Odobenus rosmarus

Famiglia : Odobenidae

 

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Testo © DrSc Giuliano Russini - Biologo Zoologo

 

 

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L’Odobenus rosmarus raggiunge i 4 m di lunghezza con 1400-1500 kg di peso © Giuseppe Mazza

I trichechi, sono animali bizzarri dall’aspetto tutto caratteristico.

Gli zoologi peraltro, li ascrivono a una famiglia separata nella superfamiglia di Pinnipedi ( Pinnipedia ), quella degli Odobenidi ( Odobenidae ), che comprendono il solo genere Odobenus, differenziato secondo alcuni biologi in due specie, secondo altri in una specie e due razze, cioè il Tricheco ( Odobenus rosmarus - Linnaeus, 1759 ), oggetto di questa scheda e le razze o sottospecie di Tricheco dell’Atlantico ( Odobenus rosmarus rosmarus ) e di Tricheco del Pacifico ( Odobenus rosmarus divergens ) ; il dibattito è ancora in corso tra i biologi tassonomisti dell’International Code for Zoological Nomenclature ( ICZN ).

Si tenga presente inoltre, che il genere Trichechus, indica altri grossi mammiferi marini e di estuario come i Manati, ad esempio il Manato africano ( Trichechus senegalensis ) ed i dugonghi dell’ordine dei Sireni ( Sirenia ) e della famiglia dei Trichechidi ( Trichechidae ).

Il Tricheco ( Odobenus rosmarus ), afferisce quindi alla classe dei Mammiferi ( Mammalia ), ordine carnivori ( Carnivora ), sottordine Caniformi ( Caniformia, vedere testo Pinnipedia ), superfamiglia Pinnipedi ( Pinnipedia ), famiglia Odobenidi ( Odobenidae ), genere Odobenus.

Il lemma “odobenidi” deriva dalla fusione di due parole del greco antico odous “dente” e baino “camminare”, che letteralmente significa “camminare con i denti”; questo singolare nome nasce dalle osservazioni fatte dai primi biologi che nel secolo XVIII-XIX s’imbatterono in questo enorme pinnipede, essi osservarono che un esemplare per salire dall’acqua su un blocco di ghiaccio, utilizzava le lunghe zanne d’avorio a mo di un picchetto d’alpinista, per ancorarsi e trascinarsi verso l’alto.

Zoogeografia

Il Tricheco ( Odobenus rosmarus ), per secoli e stato cacciato per l’avorio delle lunghe zanne, sebbene non di qualità pregiata come quello delle zanne degli elefanti africani, per le ossa, la carne e il grasso, da cui si ricava un olio per diversi usi ( un individuo adulto, può fornire fino a 250 kg d’olio ), è stato soggetto a massacri, perpetrati dall’uomo occidentale, al punto che stava quasi per estinguersi; oggi questa specie e le due razze in cui si suddivide ( presenti lungo le coste artiche e subartiche ), è sotto la protezione dei Governi locali, può essere cacciato solo dalle popolazioni indigene eschimesi, che ne prelevano solo pochi capi l’anno.

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Le zanne misurano anche 75 cm con un diametro di 20 cm alla base © Giuseppe Mazza

Si pensi che fino a due secoli fa, c’erano 500.000 capi di tricheco. Dopo 200 anni di caccia ad opera sia dell’uomo bianco che degli indigeni, con l’uccisione di circa 12.000 trichechi per anno, ne rimangono solo poche decine di migliaia, che, sebbene protette, in realtà sono sempre in pericolo per colpa della caccia di frodo.

Nello specifico è reperibile lungo le coste della Siberia, specialmente alle foci dei grandi fiumi, nella Nuova Zemlia ( o Novaja Zemlja, un arcipelago russo costituito da due isole maggiori separate dallo stretto di Matockin ), nell’isola di Spitzbergen ( un’isola norvegese, la più estesa dell’arcipelago delle Svalbard ), in Groenlandia e nella baia di Hudson ( una vasta insenatura dell’Oceano Atlantico, in prossimità delle coste nordorientali del Canada ).

Talvolta questo odobenide si spinge molto più a sud, tanto che non di rado ne vengono osservati piccoli gruppi, anche lungo la costa norvegese e a largo della Danimarca e dell’Olanda settentrionale.

La razza Odobenus rosmarus rosmarus presenta la medesima distribuzione geografica della buona specie, tranne che si trova anche nei pressi della foce di Jenissei, nella Nuova Zemlja.

Il Tricheco del Pacifico ( Odobenus rosmarus divergens ), che si distingue da quella dell’Atlantico per avere baffi più pronunciati, testa meno regolare, narici poste più in alto, vive preferenzialmente lungo le coste nordorientali dell’Asia e nordoccidentali dell’America.

