Pangium edule

Famiglia : Achariaceae

Testo © Pietro Puccio

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Il Pangium edule è un albero alto fino a 40 m originario delle Filippine, Indonesia, Malaysia, Micronesia, Papua Nuova Guinea e Vanuatu. Specie velenosissima, specialmente i semi, commestibili solo dopo un lungo trattamento © Mazza

La specie è originaria delle Filippine, Indonesia, Malaysia, Micronesia (Yap), Papua Nuova Guinea e Vanuatu dove vive nelle foreste pluviali e lungo le rive dei corsi d’acqua, dal livello del mare, a ridosso delle mangrovie, fino a circa 1000 m di altitudine.

Il nome del genere deriva da uno dei nomi locali, “pangi”, in uso in Malaysia; il nome specifico è l’aggettivo latino “edulis, e” = edule, con riferimento ai semi.

Nomi comuni : football fruit (inglese); pukung, pakem (Giava); buah keluak (Indonesia); kepayang, pangi (Malaysia); ariaml (Palauan); rumrum, suete (Papua Nuova Gui- nea); peyang, kapayang, kapekong, simuang (Sumatra); nalake, vangge (Vanuatu).

Il Pangium edule Reinw. (1828) è un albero alto fino a circa 40 m, negli esemplari più vecchi in natura, con tronco, fino a 1 m di diametro, dalla corteccia grigio bruna, leg- germente fessurata longitudinal- mente, e chioma densa piramidale. Le foglie, su un picciolo lungo 15 cm, sono disposte a spirale, cordato-ovate o subrotonde con apice appuntito e margine intero, lunghe 15-40 cm e larghe 10-25 cm, di colore verde intenso lucido.

La specie è poligamo-dioica, con infiorescenze maschili e femminili su individui diversi, ma con infiorescenze maschili che possono avere uno o due fiori ermafroditi. I fiori maschili sono riuniti in racemi ascellari con calice costituito da 2-3 sepali concavi, coriacei e ricoperti da una peluria rossiccia, corolla con 5-7 petali oblungo-ovati, lunghi circa 2 cm, di colore verdastro, e 20-25 stami. Fiori femminili, su un peduncolo lungo 7-8 cm, solitamente solitari, ascellari, pressoché uguali ai maschili, ma con stami sterili. I frutti sono capsule indeiscenti da ovoidi a piriformi, lunghe 15- 28 cm, ricoperte da una densa peluria bruna contenenti numerosi semi pressoché ovoidi, di circa 5 cm di lunghezza e 2,5 cm di diametro, ricoperti da un arillo carnoso bianco crema, altamente velenosi.

Si riproduce per seme, preventivamente tenuto in acqua tiepida per un giorno, in terriccio organico drenante mantenuto umido alla temperatura di 26-28 °C, con tempi di germinazione di 20-40 giorni e prima fruttificazione a partire dal decimo anno di età. Specie coltivabile esclusivamente nelle regioni tropicali e subtropicali con elevata piovosità annua, richiede pieno sole, tranne nelle fasi iniziali di crescita quando è sensibile all’eccessiva insolazione, e suoli drenanti, da leggermente acidi a neutri, mantenuti pressoché costantemente umidi. Altrove può essere coltivata in capienti contenitori, per essere riparata in serre o giardini di inverno particolarmente luminosi, con temperature minime invernali non inferiori a 16 °C ed elevata umidità ambientale.

Tutte le parti della pianta sono molto velenose, in particolare i semi, per l’elevata presenza di un glicoside cianogenetico (ginocardina). Malgrado ciò, e il lungo processo cui devono essere sottoposti per essere consumati con sicurezza, i suoi semi hanno avuto un grande ruolo nell’alimentazione delle popolazioni locali, e sono ancora un importante ingrediente di alcune pietanze caratteristiche, per tale motivo la specie è stata spesso coltivata in prossimità dei villaggi.

Il trattamento per eliminare la sostanza tossica prevede l’asportazione della membrana che circonda il seme e ripetuti lavaggi e cotture; uno dei più usati consiste nel ripetuto lavaggio in acqua corrente, prolungata bollitura, fermentazione per 40 giorni in una fossa piena di cenere e ricoperta di terra e foglie di banano e successiva altra cottura, una preparazione inadeguata può essere fatale.

Per le loro proprietà antisettiche le foglie e i semi pestati sono ancora utilizzati da alcune popolazioni isolate per la conservazione della carne e dei pesci; semi e corteccia sono localmente impiegati per stordire i pesci e catturarli facilmente. L’olio ricavato dai semi, utilizzato in passato per cucinare e per illuminazione, ha infine promettenti caratteristiche come biocombustibile.

 

Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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