Hapalochlaena lunulata

Famiglia : Octopodidae

 

 

Testo © Sebastiano Guido

 

 

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Il Polpo dagli anelli blu (Hapalochlaena lunulata) ama le acque calde. A titolo indicativo, è presente, a macchia di leopardo, nei reef dell’Australia, Papua, Solomon, Indonesia e Filippine, fino al Giappone © Sebastiano Guido

Il Polpo dagli anelli blu ( Hapalochlaena lunulata - Quoy & Gaimard, 1832 ) appartiene alla classe dei Cephalopoda, molluschi marini con conchiglia assente o molto ridotta, ordine degli Octopoda ed alla famiglia Octopodidae, polpi con otto braccia, un corpo a sacchetto, un capo dotato di un forte becco, occhi molto sviluppati ed una membrana che riunisce alla base i tentacoli, abitualmente dotati di una doppia fila di ventose.

L’etimologia del genere Hapalochlaena deriva dalle parole greche "hapalo" (delicato) e "chlaena" (mantello simile alla clamide). Descrive quindi un’epidermide delicata, come delicato è il polpo che la indossa e che ne fa vedere i preziosi disegni azzurri solo nei momenti clou della sua esistenza.

Il nome della specie lunulata, in latino a forma di luna, descrive la forma degli anelli (anche se in realtà la lunula delle calzature del senatori romani era a forma di mezzaluna).

Il nome italiano sottolinea la parte più appariscente della livrea: quegli anelli blu che esibisce nel corteggiamento, nella paura e nell’ira.

Zoogeografia

È un polpo di acque calde, presente solo, a macchia di leopardo, nei reef dell’Australia, Papua, Solomon, Indonesia, Filippine e Giappone, pur non essendo esclusa la possibilità di incontrarlo anche in zone adiacenti.

Ecologia-Habitat

La Hapalochlaena lunulata vive in stretto contatto col fondo ed è possibile reperirla dai pochi decimetri delle pozze di marea fino alla profondità di una quarantina di metri.

L’estremo mimetismo e le piccole dimensioni lasciano ritenere che nei prossimi anni, col progredire dei sistemi di ricerca e l’aumento dei ricercatori, ci saranno sviluppi interessanti sulla conoscenza degli habitat che frequentano.

Al momento, proprio per i due fattori citati, oltre che nelle pozze di scogliera è più facile trovarle su fondali brulli, ghiaiosi e con poche "oasi" dove possano imboscarsi. Anche se i reef ne brulicassero, infatti, lì avrebbero troppi nascondigli ed occorrerebbero gli occhi di Argo per riuscire a scorgerne qualcuna.

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Vive a contatto col fondo, in acque basse, non oltre i 40 m, con certezza nelle pozze di scogliera, dove è più facile scorgerla © Sebastiano Guido

Morfofisiologia

I tentacoli non superano i dieci centimetri di lunghezza, e così pure il corpo mentre la media, nei rari esemplari che si incontrano, arriva pressappoco a metà. Il peso varia dai dieci ai cento grammi.

Il mollusco, quando lo si trova sul fondo, se ne sta aggrappato a qualcosa, fingendo d’esserne parte integrante. Il corpo, in quelle circostanze, si riconosce per la forma a sacchetto il più delle volte terminante a punta e spesso orlato con un merletto di piccole escrescenze.

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Può raggiungere, tentacoli inclusi, i 20 cm di lunghezza ma in genere misura circa la metà. Quando si eccita per le nozze o viene disturbato, sul corpo appaiono, quasi fluorescenti, degli anelli blu enfatizzati da macchie rossastre. Un modo per farsi notare o ricordare ai predatori che ha un morso molto velenoso © Sebastiano Guido

La sua colorazione è intonata se non identica all’ambiente, con velatissimi cerchietti che, più che vederli, si indovinano. Solo l’occhio di falco di una guida, che sappia dove frugare, può riuscire a individuarlo, spesso solo dopo lunghe ricerche. Individuato l’esemplare, per fargli esibire gli splendidi cerchi blu che impreziosiscono la sua immagine, si procede chiudendo la mano a pugno e, avvicinatala al soggetto, distendendo le dita di scatto.

Lo spavento, induce il gasteropode a un atteggiamento di minaccia che consiste nell’esibizione degli anelli blu: gli stessi cerchi che, mostrati nel periodo d’estro per corteggiare una femmina, hanno consentito alle guide di localizzare e memorizzare il territorio abitato dal mollusco.

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Eccolo, simile a un sacchetto, in una delle sue livree mimetiche, grazie a cromatofori di vario colore che dilatandosi o rimpicciolendo ricreano istantaneamente tinte e disegni dell’ambiente © Sebastiano Guido

Otto esili tentacoli partono dal collo, che chiude il sacco cefalico. Al di sopra di essi, due "grandi" occhi scrutano con uno sguardo enigmatico il mondo circostante. Al centro dei tentacoli un piccolo becco corneo, dispensatore di morte. È collegato alle ghiandole salivari, dove delle specie di batteri simbionti producono la letale tetrodotossina.

La pelle è un miracolo della natura: munita di terminazioni nervose che le consentono di estroflettere a volontà protrusioni e verruche, è dotata di particolari cellule, i cromatofori.

Ognuno di questi "portatori di colore" possiede una tinta diversa e, se sollecitato dal sistema nervoso del polpo, si espande mostrando il proprio colore. Se il gasteropode volesse ad esempio intonarsi a un fondale giallo farebbe espandere solo i cromatofori gialli e lo stesso farebbe, con altri cromatofori, per uniformarsi a qualsiasi tinta e trama del fondale.

