi completamente regredite.

Si giunge così al genere Equus, ultima tappa nella filogenesi del cavallo, che nel Pleistocene si diffonde nelle due Americhe e, attraverso vaste migrazioni, negli altri continenti.

Tuttavia, ancora in epoche preistoriche, gli equidi si estinguono e scompaiono del tutto dalle due Americhe. Verranno reintrodotti in questi territori, dagli europei, solo dopo la scoperta di Cristoforo Colombo.

In Europa, una linea collaterale degli equidi si evolve fin dall’Eocene inferiore, iniziando con il primitivo genere Hyracoterium, simile all’ Eohippus. Tuttavia essa è meno nota di quella originatasi nel continente americano.

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Cavallo Mérens © Giuseppe Mazza

Nell’Oligocene medio, i cavalli europei si estinguono. Rimangono i resti databili all’Eocene superiore, del Paleotherium magnum, le cui dimensioni sono circa quelle di un tapiro.

Nel Miocene, il Miohippus nordame- ricano migra attraverso lo stretto di Bering e torna a popolare il continente europeo. Anche questo genere si estingue nel Miocene superiore, prima dell’arrivo dei grandi branchi di Hipparion.

L’evoluzione degli equidi è misurabile in un lungo periodo di circa 50 milioni di anni, seguendo una linea principale che porta agli attuali cavalli, dalla quale si sono sviluppati rami collaterali, oggi estinti.

Delle varie specie di cavalli vissuti durante il periodo glaciale, due sono particolarmente importanti, perché sono i progenitori delle attuali razze dome- stiche.

Il Tarpan ( Equus gmelini ), che abitava le steppe euroasiatiche e si è estinto nel 1700, ed il Cavallo di Przewalski ( Equus przewalski ), che vive nell’Asia centrale, tra la Siberia e la Cina occidentale, ed è l’unica specie ancora reperibile allo stato selvaggio.

Ne parleremo più dettagliatamente dopo, a proposito della distribuzione geografica.

Caratteristiche morfofisiologiche

Il cavallo ha un corpo slanciato, statura notevole ( l’altezza al garrese varia da 1 a 1,75 m ), zampe agili e solide, collo lungo e robusto, munito di criniera sia nel maschio, che nella femmina. La testa è allungata, triangolare. In essa spiccano due grandi occhi vivaci, le narici sono ampie e mobili, come le orecchie.

La dentatura, corrisponde alla formula: 3/3, 1/1, 3/3, 3/3 = 40 denti. Le frazioni rappresentano un medesimo tipo di dente ( generalmente negli erbivori sono assenti i canini, nei cavalli sono presenti, e più o meno sviluppati gli incisivi, mentre i premolari e i molari sono i tipi meglio sviluppati e più numerosi ) nelle due emi-mascelle superiori e inferiori. La formula dentaria sopra scritta, va così interpretata: 3/3, 1/1, 3/3, 3/3 se prendiamo come riferimento l’arcata mandibolare superiore ( lo stesso lo si può fare partendo da quella inferiore ), si hanno 3/3= 6 incisivi totali; 1/1= 2 canini totali; 3/3= 6 premolari totali; 3/3= 6 molari totali, quindi sommando 6+2+6+6= 20 denti nell’arcata mandibolare superiore ( o inferiore se si è partiti considerando quella ). Il numero complessivo dei denti nelle due arcate mandibolari ( superiore-inferiore ) lo si ottiene moltiplicando 20x2= 40 denti in tutto.

La dentizione degli equini, ha caratteristiche particolari: i denti sono allineati lungo file sporgenti. I maschi, presentano quattro rudimentali canini, di forma conica, per lo più mancanti nelle femmine. Tra i canini e i primi molari, c’è uno spazio vuoto, chiamato il "diastema" nel quale viene adattato il morso. Gli incisivi formano, su ciascuna mascella, un arco tagliente. Hanno nomi diversi: i due centrali vengono chiamati “piccozzi”, proseguendo in senso laterale troviamo i “mediani” e infine i “cantoni”.

Sia i molari che i canini sono ad accrescimento continuo, soggetti a costante usura.

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Trotteur Français © Giuseppe Mazza

Man mano che l’animale cresce, la corona si logora consumando il cemento che vi si ritrova racchiuso, mentre la radice continua a crescere.