Sia la buona specie, che entrambe le razze o sottospecie, si dirigono in autunno verso il Sud; quella del Pacifico passa attraverso lo stretto di Bering prima che i ghiacci in formazione la blocchino.

Ecologia-Habitat

Il tricheco svolge vita anfibia, quando l’Artide era ancora affollato di trichechi e gli immensi branchi erano formati da innumerevoli famiglie, un tricheco doveva nuotare parecchio prima di raggiungere la terraferma.

I biologi si sono sempre domandati, perché mai l’animale affrontasse simili maratone marine, con relativi pericoli.

Forse dorme meglio sul solido, approfittando di qualche bagno di sole e perché in acqua ogni dieci minuti circa è costretto a cacciare fuori il naso per rifornirsi di aria fresca; ma questo contrasta con il fatto che contrariamente ai cuccioli delle foche, quelli di tricheco nascono fra i flutti marini e forse, secondo alcuni eminenti biologi, anche l’accoppiamento, non ancora del tutto chiarito, sarebbe un accoppiamento “balneare”.

L’habitat del tricheco è costituito sia dalla terraferma che dall’acqua. A terra, questo colosso non ha movimenti eleganti, solamente dimenando i fianchi e le pinne riesce a trascinare il corpo, una vera montagna di grasso, con la pancia che striscia per terra; eppure una volta messosi in moto, ha prestazioni sbalorditive. Riesce a scalare anche iceberg di media grandezza. Sono specialmente le pinne anteriori che tirano avanti l’enorme corpo, mentre quelle posteriori spingono.

La vita in acqua è necessaria per cacciare i molluschi, i crostacei, i calamari e i pesci di cui si nutre ( in particolare aringhe ), che rintraccia avendo una vista poco fine, con le vibrisse dei baffi, ma c’è un periodo particolare, che dura circa sei settimane e incomincia a novembre, dove si tuffa malvolentieri nell’elemento liquido, è quello della “muta”.

In questo arco di tempo, l’animale è molto nervoso e il tuffarsi in acqua ad esempio per mangiare, gli reca probabilmente molto dolore; inoltre la sua irascibilità in questo periodo, accende spesso baruffe coi vicini, anche molto cruente.

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Un tricheco in immersione. La testa è molto piccola rispetto al corpo © Giuseppe Mazza

Morfofisiologia

Come detto i trichechi sono mammiferi placentati, pinnipedi, i quali come le foche, sono privi del padiglione auricolare, mentre condividono con le otarie, la facoltà di flettere gli arti posteriori sotto il corpo.

Di aspetto massiccio e imponente possono raggiungere i 4 m di lunghezza, per un peso di 1.400-1.500 kg.

Tuttavia, come per gli altri pinnipedi, per la forma idrodinamica del corpo, per gli arti trasformati in pinne e per lo spesso pannicolo adiposo, sono abili nuotatori.

La muta come accennato prima, comincia a novembre e dura sei settimane; il corpo del tricheco è rivestito da una robusta pelle rugosa violacea, con peli corti e radi, questi cadono nei mesi invernali per ricrescere in marzo.

I neonati invece, sono protetti da un soffice e folto mantello che, con la crescita, diviene via, via più rado.

Il capo del tricheco è relativamente piccolo, rotondo, con muso breve ornato di lunghi baffi o vibrisse, costituite da lunghe setole.

Queste sono evidenti nei giovani, mentre con il passar degli anni si consumano, a causa del continuo attrito cui sono sottoposte durante la ricerca del cibo sui fondali.

Molto caratteristica è la dentatura, costituita di 18-20 denti, che durante la crescita subiscono fenomeni riduttivi ad eccezione dei canini superiori, che privi di radici, continuano a crescere per tutta la vita, che nel tricheco può durare anche 30 anni.

Pertanto gli esemplari più vecchi, presentano zanne lunghe anche 75 cm, larghe 20 cm alla base e del peso di 3 kg.

Queste sono presenti sia nei maschi che nelle femmine, in queste ultime sono leggermente più sottili e un po’ più corte; a parte le dimensioni corporee a favore dei maschi non esistono caratteri di dimorfismo sessuale.

Le zanne non vengono utilizzate solo per arrampicarsi a terra, ma anche per frugare o arare il fondo melmoso-sabbioso, alla ricerca di molluschi e crostacei.

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Con le zanne ara il fondo e con le vibrisse localizza crostacei e molluschi © Giuseppe Mazza

I biologi calcolano che la razione quotidiana alimentare di un tricheco sia pari a 3.000 molluschi, che deve cercare a profondità però non superiori a 75 m, in quanto la sua riserva d’aria dura solo 12 minuti circa.

