Loxodonta africana

Famiglia : Elephantidae

 

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Testo © Dr. Gianni Olivo

 

 

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La Procavia capensis e l’elefante sono parenti stretti. Hanno infatti un antenato comune © Giuseppe Mazza

Il progenitore delle specie di elefanti oggi esistenti pare fosse un relativamente piccolo animale di struttura simile ad un suide e privo di proboscide ma con due corte zanne, alto appena 60 cm al garrese, i cui resti fossili furono rinvenuti in Egitto.

Il Moeritherium (questo il nome latino assegnatogli) viveva nelle paludi e negli acquitrini che bordavano il mare di Tethys, nell’Eocene, 50 milioni di anni fa, mare che allora copriva parte del Nordafrica, quando l’attuale deserto del Sahara era un mosaico di paludi e marcite.

Un’ipotesi accreditata è che l’antenato del Moeritherium fosse un mammifero non ancora ben individuato da cui discesero da una parte i Proboscidea, dall’altra gli Hyracoidea (iraci), animali che, strano a dirsi, pur assomigliando superficialmente alle marmotte, sono, in realtà, degli ungulati e lontani parenti degli elefanti, ed infine i Sirenia (dugonghi e lamantini).

Il ramo dei proboscidati che derivò dal Moeritherium si diramò poi in diverse forme di vita che si adattarono ad occupare nicchie ecologiche diverse e le conoscenze attuali contemplano 5 famiglie diverse: i Moeritheridae, i Gomphotheridae, i Mastodontidae, i Dinotheridae e gli Elephantidae.

Di tutte queste famiglie sono oggi presenti solo appartenenti all’ultima, ed anche le due specie di mammouth, estintesi in tempi non lontanissimi, erano rappresentanti degli Elephantidae, rispettivamente il Mammouth lanuto ( Mammuthus primigenius ), quello più noto ai non addetti ai lavori ed il Mammuthus imperator.

Il mammouth lanuto era ricoperto di un vello costituito da peli lunghi appena 2 o 3 cm che formavano uno strato isolante contro il freddo e da un secondo tipo di peli, più rigidi, meno fitti e lunghi fino a mezzo metro. L’asserzione secondo cui tali giganti vennero “estinti” dall’uomo, asserzione che ho sentito e letto più volte, mi pare un po’ come la pretesa di vuotare il mare con un mestolo, ma occorre considerare che tali animali erano meno evoluti dell’attuale elefante e probabilmente meno adattabili a cambiamenti climatici, di vegetazione e di altro genere.

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La Loxodonta africana cyclotis è più piccola, più scura, con zanne sottili parallele alla proboscide © Mazza

Solo per fare un esempio, i molari dei mammouth erano semplici e non rim- piazzabili e differivano da quelli dei moderni elefanti.

Dell’elefante africano ( Loxodonta africana - Cuvier, 1825 ) si riconoscono oggi due sottospecie : il noto Elefante della savana ( Loxodonta africana africana ) ed il più piccolo Elefante della foresta ( Loxodonta africana cyclotis ).

Le due sottospecie possono avere, in alcuni paesi, habitat sovrapposto, ad esempio nella parte più settentrionale-orientale del Congo, ma l’elefante di foresta è confinato in un’area meno vasta, corrispondente, in buona parte, alla foresta pluviale.

L’elefante della savana raggiunge dimen- sioni maggiori, con peso che può arrivare alle 6 tonnellate nei maschi, ma eccezionalmente anche a 7000 Kg (media 5000 kg), ed altezza alla spalla di 330-360 cm, con un record riportato di 4 metri, mentre la sottospecie della foresta è decisamente più piccola, tanto che Noack, nei primi del ‘900, parlò anche di un fantomatico elefante nano, detto Elephas africanus pumilio, che tuttavia non sembra esistere.

L’esemplare noto era quello che viveva in un giardino zoologico e che, al momento del battesimo, misurava un metro e mezzo alla spalla. Peccato che al momento della morte, avvenuta durante la prima guerra mondiale, l’altezza fosse arrivata a 205 cm circa, range che combacia con quello di Loxodonta africana cyclotis, il che fa dubitare fieramente della classificazione.

Loxodonta africana cyclotis ha un’altezza, in media, di 240 cm nei maschi e di poco più di due metri nelle femmine, con record (rari) di tre metri ed ovviamente pesi decisamente inferiori. Ansell, negli anni’70, distingueva alcune sottospecie per entrambe le specie citate e precisamente: Loxodonta africana africana (Sud dell’allora Zaire, Angola, Zambia e Mozambico), Loxodonta africana krockenhaueri (Kenya Tanzania, Sud della Somalia e Uganda), Loxodonta africana orleansi (Somalia ed Etiopia) e Loxodonta africana oxyotis (Sudan ed Etiopia) e, per quanto riguardava l’elefante di foresta, Loxodonta africana cyclotis (Africa occidentale e bacino del Congo) e Loxodonta africana farahonensis, una sottospecie Nordafricana che si estinse in epoca storica. Tuttavia, come spesso accade, è possibile che tale suddivisione fosse più teorica che reale, come accade, d’altra parte, per altri animali.