Il residuo di cemento, permette di stabilire, con una certa precisione, l’età del cavallo fino a otto anni, epoca in cui il cemento scompare completamente.

Per tale ragione, gli allevatori, come si vede spesso nei film, quando comprano un cavallo, la prima cosa che fanno è quella di guardare la bocca e i denti, per stabilirne l’età e lo stato di salute.

Lo scheletro della zampa presenta una riduzione, sia negli arti anteriori che in quelli posteriori, del numero delle dita.

Come detto, il corpo poggia solamente sul terzo dito, molto sviluppato, la cui ultima falange è incorporate nello zoccolo.

Il II° e IV° dito, sono ridotti a piccoli rudimenti, detti “ossa stiliformi”, mentre del I° e del V° dito rimangono solo tracce.

L’omero e il femore non sono visibili all’esterno, quindi quelle che sembrano le articolazione del gomito e del ginocchio, in realtà sono il polso e il tallone, ai quali fanno seguito le “ossa metacarpali” e “metatarsali” del terzo dito.

Lo zoccolo, è circondato esternamente da una parete robusta, che racchiude la suola. Posteriormente, la suola, si incurva verso l’interno a formare la “forchetta”.

L’apparato digerente, in relazione con l’alimentazione di tipo erbivoro, come accennato, presenta un grande sviluppo delle ghiandole salivari e dell’intestino, caratterizzato da un “cieco” voluminoso.

Anche gli emisferi cerebrali sono sviluppati, segno che questo animale ha raggiunto evolutivamente un notevole grado d’intelligenza. Particolarmente acuti sono l’olfatto, il tatto e l’udito.

Il mantello è costituito da un pelame corto e lucido, che può essere uniforme o a più colori. Nel primo caso può essere morello ( nero ), bianco, sauro ( fulvo con toni diversi ). Nel secondo caso, quando cioè si mescolano diversi colori, il mantello può essere grigio ( peli bianchi e neri, mescolati insieme ), ubero ( mescolanza di peli bianchi e rossicci ) e roano ( peli bianchi, neri e rossicci ).

Tre ancora sono i mantelli a peli giustapposti: baio ( mantello sauro, con criniera e coda nere ), isabella ( mantello caffè-latte, con criniera e coda nere ) e pezzato ( con macchie bianche su qualsiasi altro fondo ).

Talvolta, si possono riscontrare macchie e sfumature anche nei colori uniformi, o addirittura chiazze più estese, soprattutto sul capo.

Ciclo biologico o riproduttivo

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Puledri di cavallo Maremmano © Giuseppe Mazza

Il ciclo biologico o riproduttivo, è carat- terizzato inizialmente dal raggiungimento della maturità sessuale, che avviene rispettivamente a 18 mesi nel maschio e a 22 mesi nella femmina. Tuttavia l’accoppiamento dà frutti migliori se avviene in un’età più avanzata.

Il periodo degli amori coincide con la primavera e l’estate, anche se il maschio è in grado di fecondare ogni mese. La femmina invece non è sempre incline all’ accoppiamento.

L’estro di una femmina viene percepito dal maschio che entra in fregola, anche da lunghe distanze, per l’emissione di ormoni-feromoni vaginali.

Immediatamente l’ingresso in fregola del maschio lo porta a un forte stato di ec- citazione-agitazione, con emissione con- tinua di nitriti e la classica risposta di Flehemen, con conseguente arricciamen- to del labbro superiore ed esposizione dei denti.

Questa curiosa e vistosa risposta sessuale dello stallone in fregola, e la sua capacità di percepire una femmina in estro anche a distanza di 2-3 km, venne, storicamente parlando, sfruttata dai soldati inglesi e prussiani, nella guerra dei 7 anni (1756-1763), per smasche- rare, durante la notte, l’eventuale tentativo di avvicinamento ai loro accampamenti di battaglioni dello schieramento nemico, formato dalla coalizione tra francesi, austriaci, russi, polacchi e svedesi.

A tale scopo venivano messe femmine in calore alla periferia del campo. L’eventuale arrivo dei nemici della coalizione avversaria, a cavallo, sarebbe subito stato svelato, già a 2-3 km di distanza, dal nitrire copioso dei cavalli maschi che cavalcavano, per la presenza delle femmine in estro.

