Equus grevyi

Famiglia : Equidae

 

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Testo © Dr. Gianni Olivo

 

 

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Solida struttura e zoccoli imponenti. Comunica anche con sguardo e orecchie © G. Mazza

La zebra di Grévy ( Equus grevyi - Oustalet, 1882 ) è il più grande tra gli equidi ( Equidae ) selvatici africani ed anche il più appariscente e facilmente distinguibile dalle altre specie.

La caratteristica striatura bianca e nera che rende inconfondibile una zebra, in generale, anche al più profano in campo zoologico, può tuttavia ingenerare, nel… non addetto ai lavori, qualche confusione tra zebra di montagna, zebra di Hartman e zebra di Burchell (vedi relative schede), animali che differiscono per alcuni particolari, che però non saltano all’occhio come gatti arrabbiati, come invece accade per la livrea della zebra di Grévy.

Ed effettivamente il mantello di questa specie, tipica dell’Africa orientale, è talmente particolare, pur nella sua somiglianza con il pigiama a righe delle sue cugine, da generare in qualcuno quella stessa strana sensazione che ci assale nel vedere due gemelli quasi identici ma che possiamo distinguere benissimo per un qualche particolare che lì per lì stentiamo a localizzare ma che fa la differenza.

Le strie nere sono molto più ravvicinate e sottili, presenti in numero maggiore, almeno apparentemente più regolari, e formano sulla groppa caratteristici disegni detti, dagli anglosassoni, “bull’s eyes”, cioè ad occhio di bue.

Le strie nere del collo, molto nette, si prolungano sulla criniera, facendo apparire, così, il collo molto più massiccio e muscoloso di quanto già non sia.

Ma non è solo la livrea che genera quella netta ed a volte indefinita impressione di trovarsi di fronte ad un altro animale, quando facciamo un paragone con le altre zebre, bensì anche l’aspetto “d’insieme”.

Mentre le zebre “di montagna” e le varie sottospecie di Burchell’s zebras hanno, nell’insieme, l’aspetto di cavalli, o meglio, date le dimensioni, di ponies, la Grévy, pur essendo la più grande tra le zebre, assomiglia decisamente ad un grosso mulo o ad un asino: la testa è ben più massiccia e le orecchie, arrotondate, sono decisamente più grandi ed evidenti, mobilissime e spesso “espressive”, evidente spia dello stato “d’animo” dell’animale (aggressività, sottomissione, attenzione, paura ecc.), inoltre questa specie è l’unica appartenente al subgenus Dolichohippus (dolichos in greco antico significa lungo) mentre le altre zebre appartengono al subgenus Hippotigris.

Ma la zebra di cui parliamo è una continua fonte di sorprese ed è un’eccezione anche tassonomicamente parlando.

Ci si potrebbe aspettare che il signor Grévy, di cui porta il nome, fosse un intrepido esploratore africano, un cacciatore od un naturalista sul campo, ma così non è: in realtà Jules Grévy fu Presidente della Repubblica francese dal 1879 al 1887, e la zebra in questione venne descritta da tutt’altra persona, un certo Emile Oustalet, uno zoologo francese che così la chiamò in onore del suo Presidente.

La distribuzione geografica è piuttosto limitata, comprendendo parte del Kenya e dell’Etiopia, e la nicchia ecologica occupata da questo erbivoro è particolare, a metà strada tra la dipendenza dall’acqua tipica delle altre zebre (che, pur adattandosi a zone aride, necessitano di bere giornalmente, anche a causa della loro dieta a base di erbe spesso coriacee e del sistema digerente non ruminante e quindi meno efficiente) e quella molto meno dipendente dall’acqua dell’asino selvatico africano, animale prettamente “deserticolo”.

Ad ogni buon conto, per quanto concerne il sistema digerente, vale quanto detto nella scheda della zebra di Burchell ( Equus quagga burchelli ). L’habitat tipico è la savana alberata, con presenza predominante di acacie ed altre piante spinose del gruppo Commiphora, piante dalle cui resine spesso si ricavano incensi e sostanze profumate (tipica la mirra estratta da Commiphora myrrha ).

Normalmente, le zebre di Grévy riescono ad ottenere parte dei liquidi necessari dall’alimentazione e sono più parche nel bere, potendosi accontentare di una vera abbeverata ogni 5 o 6 giorni, questo specialmente nella stagione delle piogge, vale a dire, per le zone dove esse vivono, da luglio a novembre, tuttavia, nella stagione secca o durante periodi di siccità, possono spostarsi in aree più elevate e più umide e dipendono di più dalla presenza di riserve idriche.

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L’habitat tipico dell’Equus grevyi è la savana alberata. Sopporta meglio la siccità delle altre zebre © Giuseppe Mazza

La loro organizzazione sociale si può sintetizzare in tre concetti: animali territoriali, dediti a migrazioni e con branchi dai legami “volatili” e non obbligati.