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Un teschio d’elefante può far pensare all’esistenza del mitico ciclope © Gianni Olivo

In realtà le vere differenze esistono e sono marcate principalmente tra la specie di savana e quella di foresta.

L’elefante di savana, a parte le maggiori dimensioni, ha orecchie ampie e triangolari e zanne più massicce, ricurve e dirette prima in basso e poi in avanti, quello di foresta le ha più sottili, meno curve e che puntano più verticalmente verso il terreno e le orecchie, come dice il nome scientifico, sono arrotondate.

Entrambe le specie hanno 5 dita, poste verticalmente, come colonne, ed annegate nello spesso tessuto del piede, ma, mentre l’elefante di savana ha, generalmente, 4 unghie visibili nel piede anteriore e tre nel posteriore, quello di foresta ne ha rispettivamente 5 e 4.

Tuttavia tale differenza potrebbe essere dovuta a motivi ambientali: l’elefante di savana vive e cammina su terreni più duri, spesso sassosi, mentre quello di foresta vive su terreni molto più cedevoli e questo spiegherebbe anche una certa variabilità e parecchie eccezioni ( almeno per quanto riguarda la Loxodonta africana africana ).

L’elefante di foresta ha una pelle più liscia e grigio scura rispetto al cugino di campagna, che invece presenta cute ruvida, con solchi profondi e di colore più chiaro, con radi peli che si presentano più fitti negli individui immaturi. Gli adulti hanno ciglia sviluppate (una protezione contro polvere ed insetti) e peli a livello del meato acustico esterno. A livello scheletrico si notano delle differenze tra le due specie essenzialmente nella mandibola, che ha conformazione diversa, con condili mandibolari che sono ovali in Loxodonta africana cyclotis e sferici in Loxodonta africana africana .

Il cranio dell’elefante ha un aspetto appa- rentemente strano ed alieno per chi lo osservi per la prima volta; le orbite non sono definite come in altri esseri viventi, in compenso, anteriormente, si apre una grossa cavità, che pare un’orbita, ma che in realtà è l’accesso alle fosse nasali (proboscide) e tale aspetto mi fece immaginare, tanti anni fa, quando ne vidi uno per la prima volta, che tale aspetto potrebbe aver alimentato la leggenda dei ciclopi.

Immaginiamo un antico contadino che, vangando, abbia ritrovato i resti di un antenato dei nostri elefanti, magari in un campo della Magna Grecia, cosa avrebbe potuto immaginare?

Un gigante con un occhio solo e con due zanne sporgenti verso il basso: da qui ad immaginare un mostro affamato di carne umana il passo è breve.

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Il disegno delle impronte è diverso in ogni elefante e permette molto spesso di seguirne le tracce © Giuseppe Mazza

I piedi dell’elefante hanno uno spesso cuscinetto cartilagineo che consente, tra l’altro, di procedere silenziosamente, quando richiesto, e la “pianta” presenta un reticolo di fissurazioni che risultano chiaramente nella traccia. Il disegno delle fessure plantari costituisce insomma una sorta di “impronta digitale” attraverso cui si può riconoscere e seguire un determinato esemplare anche se poi è soggetta, nel tempo, a cambiamenti anche macroscopici, per cui l’impronta caratteristica di un elefante può rimanere tale per un periodo più o meno lungo, ma raramente per sempre.

La proboscide è la caratteristica che, più di ogni altra, distingue questi animali e costituisce un organo plurifunzione: naso, pom- pa aspirante, pompa espellente, sensibilissimo dito accessorio do- tato di una finezza di movimenti e di un’agilità incredibili, braccio con una potenza simile a quella di una gru, snorkel utilizzabile in acqua, arma devastante come un maglio, ma anche in grado di rimuovere con delicatezza i residui di membrana fetale dai neonati e di aiutare i giovani.

Le orecchie, oltre a fungere da captatori per i suoni, sono per- corse in lungo e in largo da vasi sanguigni, ed il continuo movimento serve come termoregolatore e dispersore del calore in eccesso, oltre che da scacciamosche, in più contribuiscono al complesso linguaggio del corpo di questi animali.

