Hibiscus sabdariffa

Famiglia : Malvaceae

Testo © Pietro Puccio

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L’ Hibiscus sabdariffa è una specie erbacea annuale o biennale, alta anche più di 3 m, d’origine, sembra, africana © Giuseppe Mazza

Coltivata da tempi remoti, l’esatto luogo di origine non è noto, si suppone l’Africa, si è naturalizzata in diverse regioni tropicali e subtropicali, dove cresce in aree aperte e ai margini di corsi d’acqua, dal livello del mare fino a quote collinari, caratterizzate da elevata piovosità ben distribuita durante l’anno.

Il nome del genere deriva dal latino “hibiscum”, nome utilizzato da Plinio (23–79) per indicare l’ Althaea officinalis, a sua volta derivato dal greco “ibiskos”, riferito ad alcune Malvaceae; il nome specifico deriva da un termine locale usato in India.

Nomi comuni: Indian-sorrel, Jamaica-sorrel, red-sorrel, roselle, sorrel, sour-sour (inglese); bissap, Carcadé, Karkadé (arabo); chukiar (assamese); chukar (bengalese); mei gui qie, luo shen kui, shan qie zi (cinese); oseille de Guinée, thé rose d’Abyssinie (francese); gongura, lal lambari (hindi); carcadè (italiano); carurú-de-Guiné, quiabo-azedo, quiabo-de-Angola, quiabo-róseo, quiabo-roxo, rosela, vinagreira (portoghese-Brasile); ambasthaki (sanscrito); acedera de Guinea, rosa de Jamaica, serení (spagnolo); ufuta, ufuta dume (swahili); Hibiscus-Tee, Malvantee, Rosella (tedesco); erragomgura, gongura (telegu); kra chiap daeng (thailandese); rau chua (vietnamita).

L’ Hibiscus sabdariffa L. (1753) è una specie erbacea annuale o biennale, alta fino a oltre 3 m, con fusto eretto poco ramificato, generalmente rossastro, glabro o leggermente pubescente. Le foglie, su un picciolo lungo 1-10 cm, sono alterne, lunghe 7-15 cm, solitamente ovate nella parte inferiore del fusto, palmatolobate nella parte superiore, con tre-sette lobi oblungo-lanceoalati con margini serrati e apice ottuso, lunghi 2-8 cm e larghi 0,5-1,5 cm.

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I frutti sono capsule ovoidi di circa 2,5 cm di lunghezza e 1,5 cm di diametro. Contengono numerosi semi reniformi, bruno scuro, lunghi circa 0,5 cm. Specie coltivata da secoli ai tropici per le sue proprietà alimentari e medicinali © Giuseppe Mazza

Fiori ascellari, su un peduncolo pubescente lungo 2-3 cm, generalmente solitari, ermafroditi, con epicalice (involucro di brattee simili a sepali posto sotto il calice, tipico delle Malvaceae ) costituito da 8-12 lobi lanceolati, lunghi 0,5-1,5 cm, con appendice spinosa in prossimità dell’apice, di colore rosso. Calice campanulato a 5 lobi triangolari con apice appuntito, lunghi 1-2 cm, provvisti esternamente di corte spine e radi peli, di colore rosso scuro, carnoso e ingrossato, fino a 6 cm di lunghezza e 3-3,5 cm di diametro, in frutto. Corolla campanulata di 6-8 cm di diametro di colore giallo o rosa pallido con centro rosso scuro, costituita da 5 petali obovati di 5 cm di lunghezza e 3 cm di larghezza, e colonna staminale lunga 2 cm.

E’ una specie brevidiurna pertanto la fioritura inizia quando le ore di buio superano quelle di luce.

I frutti sono capsule ovoidi con apice appuntito, di circa 2,5 cm di lunghezza e 1,5 cm di diametro, pubescenti, contenenti numerosi semi reniformi, lunghi circa 0,5 cm, di colore bruno scuro.

Si riproduce per seme, che germina in 1-3 settimane, in terriccio organico drenante mantenuto umido alla temperatura di 24-26 °C, con inizio della fioritura, nelle migliori condizioni di coltivazione, dopo circa due mesi.

Specie coltivabile nelle regioni tropicali e subtropicali umide, necessita di temperature elevate, superiori a 20 °C, valori inferiori rallentano la crescita fino a fermarla intorno a 15 °C, mentre la morte della pianta può sopravvenire dopo qualche giorno a temperature inferiori a 10 °C. Richiede una esposizione in pieno sole e non è particolarmente esigente riguardo al suolo, purché ben drenato, ma preferisce quelli sabbiosi ricchi di sostanza organica mantenuti costantemente umidi, anche se può resistere a brevi periodi di secco grazie all’apparato radicale profondo.

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Tutte le parti della pianta sono eduli, ma la più utilizzata è il calice che contiene, oltre ad una elevata quantità di acido citrico, acido malico ed acido ascorbico, pectina, antocianine, vitamine e minerali. Viene usato fresco, per insalate e zuppe, e secco per preparare varie bevande tra cui una molto popolare in Africa, nota come karkadé © Giuseppe Mazza

La pianta ha un ciclo vegetativo di 6-8 mesi, può quindi essere coltivata anche nei climi meno favorevoli seminando in ambiente protetto alla fine dell’inverno e trasferendo le giovani piante all’esterno quando le temperature lo consentono.

Tutte le parti della pianta sono eduli, ma la più utilizzata è il calice che contiene, oltre ad una elevata quantità di acido citrico, acido malico e ascorbico, pectina, antocianine, vitamine e minerali, impiegato sia fresco in insalate e zuppe, che secco per preparare diverse bevande tra cui una molto popolare in Africa, nota come karkadé, consumata sia calda che fredda con aggiunta di zucchero. I calici, che alimentano un fiorente commercio, vengono inoltre utilizzati per sciroppi, gelatine, confetture, dolci e per colorare e aromatizzare diverse pietanze.

Le foglie e i giovani germogli sono consumati crudi o cotti come ortaggi e i semi fermentati, che contengono proteine, lipidi, minerali e vitamine, vengono impiegati in Africa come condimento e per aromatizzare varie pietanze. Le resistenti fibre ricavate dal fusto, simili alla juta ( Corchorus capsularis L. e Corchorus olitorius L.), da piante selezionate allo scopo che possono raggiungere i 5 m di altezza, vengono utilizzate per fabbricare corde, reti, sacchi ecc.

Da tempi remoti fiori e foglie, e in misura minore semi e radici, sono utilizzati nella medicina tradizionale di varie popolazioni; studi di laboratorio hanno evidenziato la presenza in varie parti della pianta, ma soprattutto nel calice, di composti bioattivi con attività antimicrobica, anticancro, antiossidante, antipertensiva, epatoprotettiva, ipocolesterolemica, antinfiammatoria e ansiolitica. Non sono infine da trascurare le sue caratteristiche ornamentali, come pianta da giardino, e quelle dei calici che vengono impiegati nelle composizioni floreali.

Sinonimi: Hibiscus fraternus L. (1775); Sabdariffa rubra Kostel. (1836); Hibiscus cruentus Bertol. (1840); Abelmoschus cruentus (Bertol.) Walp. (1842); Hibiscus palmatilobus Baill. (1885); Furcaria sabdariffa Ulbr. (1921).

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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