Non esiste il vero harem come nelle altre zebre e l’unico gruppo “stabile” è l’associazione femmina-ultima figliata (uno o due figli), mentre l’associazione di più gruppi famigliari e di altri capi forma branchi a volte anche numerosi ma instabili.

Solitamente un tipico branco compren- de non più di una dozzina di femmine con prole ma, nella stagione delle piogge, possono aggregarsi più branchi (anche se il termine “branco” forse non è esatto, data l’instabilità e la variabilità di tali associazioni), fino a contare 100 o 200 capi.

Durante le migrazioni stagionali verso aree più adatte per il pascolo, poi, non è raro contare anche diverse centinaia di capi, fino a 500 in determinati casi, ma tali raggruppamenti non possono certamente essere considerati branchi, anche se si notano sub-raggruppamenti per classi o di età o di altro genere, ad esempio femmine con prole al seguito oppure giovani maschi.

La casualità e volatilità di tali aggre- gazioni è dimostrata anche da un altro fatto: dove l’areale di distribuzione dell’ Equus grevyi e del più settentrionale Equus quagga boehmi si sovrap- pongono, non è raro, durante le migrazioni, vedere le due specie allegramente mescolate in spensierata promiscuità.

Gli stalloni della Grévy differiscono, quanto a comportamento, nettamente da quelli delle altre zebre: non sono padroni di un harem e sono, invece, territoriali: mentre il maschio maturo di una Burchell non difende un territorio ma il proprio harem, uno stallone di Grévy difenderà accanitamente il suo territorio, che è, in media, di 4-7 chilometri quadrati, e questo almeno nella stagione delle piogge.

Tuttavia, se rimane acqua a sufficienza nella zona, certi stalloni mantengono e proteggono il proprio territorio anche nella stagione secca, anche mentre il grosso della popolazione è distante, sulle alture, più ricche di pascolo.

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Lo stallone è senza harem, territoriale e poco romantico. La femmina spudorata © Giuseppe Mazza

Questo è reso possibile anche dal fatto che, proprio grazie alla massiccia migrazione, la competizione per quel po’ d’acqua che rimane è scarsa, e, quasi in premio a tale fedeltà al proprio dominio, quando i branchi ritorneranno dai pascoli alti nella successiva stagione delle piogge, il cui inizio segnerà anche il picco dell’attività sessuale, tale attività avverrà prevalentemente nei territori “custoditi” ed i relativi proprietari risulteranno avvantaggiati nei confronti dei concorrenti “senza terra”, che saranno più occupati a conquistarsene una prima di sperare di…acchiappare.

L’aggressività dei maschi nei confronti di maschi più giovani che penetrano nel loro territorio sarà sorprendentemente bassa, ma quando sono presenti femmine le cose cambiano e la tolleranza diventa zero.

Il maschio può riprodursi verso i 6 o 7 anni, mentre la femmina è più precoce e può generare a tre anni di età.

L’estro si protrae per circa una settimana (da 4 a 10 giorni) e la gestazione dura quasi un anno, dopo di che la femmina può nuovamente entrare in estro pochi giorni dopo il parto.

Una femmina in estro è facilmente riconoscibile, non solo per certi segni di recettività, come turgore dell’organo sessuale, perdite mucose e frequenza con cui l’animale urina, ma anche e soprattutto per una notevole….sfacciataggine e disinibizione nell’invitare lo stallone: la posizione tipica è a zampe distese, con le posteriori divaricate, coda sollevata e bocca spesso aperta e, se il maschio è vicino, sovente la femmina gli si avvicina “a marcia indietro”, quasi a forzargli la mano, se mai ce ne fosse bisogno.

Dal canto suo, lo stallone della Grévy pare essere l’opposto del corteggiatore timido e romantico e a volte tende ad essere piuttosto violento nelle sue manifestazioni , come accade tra gli asini, con morsi ed inseguimenti più simili allo stupro che al corteggiamento, anche se non mancano gesti più….teneri, se vogliamo usare un termine forse troppo umanizzato, come l’appoggiare la testa sul dorso della femmina.

La Grévy, come tutte le zebre e gli equidi, è un perissodattilo (dita dispari), che poggia il peso del corpo su di un solo dito per zampa, dito robustissimo, ovviamente, e fornito di un’unghia altamente specializzata, lo zoccolo.

L’andatura, o meglio, le andature, sono quelle tipiche di tutti gli equidi: passo, trotto e galoppo sono pressoché gli stessi del cavallo e poiché il trotto, in particolare, viene più sciolto e spontaneo alle specie più grandi (anche tra i cavalli domestici), la zebra di Grévy pare adottare questa andatura più naturalmente e più spesso delle altre specie di zebra.