Le zanne, più curve e dirette in avanti nella specie di savana e più diritte e dirette in basso in quella di foresta, sono in realtà incisivi superiori particolarmente sviluppati in funzione di arma ed attrezzo e presenti generalmente in entrambi i sessi, anche se quelle dei maschi sono più massicce e sviluppate.

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Proboscide tutto fare. Naso, pompa, dito, braccio e snorkel quando nuota © Mazza

Le dimensioni delle zanne non vanno necessariamente di pari passo con la mole del portatore, per cui possiamo trovare dei big tusker relativamente piccoli ed enormi esemplari con zanne di 30 o 40 libbre.

I pesi massimi registrati sono superiori ai 100 Kg per zanna ma si trattava, anche in tempi andati, di eccezioni che facevano storia. Zanne di 70 pounds sono considerate notevoli e talora si incontrano esemplari che rientrano nella categoria dei leggendari “One hundred pounders”, ma la media è di 50 libbre per zanna. La lunghezza varia anche indipendentemente dal peso, per cui ho visto zanne di 250 cm che pesavano 30 Kg perché sottili e zanne (soprattutto in grandi elefanti di savana) corte ma di enorme diametro, pesanti 80 pounds ( quasi 40 Kg). La zanna più lunga oggi conservata misura tre metri e mezzo.

I genitali sono posti tra le zampe posteriori e nella femmina l’apertura della vagina è verso il basso, in posizione, quindi, diversa da quella di molti altri animali e sono situati in mezzo a pieghe cutanee. Il maschio ha testicoli interni e l’organo copulatore ricurvo all’indietro, tranne quando in erezione, caso nel quale raggiunge dimensioni spropositate, anche in funzione della posizione della vagina nella femmina.

Le mammelle, nella femmina, sono poste molto più avanti che nei bovidi, e sono due, poste tra le zampe anteriori, in una posizione che ricorda quella della specie umana.

Le uniche ghiandole odorose sono quelle temporali, anch’esse surdimensionate e possono pesare 3 chili nel maschio ed uno nella femmina.

La longevità è notevole, obbedendo a quella regola non scritta per cui, generalmente e con le debite eccezioni, animali di maggiori dimensioni tendono a vivere più a lungo, tuttavia, a dispetto di tante leggende, la media si attesta sui 60 anni, anche se non si può escludere che qualche Matusalemme della specie possa raggiungere gli 80.

Per quanto riguarda i sensi, udito ed odorato sono eccellenti e l’odorato, in particolare, è un’efficace strumento per localizzare non solo cibo e acqua ma anche potenziali pericoli. Non è raro vedere proboscidi sorgere, come immani serpenti, da un mare di alte canne: le particelle odorose, captate dalla proboscide, vengono poi portate a contatto con i recettori olfattivi e forniscono informazioni precise al pachiderma sulla sede, direzione e distanza della loro fonte.

Distribuzione

L’elefante è presente nell’Africa sub sahariana con una disposizione a macchie di leopardo.

Guardando una mappa dell’Africa possiamo immaginare una grande macchia centrale ed ininterrotta che corrisponde alla foresta pluviale centroafricana e che ospita il Loxodonta africana cyclotis, una seconda grande chiazza, posta trasversalmente, che va dall’Atlantico, seguendo il confine Angola-Namibia-Botswana, al confine occidentale dello Zimbabwe, ove si biforca, contornando detto paese a Nord e a Sud e seguendo il corso dello Zambesi a Nord e del Limpopo a Sud e poi una miriade di macchie di dimensioni diverse che costellano i vari paesi africani.

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Larghe o sottili, le zanne variano con la taglia dell’animale, e possono superare i 3 m e i 100 kg di peso © Giuseppe Mazza

Assente da gran parte della Namibia, desertica, ad eccezione delle aree di savana ricca d’acqua (Okavango, Etosha e Caprivi) è però presente, in una limitata popolazione, anche nella parte settentrionale del deserto della Skeleton coast, popolazione che si è specializzata a vivere in una zona aridissima.

Questi elefanti, spesso all’appa- renza magri e dalle zampe che sembrano più lunghe, non pos- sono, in realtà, fare a meno dell’ acqua, ma piuttosto si sono specializzati nel percorrere lunghe distanze alla ricerca della mede- sima.

Le foreste pluviali dell’Africa occidentale presentano chiazze di presenza più piccole, anche se fitte, mentre altre zone di grandi dimensioni sono situate in Repubblica centroafricana, zona dei grandi laghi, parte della Tanzania e del Mozambico. In Sudafrica, l’elefante è assente su buona parte del territorio, ma numeroso nel Nord (Limpopo e zona del Kruger ed adiacenti) ed in un piccola enclave a Sud (Elephant Addo National Park).