E’ curioso notare che, l’impiego dei baffi come antenne per cercare il cibo, fa sì che nell’animale in libertà essi siano ben curati e più corti di quelli degli esemplari che vivono in cattività, infatti nei trichechi ospitati nei giardini zoologici, nei parchi acquatici e negli acquari, le vibrisse crescono più rapidamente e sono più lunghe, poiché sul cemento del fondo delle vasche che li ospitano, c’è poco da cercare; per permettere a questi giganti dell’Artico di esercitarsi, i biologi e i guardiani ogni giorno rovesciano nei bacini artificiali quintali di molluschi, granchi, pesci e alghe.

Etologia-Biologia Riproduttiva

Su terraferma questi animali hanno bisogno del contatto fisico, per questo si ammucchiano uno sull’altro per riposare; ogni tanto qualche soggetto indelicato, che si tuffa nel mezzo disturbando i vicini, innesca risse, che come una reazione a catena coinvolgono decine e decine di esemplari, finché ognuno non ha ritrovato il suo angolo di spazio per riposare.

Le risse avvengono e sono molto violente, anche durante la stagione degli accoppiamenti per la conquista delle femmine.

In entrambi i casi, gli animali, che presentano numerose cicatrici ad opera anche di molti parassiti, si feriscono molto profondamente con le zanne e si possono osservare decine di essi sanguinare.

C’è da dire che questa tendenza alla pigrizia, associata al vivere tutti ammucchiati insieme e alla goffaggine nei movimenti ha da sempre favorito i cacciatori, che avvicinandosi lentamente, possono sparare a più non posso o arpionare i malcapitati pinnipedi uccidendone tantissimi.

Ma il tricheco, può prendersi la rivincita contro l’uomo sia in acqua, dove sovente può rovesciare un battello con l’equipaggio, nelle gelide acque artiche, o nel caso di una madre con il piccolo, che difende fino alla morte, schiacciando il codardo cacciatore sulla terraferma.

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Impacciato a terra, è agilissimo in mare, dove nuota anche a pancia all’aria © Giuseppe Mazza

I cacciatori lo sanno, per questa ragione non cacciano mai una madre in presenza del piccolo e preferiscono sempre cacciare su terraferma, come accennato prima.

Se una mamma muore, il piccolo orfano viene adottato subito dalle altre femmine del branco.

Oltre l’essere umano, su terraferma solo l’Orso polare ( Ursus maritimus ) è in grado di uccidere un esemplare anziano o malato, poiché uno tricheco nel pieno delle sue forze difficilmente ha la peggio, mentre in acqua sempre con grande fatica, l’unico animale in grado di ucciderlo è l’Orca ( Orcinus orca ), sebbene questo delfinide preferisca cacciare i subadulti o i piccoli rispetto agli adulti.

Un maschio di tricheco, dispone da un minimo di tre femmine fino a una decina e con esse forma la sua famiglia; parecchie piccole famiglie si riuniscono in tribù e tutte insieme fanno parte del branco.

Il maschio è un capofamiglia coscienzioso, che tiene sempre sott’occhio la tribù.

Quando i membri di questa vanno in mare, aspetta fino a che l’ultimo membro si getti tra i flutti per immergersi a sua volta. Ma tiene in considerazione anche la volontà della femmina, se bisogna traslocare infatti, è lei che sceglie.

La femmina, peraltro, non si preoccupa eccessivamente del maschio: tutte le sue cure sono per il cucciolo. Qualsiasi importuno, anche un piccolo, viene da essa cacciato a furor di zanne.

I cuccioli, dopo una gestazione di 15-16 mesi, vengono al mondo in aprile e maggio e sono allattati dalla madre per un anno e mezzo; il latte ha un 40% di grassi, necessario a fornirgli un supporto energetico notevole, in un ambiente così ostile.

Anche qui (vedi testo Pinnipedia ), gli embrioni allo stadio di morula-blastocisti, possono essere soggetti a fenomeni di diapausa o animazione sospesa. Le femmine hanno due estri, per cui sono dette poliestrali; vanno in calore una volta a febbraio e una volta alla fine dell’estate, ma poiché i maschi vanno in fregola solo a febbraio, l’altro estro va per così dire a vuoto.

Gli accoppiamenti avvengono molto probabilmente in acqua, tra gennaio e marzo nell’anno precedente al parto. Ad oggi la IUCN non ha ancora, per insufficienza di dati, stabilito uno status per questa specie.

 

→ Per nozioni generali sui PINNIPEDIA vedere qui

 

Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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