Opuntia ficus-indica

Famiglia : Cactaceae

Testo © Pietro Puccio

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Con i suoi articoli di 20-50 cm può raggiungere i 5 m d’altezza © Giuseppe Mazza

L’ Opuntia ficus-indica (L.) Mill. (1768), coltivata da tempi remoti ed ora naturalizzata in molte regioni tropicali, subtropicali e temperato-calde, si suppone originaria del Messico.

Il nome generico deriva dal greco “Opus”, capitale della Locride, successivamente chiamata Opunzia dal nome della città, nome utilizzato da Plinio per indicare una pianta spinosa, non identificata, originaria di quella regione; il nome specifico è l’unione dei termini latini “ficus”, con riferimento alla forma del frutto che ricorda quella del fico comune ( Ficus carica ) e “indicus” = dell’India, con riferimento alla provenienza (Indie Occidentali).

Nomi comuni: “barbary-fig”, “indian-fig”, “mission cactus”, “mission prickly-pear”, “prickly-pear”, “prickly-pear cactus”, “smooth mountain prickly-pear”, “smooth prickly-pear”, “spineless cactus”, “tuberous prickly-pear”, “tuna cactus” (inglese); “chardon d’Inde”, “figue de Barbarie”, “figue de cactus”, “figuier à maquette”, “figuier d’Inde”, “figuier de Barbarie” (francese); “fico d’India” (italiano); “figo de cacto”, “figos da India”, “figo de pitoira”, “figueira da Barbária”, “figueira da India”, “jamaracá”, “jurumbeba”, “orelha-de-onça”, “palma-de-gado”, “palma-gigante”, “palmatoria sem espinhos”, “tabaido” (portoghese); “cardón de México”, “chumba”, “Chumbera”, “chumbo”, “chumbua”, “fifuera de moro”, “higo chimbo”, “higo chumbo”, “higo de cactus”, “higo de pala”, “higo México”, “higos chumbos”, “higos de la India”, “higuera”, “higuera chumba”, “higuera de pala”, “nopal”, “nopal de Castilla”, “nopal pelón”, “tuna”, “tuna de Castilla”, “tuna de España”, “tuna española”, “tuna mansa”, “tuna real” (spagnolo); “feigenkaktus”, “indianische feige”, “kaktusfeige”, “kaktusfeigen”, “stachelfeigen” (tedesco).

Specie arbustiva con fusti alti fino a 5 m costituiti da articolati piatti, i cladodi, comunemente chiamati “pale”, che sono fusti modificati di forma da obovata a ellittica, lunghi 20-50 cm, larghi 10-25 cm e spessi 2-3 cm, dalla epidermide di colore verde o grigio-verde, a cui è affidata la funzione clorofilliana; un sottile strato ceroso ne ricopre la superficie con la funzione di limitare la traspirazione, e quindi la perdita di liquidi, e riflettere parte della luce.

Durante la fase di crescita i cladodi sono provvisti di foglie rudimentali coniche, lunghe 3-4 mm, disposte a spirale, che persistono per breve tempo.

Alla base delle foglie si differenziano le areole, strutture pressoché ellittiche che possono essere considerate delle gemme latenti modificate, lunghe 2-4 mm, provviste di glochidi, ciuffi di spine sottili dall’apice uncinato di colore giallo, lunghe qualche millimetro, anch’esse di breve durata, ed eventualmente di spine, in numero variabile da uno a sei, bianche, lunghe 0,5-3 cm.

Col tempo i cladodi alla base della pianta lignificano fino a formare un robusto tronco che può raggiungere i 35 cm di diametro.

I fiori solitari, di 5-8 cm di diametro, sono ermafroditi e nascono in maggio-giugno generalmente dalle areole situate sul bordo superiore dei cladodi di un anno di età, hanno sepali ovati o obovati, lunghi 20 mm, di colore giallo con banda centrale verde o rossa, e petali obovati od oblunghi di colore dal giallo all’arancio, lunghi 25-35 mm e larghi 15-20 mm, con apice arrotondato o troncato; i fiori restano aperti 1-2 giorni.

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Frutti commestibili. Cladodi ricchi in minerali e vitamine A, B6, C, e K © Giuseppe Mazza

Il frutto è una bacca carnosa ovoide od oblunga, concava (umbilicata) all’apice, di 5-10 cm di lunghezza, 4-8 cm di diametro e 100-300 g di peso, a maturità di colore giallo, arancio o porpora, secondo la varietà, sulla cui superficie sono presenti folti gruppi di glochidi; la polpa è succosa, di colore dal biancastro al viola, e contiene numerosi semi (qualche centinaio) di forma pressoché ellittica, 4x5 mm circa, di colore grigio o bronzeo.

La specie, per l’elevata adattabilità a differenti condizioni ambientali e facilità con cui si dissemina tramite gli animali, si è diffusa e naturalizzata in varie parti del globo, in particolare nell’area del Mediterraneo, l’Australia ed il Sud Africa, spesso soffocando la vegetazione autoctona.