Organizzazione sociale

Una socialità molto complessa unisce in gruppi femmine, piccoli giovani fino ai 12 o 15 anni di età, mentre i maschi adulti tendono a formare gruppi di scapoloni o a stare da soli. Spesso un vecchio maschio è accompagnato da uno o più maschi più giovani, spesso pittorescamente chiamati “askari”.

Il gruppo tipico riunisce femmine imparentate tra loro, generalmente una matriarca con i suoi ultimi piccoli e le figlie ormai adulte che hanno, a loro volta, procreato, ed eventualmente le nipoti, e conta spesso un numero di capi tra le poche unità e 30. Gruppi di una decina di esemplari sono i più comuni.

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Prevedere le reazioni di un elefante non è facile. Molti esperti ci hanno lasciato la pelle © Giuseppe Mazza

Ciò non toglie che vi siano, in certe aree, associazioni di più clan, con decine e, a volte, centinaia di individui che paiono far parte della stessa famiglia.

La matriarca rappresenta il vertice della piramide gerarchica ed è ad essa che il clan si affida e che segue.

Quando essa si ferma a pascolare, il gruppo si sparpaglia (ma rimanendo ogni membro sempre in contatto uditivo, come vedremo più avanti a proposito dei segnali sonori), quando essa riparte, il gruppo si ricompatta e la segue.

Generalmente la matriarca precede ed una femmina adulta fa da retroguardia: se viene sospettato un pericolo, il clan si ricompatta attorno alla femmina leader e tutte le componenti collaborano all’eventuale difesa.

Questo rende conto della maggiore pericolosità di un gruppo di femmine rispetto ad un maschio, anche se aggressivo: frequenti sono gli incidenti mortali dovuti semplicemente all’aver avuto il torto di transitare nei pressi di un gruppo di cui non si è notata la presenza.

In tale caso spesso la carica è portata da più di un individuo ed anche nel caso si sia armati per difesa, spesso l’epilogo è tragico.

Come accade per l’uomo, e a differenza di quanto si verifica in molte specie animali, la vita sociale di una matriarca ormai giunta alla…. menopausa, può proseguire a lungo mantenendo intatta la leadership, almeno fino a che l’età non la renda così debole da non poter assolvere alle sue funzioni.

Giunto quel momento, la vecchia regina si allontana dal gruppo oppure viene abbandonata e la femmina più vecchia e con più esperienza ne prende il posto. Quando un clan diventa troppo numeroso tende a dividersi in due gruppi che tuttavia rimangono in contatto ed in rapporti quasi famigliari.

L’associazione con gruppi non imparentati può verificarsi ma non è mai così stretta ne’ così legante e due gruppi estranei possono, si, procedere o pascolare insieme, ma il tutto raramente va oltre una pacifica coesistenza ed anche i cosiddetti cerimoniali degli elefanti, non vengono mai messi in atto nei confronti di un clan non imparentato. I rapporti tra maschi seguono linee diverse.

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Le mammelle sono poste tra le zampe anteriori, in una posizione che ricorda quella umana © Giuseppe Mazza

I maschi lasciano il clan tra i 12 ed i 15 anni, raramente più tardi, ma la separazione avviene per gradi, nel senso che il giovane, a quell’età, inizia quasi a reclamare la sua autonomia, rimanendo nell’orbita del branco, seguendolo, ma a distanza.

È un’orbita che va allargandosi fino allo sganciamento, quasi per un prevalere della forza centrifuga su quella centripeta esercitata dal gruppo famigliare e, da quel momento, il giovane entra nell’età adulta, ed è, in effetti, il sopraggiungere della pubertà una delle molle dello sganciamento, che, a dire il vero, spesso è incoraggiato dalle femmine, sempre più insofferenti dei crescenti pruriti sessuali del giovane.

Da quel momento il giovane adulto alter- nerà periodi di solitudine ad associazione con qualche compagno più o meno occasionale e, anche se potrà parere strano, è abbastanza frequente vedere gruppi temporanei di soli maschi più numerosi dei branchi di femmine e giovani.

Le associazioni di 2-10 scapoli sono le più frequenti, ma sono riportati gruppi fino a 140 maschi ed in almeno un caso ne vidi oltre 50 tutti insieme.

In altra occasione, io ed un amico, mentre stavamo tornando al campo al tramonto, su di un Toyota scoperto e privo di portiere, ci trovammo di colpo in una situazione a dir poco allarmante, circondati da decine di bull elephants.

Questi gruppi sono soliti vagare su aree più vaste che non le femmine, ma spesso hanno dei luoghi preferenziali, dove si fermano volentieri e dove tornano più o meno regolarmente. Quando un maschio va in musth, si mette alla ricerca di una femmina.