La gestazione dura mediamente 330-365 giorni, e dà luogo generalmente ad un unico figlio ( parti singoli ), raramente si possono avere parti bigemini. Per tale motivo, data la durata della gestazione, le femmine non partoriscono tutti gli anni.

Alla nascita il cucciolo pesa tra i 40 e i 60 kg, e viene allattato per 6-9 mesi. I piccoli di età inferiori a un anno, vengono chiamati puledri. Negli allevamenti si è soliti svezzarli con un miscuglio di erba e avena tritati, per passare successivamente al fieno e all’avena in grani.

Il massimo sviluppo viene raggiunto all’età di cinque anni, in cui si possono raggiungere pesi in relazione alla specie e alla razza, di 500-900 kg. La vita media di un cavallo, in buone condizioni di salute, varia tra 25-30 anni.

E’ possibile incrociare le varie specie del genere Equus, ottenendo prodotti sia fecondi che infecondi.

Ecologia e distribuzione geografica

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Equus przewalski con piccolo © David Blank

Per parlare dell’Ecologia e della distribuzione geografica dei cavalli, non possiamo svincolarci dal considerare il rapporto di questi animali con gli esseri umani.

Questo risale alle epoche più remote. I graffiti rinvenuti in alcune grotte della Francia e della Spagna, raffigurano questi animali e testimoniano come gli uomini dell’età della pietra ne facessero oggetto di caccia.

Secondo alcuni biologi zoologi, etnobiologi e archeologi, i Traci, che nell’età del bronzo popolavano alcune regioni dell’Asia e dell’Europa, riuscirono per primi a domare il cavallo.

Si trattava del già citato Tarpan ( Equus gmelini ), un equide di media taglia, dal mantello grigio, che abitava nella steppa e nelle regioni boschive, e che si estinse, come detto sopra, nel 1700.

Da questo momento in poi, uomo e cavallo, intraprendono assieme il cammino nella storia.

Per secoli e secoli il cavallo ha facilitato l’opera di conquista, da parte delle popolazioni in via di espansione.

Nel XIII° secolo nasce in Inghilterra un nuovo sport: la corsa ippica, che rimane prerogativa di questo paese, fino al XIX° secolo, permettendo così l’allevamento e la selezione di una razza, altamente specializzata a questo scopo.

In America meridionale, dove il genere Equus si era completamente estinto, verso la metà del secolo XVI°, gli spagnoli, costretti a ritirarsi in fretta, abbandonarono molti cavalli.

Questo nucleo iniziale diede origine ai “cimarones” o “mustangs”, che nel giro di duecento anni, popolarono le praterie americane.

Oggi i discendenti del primitivo nucleo ispanico, tornato allo stato selvatico “specie ferale”, sono stati quasi completamente decimati; esiste ancora tuttavia, qualche raro branco, che vive allo stato brado.

Anche il Cavallo di Przewalski ( Equus przewalski ), considerato ormai l’unica specie del genere Equus, allo stato brado, è rapidamente diminuito di numero durante il secolo scorso.

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Affettuosità fra Equus przewalski © David Blank

Una delle cause, potrebbe essere il fatto che, durante i mesi estivi, i pastori della steppa asiatica si stabiliscono nei pressi delle sorgenti d’acqua, impedendo a questi cavalli, come a molti altri ungulati, di avvicinarvisi.

Si crea così una vera e propria competizione per l’acqua, creando danni irreparabili nei confronti delle specie più fragili e a rischio d’estinzione.

Dal 1958 al 1963, sono stati avvistati solo sparuti branchi di questi cavalli, guidati da un vecchio stallone e composti di 6-8 animali.

Tuttavia alcuni esemplari di questo cavallo sono presenti nei giardini zoologici, zoosafari, zoopark dove si riproducono abbastanza facilmente, per cui i biologi sperano che, tra non molto, possano tornare a ripopolare le steppe euroasiatiche.

L’ Equus przewalski deve il suo nome al capitano di cavalleria russo Nikolay Michailovich Przewalski, che nel 1879 lo rinvenne durante una spedizione verso l’Asia centrale, in Zungaria, e ne informò il biologo russo Poyakov, che ne fece una relazione scientifica.