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Una madre col piccolo. La gestazione dura quasi un anno © Giuseppe Mazza

La velocità sviluppata nel galoppo pieno è notevole, quasi 60 Km all’ora, ma non può essere mantenuta a lungo come, invece, un buon cavallo può fare, tuttavia è sufficiente, di solito, a seminare un leone, se questi non ha avuto il vantaggio delle sorpresa, in quanto il re degli animali ha una resistenza ancora minore sulle lunghe distanze ed il suo attacco si basa sullo scatto.

Nei momenti di riposo, di siesta all’ombra e di sonno, gli equidi assumono una posizione ben diversa dai ruminanti, in quanto la loro gabbia toracica, carenata, non consente loro di giacere sullo sterno con gli arti ripiegati sotto il corpo, per cui, dopo essersi “inginocchiati” sui quattro arti, si distendono sul fianco.

Inoltre amano “rotolarsi” spesso, per prendere il loro bagno di polvere o per liberarsi di parassiti, essendo in grado di compiere un giro completo, portando le zampe dal lato destro al sinistro ruotando sul dorso, cosa che generalmente i ruminanti (ed anche la zebra di montagna, eccezione tra gli equidi) non fanno.

La comunicazione tra diversi individui avviene con varie modalità.

La comunicazione sonora riveste una grande importanza, come in tutti gli equidi, con un repertorio di suoni abbastanza vario, tuttavia occorre dire che, mentre molte vocalizzazioni sono simili per le varie specie, quelle di vera e propria comunicazione tra individui varia da specie a specie.

Un suono di soddisfazione, spesso udibile al pascolo, è ottenuto soffiando l’aria dai polmoni e tenendo il labbro superiore “morbido”, in modo da farlo vibrare in un sonoro “Prrrrrrr”, vi sono poi un paio di suoni di allarme, che consistono in un breve i-haa asinino, ma molto più soffice, quasi sommesso, oppure in un sonoro sbuffo, mentre sorpresa o dolore (ad esempio per un morso od un calcio ricevuti) vengono manifestati con una sorta di belante e profondo strillo: tutti questi suoni sono comuni ai vari equidi.

Al contrario, le vocalizzazioni di richiamo e per mantenere i contatti differiscono abbastanza da specie a specie: il nitrito è tipico dei cavalli, mentre la zebra di Burchell emette una sorta di sonoro abbaio e la Grévy utilizza un raglio abbastanza simile a quello dell’asino.

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I maschi si riproducono a 6-7 anni d’età. Le femmine, più precoci, a 3 anni © Giuseppe Mazza

Tuttavia vi sono altri sistemi di comunicazione molto importanti tra individui della stessa specie.

Il linguaggio del corpo, ad esempio, è estremamente espressivo e vario: a differenza di altri erbivori, la mimica facciale è sofisticata, grazie anche alla mobilità del labbro superiore.

A parte la “smorfia” del flehmen, con innalzamento ed arricciamento del labbro superiore (comune a molte specie sia erbivore che carnivore), che consente di aspirare particelle odorose o liquide presenti nell’urina della femmina e stabilire se è recettiva, inviandole all’organo vomero-nasale, lo scoprire i denti gioca un ruolo importante nel comunicare il proprio “umore”, anche perché la robusta dentatura, per quanto da erbivoro, rappresenta un’arma da non sottovalutare.

La posizione delle grandi orecchie e la mimica faciale possono esprimere un’ampia gamma di stati d’animo, così come la postura ed i movimenti della testa, della coda e degli arti. Una delle forme più comuni di minaccia consiste in un appiattimento delle orecchie accompagnato da un’ondeggiare della coda, mentre la testa viene abbassata e “dondolata” a destra ed a sinistra. Un tentativo di imporre la propria dominanza si manifesta con una postura eretta, zampe rigide e testa tenuta alta, mentre l’animale si pone di lato per esporre al rivale il massimo della sua mole, ma questa è una caratteristica comune a moltissime specie e non certo solo alla zebra.

In aggiunta a questo, al pari del cavallo, determinati movimenti esprimono molto chiaramente la minaccia di rifilare un calcio con gli anteriori o una pericolosa “doppietta” con i posteriori ed anche lo scoprire i denti, come abbiamo visto, gesto spesso accompagnato da un eloquente movimento aggressivo in avanti della testa, prelude ad un morso che può rivelarsi devastante, data la forza dei muscoli masticatori.

In conclusione, quindi, si può dire che la zebra di Grévy è un equide con una sua ben marcata “personalità”, che lo distingue nettamente dagli altri cugini africani, ed essendo animale un tantino permaloso ed aristocratico si offenderebbe moltissimo ad essere confuso con qualche più o meno lontano parente: insomma, si fa presto a dire zebra, ma Grévy è un’altra cosa!

 

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