I periodi di musth non sono né legati a particolari stagioni né’ sincronizzati e possono durare poco o per lunghi periodi. In questa fase il maschio è aggressivo ed irritabile, le ghiandole temporali secernono grandi quantità di un fluido più vischioso del solito, che spesso cola creando caratteristiche strie scure visibili da lontano, ed il pene è spesso parzialmente eretto. Quando una femmina va in estro, inizialmente pare irritabile in risposta delle attenzioni di un maschio, ed il suo portamento e postura cambiano. La marcia avviene a testa sollevata, gli occhi, tenuti molto più aperti del solito, guardano in avanti anziché in basso, le orecchie sbattono più frequentemente e, se il maschio prova ad avvicinarla, tende ad allontanarsi.

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Il latte è ricco in grassi e proteine. I piccoli non lo bevono con la proboscide, ma con la bocca © Mazza

Questo almeno inizialmente, poi, a poco a poco, la femmina pare abituarsi all’idea e, quando giunge il momento, si allontana dal gruppo, spesso con la coda sollevata, guardando spesso indietro, quasi ad accertarsi di essere seguita e può, così, allontanarsi anche di molto dalle famigliari.

Quando si ferma o viene raggiunta, il maschio spesso appoggia la proboscide sul dorso o sulla testa della femmina e poi tenta di montarla.

A volte la femmina accetta le avances immediatamente, altre volte si rimette in marcia, quasi a farsi desiderare, ed esegue una variante di quella che viene detta la marcia di corteggiamento.

In realtà non si tratta di questo, perché la vera “marcia” è volta a scoraggiare i maschi meno dotati ed a questo punto forse si impone una precisazione circa le strategie dei vari animali per la conservazione della specie, per cui apro una parentesi extra-elefantina.

Nelle specie monogame vi è un rapporto stabile femmina-maschio: duikers, volpi, licaoni, klipspringer eccetera formano una coppia e, nel caso di specie socievoli (ad esempio i licaoni) una coppia leader, cui è affidata la trasmissione dei geni migliori per la perpetuazione della specie

Le specie poligame possono praticare la poliginia, come gli ippopotami, molte antilopi ed i suidi, con un maschio che vanta un vero e proprio harem, oppure la poliandria, in cui è lei ad avere più mariti, fenomeno che è più frequente nei volatili, oppure ancora la poliganandria in cui vige la parità sessuale e maschi e femmine possono accoppiarsi con diversi partner (felini, tragelafi, giraffa, honey-badger, pangolino ecc.).

Nelle specie non monogame, poiché una coppia leader non esiste, a garantire la trasmissione dei geni migliori, la strategia riproduttiva è diversa ed ecco, qui di seguito, alcuni trucchi che la natura utilizza.

Ad esempio, nel caso dei leoni, sono meccanismi ritardanti quelli che consentono la trasmissione dei caratteri “migliori”, tramite quella che viene detta ovulazione indotta, che impedisce, in pratica, ai giovani o ai meno forti, di fecondare.

Questo spiega anche i frenetici e ripetuti accoppiamenti dei leoni, perché l’ovulazione, nella femmina in estro, non si verifica automaticamente, ma deve venire stimolata ed innescata da ripetuti atti sessuali, per cui una leonessa, a volte, si accoppierà anche cento volte prima di venire fecondata.

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Un cucciolo all’ombra della madre. La società degli elefanti è matriarcale © Giuseppe Mazza

Questo rende improbabile che un giovane inesperto possa tenere alla larga un maschio adulto e dotato ed anche se riuscirà a rimediare una sveltina, ben difficilmente sarà il padre dei cuccioli della signora.

In animali in cui l’ovulazione si verifica spontaneamente, la fem- mina usa altri stratagemmi per procreare con il più forte e tende a “vendere a caro prezzo la pelle, o la verginità” e questo è il caso del nostro elefante, cui torno a bomba.

La marcia del corteggiamento è volta a scoraggiare ed eludere le attenzioni dei giovani che vorreb- bero farsi sotto (anzi, sopra) ed è una maratona di corsette e marce a zig zag nella boscaglia, a volte con puntate aggressive contro il pappa- gallo di turno.

Nel tempo che la femmina impiega ad assuefarsi alla presenza di maschi eccitati, sicuramente si sarà fatto sotto un pretendente serio, con un bel patrimonio (genetico) che possa garantire un futuro ai pargoli che nasceranno. E così la natura ha risolto un altro problema.