Per lungo tempo i biologi zoologi russi dell’Accademia delle Scienze di San Pietroburgo, ricevuta tale relazione, dibatterono se era o meno il caso di considerarlo come una nuova specie, data la struttura non considerevole e l’aspetto poco nobile, che lo facevano assomigliare più ad un asino che a un cavallo. Ma alla fine i biologi russi giunsero alla conclusione di considerarlo come l’unico cavallo selvaggio vivente in libertà.

Le sue caratteristiche morfologiche sono: testa piuttosto grossa, collo corto e tozzo con una corta e dritta criniera.

Il muso è bianco, il dorso è percorso da una linea scura, il mantello è marrone rossastro d’estate, più pallido d’inverno.

L’altezza al garrese, non supera i 130 cm. Si ciba di qualsiasi genere di erbe, cespugli e bulbi.

Il cavallo di Przewalski e il Tarpan, ormai estinto, possono essere considerati i progenitori delle attuali specie e razze domestiche.

Le razze attuali

Si è tentato di classificare i vari tipi di razze equine, anche se è una impresa di notevoli difficoltà, sia per l’impossibilità di risalire all’origine di ogni singola razza, sia a causa degli innumerevoli incroci ai quali sono state sottoposte le diverse popolazioni equine nei vari paesi, al fine di selezionare individui sempre migliori.

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Anche ai cavalli piace giocare, magari rotolandosi sull’erba © Giuseppe Mazza

Tuttavia, in base alle caratteristiche morfologiche e in base all’attitudine o al servizio svolto, i biologi zoologi, come per i bovini, hanno tentato di suddividere le razze equine, in tre grandi gruppi:

1 - Razze di tipo “dolicomorfo”, caratterizzate dal portamento elegante, forme slanciate, carattere nervoso e vivace, andatura rapida. Il grado di consanguineità è molto elevato. Tali cavalli vengono utilizzati nei concorsi ippici e per il servizio di sella.

Fanno parte di questo gruppo il “cavallo berbero” e il purosangue inglese, con i suoi derivati.

Il purosangue inglese, o cavallo da corsa inglese o “thorough-bred”, deriva dall’incrocio tra la razza locale inglese e il purosangue arabo.

Ha un aspetto elegante e armonioso; il corpo si è andato allungando sempre di più, in seguito alla specializzazione nelle gare di velocità. La statura al garrese va da 1,60 a 1,65 m.

Il torace è ampio, il ventre sottile, gli arti lunghi e muscolosi. I mantelli più frequenti, sono il baio e il sauro.

Data la struttura solida, ma leggera, è cavallo da corsa per eccellenza, molto veloce, ma non altrettanto resistente.

2 - Razze di tipo “mesomorfo”, hanno struttura solida, forme armoniche, arti non eccessivamente sviluppati né robusti. Vengono adibite al servizio di traino leggero, perché possiedono sia la velocità, che la potenza.

Vi appartengono il purosangue arabo, l’hunter, il roadster, l’anglo-normanno, l’anglo-arabo, il pony.

Il purosangue arabo, ha una corporatura elegante, fronte larga, occhi espressivi, collo lungo, garrese alto, torace ampio. Gli arti, sono forti e snelli, è alto 1,47-1,53 m e pesa tra i 400 e i 500 kg. Il mantello è grigio, spesso pomellato, oppure roano, baio, morello.

Viene allevato nell’Arabia centrale e meridionale, in Iran, in Iraq, Siria e Israele.

I ponies sono cavalli dalla struttura assai ridotta, con altezza al garrese compresa fra 1 e 1,50 m, e il peso talvolta non raggiunge i 100 kg.

Il polo-pony viene addestrato e utilizzato specificamente per il gioco del polo.

3 - Razze di tipo “brachiomorfo”, hanno struttura assai robusta, muscoli assai sviluppati, carattere mite. Queste caratteristiche, vengono sfruttate per il tiro pesante, per i lavori agricoli e nel passato per l’impiego nell’esercito.

Vi appartengono la razza belga, il bretone, il percheron francese, il boulonnais, lo shire, il clyde-sale, il pinzgauer e il nostrano maremmano.

