Molineria latifolia

Famiglia : Hypoxidaceae

Testo © Pietro Puccio

La specie è originaria del Bangladesh, Borneo, Cambogia, Cina (Anhui, Fujian, Guangdong, Guangxi, Hainan, Henan, Hong Kong, Hunan, Jiangsu, Jiangxi, Kin-Men, Macao, Ma-tsu-Pai-chúan, Shanghai e Zhejiang), Filippine, Giava, Isole Andamane, Isole Nicobare, Malaysia, Myanmar, Sulawesi, Sumatra, Thailandia e Vietnam dove cresce nel sottobosco delle foreste umide in prossimità di corsi d’acqua, dal livello del mare fino a circa 1000 m di altitudine.

Il genere è dedicato al botanico italiano Ignazio Bernardo Molineri (1741-1818); il nome specifico è la combinazione dell’aggettivo latino “latus, a, um” = largo e del sostantivo “folium, ii” = foglia, con ovvio riferimento.

Nomi comuni: palm grass, weevil lily (inglese); doyo, kehoang, ketari, lekuan, lumpa, luva, marasi, merap (Indonesia); lamba, lemba, lumbah, pinang puyuh (Malaysia); chaa laan, ma phraao, phraa nok (Thailandia); cồ nốc lá rộng, sâm cau lá rộng (Vietnam).

La Molineria latifolia (Dryand. ex W.T.Aiton) Herb. ex Kurz (1865) è una specie erbacea perenne, acaule, sempreverde, provvista di un rizoma eretto e stoloni striscianti. Le foglie, su un picciolo lungo fino a 0,5 m, sono basali, semplici, plicate, da lanceolate a oblungo lanceolate con apice appuntito, margine intero e venature parallele, di 15-60 cm di lunghezza e 5-12 cm di larghezza.

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Originaria del Sud-est asiatico, la Molineria latifolia è una specie erbacea perenne, acaule, rizomatosa con foglie di 15-50 cm e picciolo lungo anche 60 cm. I frutti sono bacche ovoidi di 2-4 cm, modificano per circa un’ora dopo il consumo, la percezione del dolce : anche l’acqua del rubinetto sembra poi infatti zuccherata. Nel 1990 si è scoperto che dipende da una proteina, la neoculina, un dolcificante 500 volte più forte del saccarosio. Peccato solo per gli obesi che sia termolabile © Giuseppe Mazza

Infiorescenze racemose ascellari al livello del suolo su un corto scapo eretto, compatte, da ovoidi a cilindriche, di 2-6 cm di lunghezza e diametro, con fiori sessili o subsessili di colore giallo intenso che nascono all’ascella di brattee verdi pressoché triangolari con apice appuntito, quelli inferiori sono ermafroditi, quelli superiori maschili, con 6 tepali oblunghi con apice appuntito e retroflesso, lunghi circa 1 cm. I fiori durano un solo giorno e sono impollinati da formiche ed api. I frutti sono bacche ovoidi bianche, di 2-4 cm di lunghezza e 1-2 cm di diametro, con “becco” (prolungamento all’apice) lungo 0,6 cm, eduli, contenenti minuscoli semi nerastri.

Si riproduce per seme, che se fresco germina facilmente in terriccio organico drenante mantenuto costantemente umido alla temperatura di 24-26 °C, per divisione e tramite polloni radicali.

Specie adatta alle zone tropicali e subtropicali umide, dove a volte è coltivata in parchi e giardini per le foglie ornamentali, e marginalmente temperato-calde, dove temperature intorno a 0 °C sono eccezioni di breve durata. Richiede una esposizione da parzialmente ombreggiata ad ombreggiata e suoli fertili, ben drenati, ricchi di sostanza organica con ampia disponibilità di acqua.

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Infiorescenze racemose ascellari al livello del suolo di 2-6 cm. Fiori effimeri con tepali di 1 cm. Virtù medicinali © Giuseppe Mazza

Il frutto, dal sapore dolce, ha anche la proprietà di modificare, per circa un’ora dopo il consumo, la percezione del sapore dell’acqua e di cibi e bevande aspre che vengono percepiti come dolci, sia in ambiente acido che alcalino, non si tratta quindi di un dolcificante, ma di un modificatore del gusto, peraltro ipo- calorico.

Questa proprietà è dovuta alla neoculina, una proteina, isolata nel 1990, che ha un potere dolcificante medio circa 500 volte maggiore di quello del saccarosio e fino ad oltre 2000 volte, in funzione dell’acidità della sostanza a contatto della lingua. Questa proteina ha lo svantaggio di essere termolabile, l’effetto scompare per temperature superiori a 50 °C, quindi non è adatta per cibi e bevande caldi.

Le foglie sono utilizzate dalle popolazioni locali per avvolgere cibi e, in particolare nel Borneo, per ricavarne le fibre, tenaci, elastiche ed altamente resistenti agli attacchi fungini, quindi adatte ad ambienti caldo-umidi, con cui vengono realizzare corde, reti da pesca e tessuti in sostituzione del cotone.

Tutte le parti della pianta sono variamente utilizzate nella medicina tradizionale per varie patologie; studi di laboratorio hanno evidenziato la presenza di composti bioattivi con promettenti proprietà antiossidanti e antimicrobiche di possibile utilizzo nella farmacopea ufficiale.

Sinonimi: Curculigo latifolia Dryand. ex W.T.Aiton (1811); Curculigo sumatrana Roxb. (1814); Aurota latifolia (Dryand. ex W.T.Aiton) Raf. (1837); Molineria sumatrana (Roxb.) Herb. (1837); Molineria longiflora Kurz (1864); Curculigo villosa Wall. ex Kurz (1869); Molineria plicata Kurz (1869) Molineria villosa Kurz; Molineria villosa Kurz (1869); Curculigo latifolia var. glabrescens Ridl. (1907); Curculigo agusanensis Elmer (1913); Curculigo brevipedunculata Elmer (1913); Curculigo weberi Elmer (1913); Curculigo borneensis Merr. (1922); Curculigo glabrescens (Ridl.) Merr. (1922); Curculigo senporeiensis Yamam. (1934).

 

Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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