Nel momento in cui la femmina recettiva accetta le avances, il maschio la monta e l’organo maschile, che a questo punto è un aggeggio di quasi 30 Kg, riesce a raggiungere, incurvandosi anterior- mente, la vagina, posta, come abbiamo visto, piuttosto avanti, e l’accoppiamento dura sorprenden- temente poco, in media meno di un minuto, accompagnato da rumble rumble che paiono borborigmi ed a volte strilli acuti, inaspettati in giganti di tale mole.

Solitamente la femmina ha il suo primo parto verso i 12 anni e di solito si tratta di un solo piccolo (parti gemellari sono rari), dopo una gestazione 22 mesi, ed è raro che una seconda gravidanza abbia luogo prima di 4 o 5 anni.

Comunicazioni sonore inusuali. Borborigmi e puzzette

Gli elefanti africani sono animali che vocalizzano e comunicano volentieri ed utilizzano un gran numero di segnali, spesso molto diversi.

Trattandosi di animali altamente “sociali”, con un’ organizzazione complessa e variegata, la varietà di suoni utilizzata è sorprendente.

Quando si cammina nella boscaglia, solitamente si procede silenziosamente, per avvicinare qualche selvatico, e questo può presentare anche dei grossi rischi, perché è più facile entrare, senza rendersene conto, nel perimetro di attacco di qualche animale pericoloso.

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Gorgoglii di vario genere, che paiono i borborigmi di un intestino disturbato ne segnalano spesso la presenza © G. Mazza

Quasi tutti i selvatici hanno, intorno a loro, dei perimetri vir- tuali che possono essere variabi- lissimi a seconda della specie, dell’ambiente e di mille altri fat- tori.

Quello più esterno è detto peri- metro di attenzione, il che signi- fica che l’animale resterà sul chi vive, controllerà l’intruso, ma non fuggirà. Più all’interno vi è il perimetro di fuga, la distanza entro cui l’animale si allontanerà, qualora il supposto pericolo lo abbia attraversato. Però, a distanza più ravvicinata, vi può essere il perimetro di carica o aggressione, quell’area in cui l’animale, sentendosi in trappola, può reagire con un attacco, almeno se si tratta di un selvatico dotato di armi (corna, zanne, artigli, peso).

L’elefante, come dicevo, comunica volentieri con suoni, tuttavia può essere anche silenzioso ed il capitare all’improvviso a venti metri da uno o più proboscidati, non è igienico.

Per questo motivo, nel bush, bisogna prestare grande atten- zione ai suoni. E conoscerli.

Uno dei segnali più tipici che tradisce la vicinanza di elefanti sono i gorgoglii di vario genere ed intensità che paiono i borborigmi di un intestino disturbato e che possono essere di inestimabile valore per evitare di mettersi nei guai. Una sorta di squillo di trombetta può indicare nervosismo ed essere il prodromo di una carica.

Vero è che sovente le cariche accompagnate da barriti, orecchie aperte e rumore esagerato, sono mock charges, volte a spaventare l’intruso, mentre generalmente una carica letale viene portata in silenzio, le orecchie appiattite sulle spalle e la proboscide arrotolata contro il torace o protesa, però qualsiasi carica dimostrativa può trasformarsi, all’ultimo, in un attacco distruttivo ( letteralmente), specialmente poi se l’intruso fugge. Oltre ai segnali sonori, anche certe posture e “gesti” degli elefanti devono essere conosciuti da chi si avventura nel bush, ai fini della sua stessa sicurezza.

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Puzzette e rumori intestinali, spesso non udibili al nostro orecchio, fanno parte del loro linguaggio © Giuseppe Mazza

Un elefante che sollevi il piede anteriore e lo faccia oscillare come un’altalena può segnalare l’immi- nenza di una carica, mentre lo sventolare le orecchie in avanti e poi sbatterle come tappeti può indicare nervosismo o indecisione, ma a volte è un fatto normale.

Tuttavia se tali movimenti delle grandi orecchie sono accompagnati da un sollevare la testa con proboscide estesa, questo è quasi certamente un segno di grande eccitazione e di allarme: Indlowu ha sospettato una presenza sgradita e può fuggire o caricare.

Anche la coda è un campanello d’allarme e se viene sollevata può significare irritazione o ansia.

Una proboscide che si srotola ed arrotola come un pitone indeciso indica spesso che l’animale non ha ancora deciso se attaccare o scap- pare, così come lo sfregarsi l’occhio o la testa con l’estremità della proboscide.

Talvolta un elefante palesemente nervoso afferra e spezza rami, li sbatte contro il terreno o contro una pianta o li lancia verso la fonte di disturbo, ed anche questo sta ad indicare che ancora non sa cosa deciderà di fare, ma sono segnali da prendere con la dovuta attenzione.

Tornando ai borborigmi, un brontolio in crescendo, fino a trasformarsi un muggito o in un ruggito, precede spesso un attacco.