I percherons francesi, hanno un’altezza al garrese, che oscilla tra 1,56 e 1,60 m. La testa è massiccia, la fronte larga, le orecchie piccole, il collo robusto, il tronco cilindrico e gli arti particolarmente resistenti e muscolosi; nella razza maremmana, sono evidenti zoccoli di grandi dimensioni.

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I Pony misurano appena 100-150 cm al garrese © Giuseppe Mazza

Pur procedendo con passo leggero ed elegante, questi cavalli danno nel loro insieme un’impressione di eccezionale potenza.

Il manto è generalmente grigio pomellato, ma non mancano il baio, il sauro e il roano.

La razza belga è a sua volta suddivisa in tre tipi, che vengono distinti in base alle loro dimensioni, è originaria dell’Europa occidentale.

I cavalli che la rappresentano hanno temperamento calmo e flemmatico, il profilo è camuso, il garrese basso e largo, il collo corto, la groppa elevata rispetto al garrese.

Il mantello, è generalmente sauro, con tonalità e sfumature diverse.

Le malattie

Prendiamo ora in esame le malattie più frequenti in cui incorrono i cavalli e gli equini in genere.

Alcune sono provocate da eccessivi e prolungati sforzi, come la “bolsaggine”, che consiste in alterazioni irreversibili a carico dell’apparato cardiocircolatorio o le infiammazioni delle articolazioni degli arti.

Altre malattie sono dovute alla infestazione da parassiti. I più frequenti sono, il “piroplasma”, il “verme dei cavalli”, lo “strongilo”, l’estro equino e il Trypanosoma equiperdum. Il “piroplasma” è causato da un protozoo ( Piroplasma caballi ), che viene inoculato per puntura da una zecca. Questo protozoo si insedia nei globuli rossi provocando febbre, anemia e ittero ( deposizione di emoglobina nella cute o nel fegato, per distruzione dei globuli rossi ).

L’ Ascaris megalocephala, meglio conosciuto come verme dei cavalli, non causa gravissimi danni all’ospite, tuttavia se in numero elevato, può provocare una occlusione intestinale.

La strongilosi è prodotta da vermi nematodi ( ad esempio appartenenti alla famiglia Strongylidae ), che si localizzano, allo stadio adulto, nell’intestino, determinando coliche, diarrea, anemia; allo stadio larvale, questi parassiti, si insediano in vari organi interni quali fegato, pancreas etc., producendo effetti gravissimi.

L’estro equino è una malattia causata da ditteri, gli Estridi, che depongono le uova tra i peli del cavallo.

Dopo la schiusa, fuoriescono le larve, che provocano una irritazione della pelle. L’animale si lecca per darsi sollievo, quindi ingerisce le larve, che si attaccano alla mucosa intestinale per mezzo di tentacoli buccali, che poi si atrofizzano, quando scavando penetrano sotto la mucosa, con pesanti emorragie per il cavallo.

Gli estridi ( ditteri miasigeni ) contano cinque famiglie: Sarcophagidae, Calliphoridae, Oestridae, Cuterebridae e Gasterophilidae e attaccano anche gli uccelli e l’essere umano, per non parlare dell’estro bovino ed ovino ( Hypoderma bovis e Oestrus ovis ). L’agente dell’estro equino, il Gasterophilus intestinalis, appartiene alla famiglia dei Gasterophilidae, a differenza di quello ovino che fa parte degli Oestridae.

Infine il Trypanosoma equiperdum, è una forma di tripanosmiasi, presente in tutti gli equini, che viene trasmessa sessualmente e causa aborto nelle femmine gravide, come danni al sistema nervoso centrale ( SNC ), con paralisi motoria, sia nei maschi che nelle femmine adulte che l’hanno contratto ( per dettagli specifici vedi scheda sul Trypanosoma gambiense).

Attualmente il numero dei cavalli è in generale declino. Ciò è dovuto all’utilizzo sempre più marcato, in agricoltura, di mezzi meccanici che soppiantano l’uso di questi utili animali domestici, che trovano ancora spazio nei paesi del terzo e quarto mondo, ove la stentata agricoltura è praticata ancora per mezzo di tecniche arretrate.

Un ulteriore utilizzo, competizioni sportive a parte, è l’allevamento per il macello: una fine non molto nobile, senza dubbio, per questi splendidi animali.

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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