L’ambiente ideale di coltivazione sono i terreni rocciosi o sabbiosi, aridi o semiaridi, anche poveri purchè perfettamente drenanti, in pieno sole in aree con temperature medie annuali superiori ai 18°C; quindi ambienti difficilmente utilizzabili per altre colture.

Riguardo la resistenza alle basse temperature, le piante giovani possono essere danneggiate già intorno a -3°C, piante adulte possono resistere senza eccessivi danni fino a circa -6°C, mentre la base, se lignificata, può sopravvivere fino a -10°C per brevissimo periodo.

Dal punto di vista ornamentale la sua collocazione ideale è in grandi giardini “desertici”, dove va in ogni caso va curata attentamente la sua posizione, lontana da luoghi di passaggio, date le dimensioni che può raggiungere, i glochidi e le eventuali spine; per queste sue caratteristiche è anche un’ottima pianta per realizzare barriere difensive.

Per il suo vasto areale ed il lungo periodo in coltivazione ha dato origine a numerose varietà che si differenziano sia per le caratteristiche del frutto che dei cladodi, selezionate a seconda degli impieghi cui sono destinate.

I frutti, che vanno opportunamente maneggiati per la presenza dei fastidiosi e dolorosi glochidi, sono consumati freschi o trasformati per la produzione di bevande alcoliche, succhi, marmellate ecc., i cladodi, che oltre all’intrinseco valore nutritivo, essendo ricche in vitamine (A, B6, C, K) e minerali, contengono una elevata percentuale di acqua, sono una importante risorsa per l’alimentazione animale in particolare nelle zone aride e semiaride. In alcune regioni, in particolare in Messico, i giovani cladodi, privati della cuticola, lessi o fritti vengono comunemente utilizzati per il consumo umano, sono ricchi di fibre e sostanze antiossidanti, in particolare betanina ed indicaxantina, ed hanno inoltre un basso contenuto di carboidrati, possono essere utili quindi nella cura dell’obesità e nel diabete.

Fiori, frutti e cladodi, e loro estratti opportunamente trattati, sono variamente utilizzati nell’industria alimentare, farmaceutica e cosmetica. Un uso antichissimo, risalente agli aztechi, è come pianta ospite per l’allevamento del Dactylopius coccus, insetto da cui si estrae il carminio, colorante rosso ampiamente utilizzato nell’industria alimentare e cosmetica col nome di E120.

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Fornisce il carminio con l’allevamento del Dactylopius coccus © Mazza

La riproduzione delle varietà va fatta esclusivamente per talea, visto che da seme non si può essere certi, per la variabilità genetica, di ottenere piante uguali alla pianta madre; si opera in primavera-estate, se in pieno campo, tramite cladodi preferibilmente di due anni di età, posti a radicare, dopo aver fatto asciugare il taglio per circa due settimane, parzialmente interrati e semplicemente appoggiati sul terreno; la produzione di frutti inizia al secondo-terzo anno.

Per la riproduzione da seme, questo andrebbe scarificato per la presenza di un duro tegumento che ne ostacola la germinazione, un semplice metodo alternativo è immergere i semi in acqua molto calda, intorno ad 80°C, e lasciarli mentre si raffredda per una notte, in natura la germinazione è favorita dal passaggio attraverso l’apparato digerente degli animali che se ne cibano. I semi vanno distribuiti, appena interrati, su un substrato sabbioso mantenuto umido e posti in un ambiente molto luminoso a temperatura superiore a 20°C, preferibilmente tra 25 e 30°C; le nuove piante entrano in produzione intorno al settimo anno di età.

La Sicilia, dove la specie fu introdotta nella prima metà del secolo XVI e dove, grazie alle caratteristiche dei suoli e del clima si è naturalizzata e diffusa tanto da diventare il simbolo dell’isola, è il secondo produttore mondiale per i frutti dopo il Messico, ma primo per la loro qualità, mentre il Messico lo è per i cladodi, che come detto vengono ampiamente utilizzati nella alimentazione.

La produzione siciliana è indirizzata principalmente verso frutti tardivi e di qualità superiore, ottenuti tramite la “scozzolatura”, tecnica che consiste nell’eliminare la normale fioritura primaverile, che grazie alla capacità di rifiorenza della pianta, viene seguita da una seconda fioritura più rada, che da luogo quindi ad un minor numero di frutti, ma più grossi, succosi e zuccherini, a maturazione autunnale; sia la tecnica che il nome “scozzolatura”, dalla Sicilia sono entrati a far parte delle tecniche di coltivazione di altri paesi produttori.

Sinonimi: Cactus ficus-indica L. (1753); Cactus opuntia L. (1753); Opuntia vulgaris Mill. (1768); Cactus chinensis Roxb. (1832); Opuntia megacantha Salm-Dyck (1834); Opuntia chinensis (Roxb.) K. Koch (1853); Opuntia compressa J.F. Macbr. (1922).

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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