Non importa quanta esperienza si possa avere in tema di elefanti, la realtà è che non c’è esperto in grado di prevedere cosa deciderà di fare un elefante innervosito e occorre tenere bene a mente che molti esperti ci hanno lasciato la buccia per un solo piccolo errore di valutazione.

Tuttavia il repertorio di voci elefantesche non esprime solo sentimenti bellicosi: la comunità, gli adulti ed i piccoli, si tengono in contatto comunicando con tutta una varietà di suoni. I noti “rumble rumble” non sono sempre e soltanto dei rumoracci intestinali o dei ruttini.

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Gli elefanti non possono fare a meno dell’acqua e percorrono spesso grandi distanze per trovarla © Giuseppe Mazza

Quando, tanti anni fa, cominciai la mia “strada africana” iniziai a pormi delle domande circa questi borborigmi: era mai possibile che animali grandi e perfetti come gli elefanti potessero soffrire costan- temente di aerofagia?

Possibile che organismi fatti per trasformare tonnellate di vegetali in energia travolgente fossero affetti da meteorismo cronico?

Mi sorse il dubbio che tali “puzzette” fossero in realtà ben altro e ne ebbi la conferma, negli anni a seguire, sia per esperienza personale che seguendo le interessanti ricerche svolte da studiosi dell’argomento.

Questi brontolii, che spaziano da frequenze che l’orecchio umano non percepisce ai ben noti rumori cui ci riferiamo, sono spesso segnali volti a mantenere i contatti tra individui, a volte fino a chilometri di distanza (come si verifica per i cetacei) ma per ora non esiste un dizionario in grado di tradurre tutte le sfumature e le “parole” di quel linguaggio ventri- loquo. I suoni da noi udibili vengono generalmente emessi durante il “pascolo” ed esprimono, probabilmente soddisfazione ed appagamento, oppure sono segni di aggressività o allarme, ma sovente un componente del gruppo, spesso una femmina, emette un più sonoro Grunt di contatto con la matriarca o con altri elefanti.

Alcune considerazioni aggiuntive

Vorrei, infine, toccare un argomento per sfatare alcune frasi fatte che molto spesso sento, anche se tale argomento può non essere gradito a qualcuno, ma se si cerca di comprendere e conoscere una complessa realtà come quella della convivenza uomo-animale e della sopravvivenza stessa della fauna selvatica in un mondo dove la popolazione umana sta toccando cifre astronomiche in termini numerici, ebbene, stereotipi, utopie e visioni disneyane della natura vanno messe da parte, così come occorre fare chiarezza su certe asserzioni categoriche ed inesatte.

L’elefante è uno splendido animale, che merita di essere tutelato, ma ciò non significa che non debba essere anche controllato.

Innanzi tutto, in molte aree dell’Africa, i “rogues”, altrimenti detti “problem elephants” sono una realtà con cui fare i conti ed in questi casi non esistono soluzioni “buoniste” checché se ne pensi.

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I branchi sono in perenne transumanza e questo è spesso un problema nei rapporti con l’uomo © Giuseppe Mazza

Proteggere la sopravvivenza delle diverse specie è, ovviamente, un dovere, e se una specie è a rischio bisogna porre in atto efficaci misure di salvaguardia, tuttavia molto spesso si abusa di asserzioni parziali e catastrofiste quali: ”Gli elefanti stanno scomparendo” ovvero: “Il leopardo è un felino sull’orlo dell’estinzione”.

Con buona pace di certe Cassandre, tali selvatici non sono rari e neppure sul punto di sparire dalla faccia della terra anzi, in modo particolare per quanto concerne gli elefanti, in certi paesi africani il problema è l’eccesso numerico, con gravi rischi di desertificazione di ampie zone e di scomparsa di altre specie animali e vegetali.

La Convenzione di Washington tutela totalmente alcune specie (per esempio la tigre ed il rinoceronte nero) considerate realmente a rischio, mentre altre specie sono tutelate parzialmente, ed il prelievo di tali animali è regolamentato e monitorato attentamente, ma previsto.

Il rinoceronte bianco, il leopardo, l’elefante sono tutelati nei confronti del commercio di detti animali o di parti di essi, ma, contrariamente a certe erronee e fuorvianti affermazioni che spesso compaiono anche sui mass media, sono specie legalmente cacciabili, per lo meno in determinati paesi ed in numero stabilito anno per anno dagli esperti internazionali, subordinatamente al rilascio di apposito permesso CITES, con il divieto per il detentore delle zanne o della pelle dell’animale, di farne commercio o anche solo di donarle a terze persone, e questa è, già di per se, la dimostrazione che lo stato di salute di dette specie non è seriamente a rischio.