Oltre che per mimetizzare il polpo, le colorazioni sono un linguaggio di cui noi, per ora, riusciamo a comprendere solo un "grido": l’urlo trasmesso dagli anelli blu.

In natura i colori vivaci sono avvertimenti per fare sapere a chi osserva che il latore non è un boccone qualsiasi. Anche se il nostro polpo potrebbe fuggire dalle bocche che l’avessero ingoiato muovendosi sui propri tentacoli e lasciando la "balena" agonizzante, il nostro novello Giona preferisce evitare spaventi e forse qualche morsicata che potrebbe acciaccarlo, per cui sventola il vessillo a cerchi che segnala il pericolo, sperando che ogni predatore lo sappia leggere.

Oltre che evitare d’essere una vivanda, per sopravvivere occorre anche mangiare ed un cocktail micidiale di tossine è l’arma perfetta per procurarsi un pranzo. Per compensare la velocità di fuga delle vittime (che potrebbero allontanarsi notevolmente nel giro di pochi secondi, finendo magari preda di qualche furfante appostato nei paraggi), il veleno che il polpo inietta è talmente forte da poter paralizzare ed uccidere in millisecondi. Prima ancora di avere reazioni di fuga la preda è morta.

È stato calcolato che il veleno dell’ Hapalochlaena lunulata, (un insieme di neurotossine in cui la tetrodotossina fa la parte del leone) iniettato in quantità di 8 µg (otto milionesimi di grammo) per ogni chilo di peso corporeo di una persona, sia sufficiente a ucciderla.

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Difficile distinguerla su questa ascidia più piccola di una spanna. E chi direbbe che un esserino così minuto può uccidere rapidamente un uomo? La sua arma potente è la tetrodotossina, veleno prodotto nelle ghiandole salivari da batteri simbionti. Bastano otto milionesimi di grammo per chilo ad uccidere gli importuni © Sebastiano Guido

Per questo motivo lo sfortunato che ricevesse un morso, a seconda della quantità di veleno ricevuta, avrebbe a disposizione un’agonia non più lunga d’un paio d’ore, con paralisi progressiva di tutto il corpo dopo appena 15 minuti dall’infausto evento. L’impossibilità di respiro, con conseguente ipossia, porterebbe anche all’arresto cardiaco.

Sott’acqua difficilmente la vittima avrebbe qualche probabilità di cavarsela; maggior fortuna potrebbe avere solo chi fosse stato morso da un polpo, da lui toccato in una pozza di marea. Nel caso specifico, l’intervento tempestivo di un soccorritore (capace di tenere in vita la vittima con la rianimazione cardiorespiratoria fino a farla giungere a un centro medico che proseguisse efficacemente queste terapie), potrebbe forse scongiurare il dramma.

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Eccola mentre esce a caccia di crostacei, molluschi e pesci sorpresi nel sonno che non si accorgono nemmeno di morire. Il veleno paralizza e uccide prede in millisecondi © Sebastiano Guido

Poiché non esistono antidoti al veleno, questa è l’unica cura possibile per mantenere in vita l’infortunato fino a che (dopo 15÷24 ore), la tossina spontaneamente si modifica e termina d’agire. Se, trascorso questo tempo, l’infortunato è riuscito a sopravvivere, riprenderà gradualmente le sue funzioni vitali, senza riportare strascichi di alcun tipo.

Etologia-Biologia riproduttiva

L’ Hapalochlaena lunulata si nutre principalmente di crostacei, ed in particolare di gamberetti e granchi, ma cattura anche molluschi e persino pesci, sorpresi a riposare nelle ore notturne.

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Qui, acquattata, ha notato un pericolo e cerca d’evitarlo. Ha assunto un contorno mimetico irregolare e attivato i cromatofori. Veleno e mimetismo non bastano. Anche la Hapalochlaena lunulata ha i suoi predatori: sono soprattutto murene e cernie che riescono a sopraffarla senza farsi mordere forse immuni all’ingestione del veleno © Sebastiano Guido

Suoi predatori sono soprattutto murene e cernie che riescono a sopraffarla senza farsi mordere e che pare siano immuni all’ingestione del suo veleno.

Nei confronti dell’uomo è abitualmente timida, ma potrebbe mordere se spaventata e impedita a fuggire.

Per l’accoppiamento il maschio, più piccolo della femmina, si avvince tenacemente (dal dietro) al sacco cefalico della partner introducendo nella cavità palleale di lei un sacchetto di spermatofore. In un secondo tempo, queste saranno utilizzate dalla femmina per fecondare le uova.

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Passato il pericolo si è spostato su un supporto più uniforme e si sta rilassando. I cerchi blu e le zonature rossicce si attenuano mentre le protuberanze scompaiono © Sebastiano Guido

Per consegnarle i gameti, il maschio usa il terzo tentacolo destro (l’ectocotile) con cui li preleva dalla propria tasca di Needham per donarli alla partner. L’approccio da dietro fa supporre la possibilità la signora abbia istinti cannibali, in quanto il cannibalismo è pratica comune in molte specie di polpo e non vi è ragione per pensare che l’ Hapalochlaena lunulata non la eserciti.

Al momento la resilienza e l’indice di vulnerabilità sono sconosciuti.

Sinonimi

Octopus lunulatus - Quoy & Gaimard, 1832.

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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