Non solo, un oculato prelievo ha altri benefici, come il controllo numerico che, in questo caso, si associa ad un beneficio economico che può venire sfruttato ai fini della stessa “conservancy”, mentre la carne può sfamare interi villaggi.

Per questo motivo, inoltre, in certi parchi nazionali e privati, correttamente gestiti, si rende necessaria la pratica del culling, vale a dire dell’abbattimento di selezione.

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Un branco di Loxodonta africana cyclotis con babbuini. In riserve anguste la foresta è compromessa © Giuseppe Mazza

Vi sono paesi africani dove il sovrannumero di elefanti assume proporzioni dram- matiche e questo conduce a fare qualche considera- zione: l’avversione di molti per il culling (l’abbatti- mento programmato di esemplari in sovrannu- mero) fa pressione in favore della pratica di anestetizzare e spostare gli esemplari in eccesso.

Da un punto di vista pratico, tale soluzione presenta rischi e costi incredibili e può trovare giustificazione qualora si intenda ripopolare una zona ove l’elefante sia scomparso, ma è una soluzione attuabile limita- tamente e con mille attenzioni, evitando, ad esempio, di trasferire di brutto animali giovani, separandoli dal branco, a rischio di creare dei “banditi” aggressivi e peri- colosi, ed il tutto con costi enormi.

Il culling è una pratica riconosciuta come necessa- ria da molti esperti, ai fini della stessa conservazione dell’habitat e della specie e meno crudele di certi trasferimenti forzati, con conseguente stress da cat- tura ed altri inconvenienti vari.

Un maschio di elefante può abbattere circa mille alberi all’anno e questo non solo per ricavarne cibo, ma anche per misurare la propria potenza, o semplicemente per gioco.

Un maschio adulto è in grado di sradicare una pianta di un metro di diametro, se il suolo non è ad alta consistenza, e di spezzare tronchi di diametro notevole, e se si osserva la desertificazione operata da questi bulldozer, ci si rende conto che certo buonismo è dannoso innanzitutto per gli elefanti (considerati come specie in toto e non come singolo esemplare) oltre che per mille altri animali.

Ogni pianta abbattuta (pensate se mai osasse farlo l’uomo) significa centinaia o migliaia di insetti, rettili, pipistrelli, batraci, che rimangono privi di cibo e riparo. Senza contare altre conseguenze come i fenomeni erosivi del suolo.

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E’ indubbio che l’elefante africano è una specie da proteggere, ma come e a che prezzo ? © Giuseppe Mazza

Mi ha fatto piacere l’equilibrato esame del problema ad opera di uno studioso africano, e per equilibrato intendo che non è frutto né di un cacciatore, che potrebbe essere accusato di parzialità, ne’ di un “ecologista” (mi si perdonino le virgolette, ma secondo me c’è una grande differenza tra uno studioso che si occupi di ecologia in modo spassionato e scientifico e persone che si definiscono ecologiste per convinzione o vocazione) che altrettanto certamente lo sarà.

In questa disanima del problema, tale studioso, che, tra l’altro, vive in Africa, sottolinea che bisogna preoccuparsi di proteggere la specie e non il singolo animale e che è necessario dare la precedenza alle esigenze di chi vive in Africa prima di compiacere coloro che, pur risiedendo lontani dalla realtà africana, pretenderebbero di insegnare che cosa è giusto o errato fare in un contesto che conoscono solo attraverso qualche documentario.

In realtà, quindi, la parola “conservation” consiste non nel compiacere una visione utopistica, idilliaca e semplicistica della fauna, bensì preservarla usufruendone e non mettendola in vetrina.

Il trasferire, come se si trattasse di valigie, elefanti a migliaia, come qualcuno auspica in alternativa al culling, presenta mille problemi (e spesso più sofferenza) del culling in se, oltre al pericolo per le popolazioni e per i turisti, perché spesso animali sradicati dal loro ambiente o dal gruppo diventano più aggressivi e pericolosi verso l’uomo e verso altri animali. Inoltre, lasciando da parte i costi stratosferici, non tutte le nazioni sono disposte a prendersi dei nuovi elefanti e per giunta sborsando denaro.

La contraccezione, poi, rimedio “incruento” al culling è infine, per come la vedo io (e non sono il solo) un’interferenza ben più pericolosa.

Nomi volgari : Afrikaans : Oliphant; isiZulu, Xhosa, Siswati: Indhlovu, Indlowu; Sotho: Thlou; Venda: Ndou; Shangaan: Ndlopfu, Indlofu; Lozi: Tou; Mbukushu e Yei (delta Okavango): Unjovo; Tswana: Tlou; Swahili: Tembo.

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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