Panthera onca

Famiglia : Felidae

 

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Testo © DrSc Giuliano Russini - Biologo Zoologo

 

 

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Il giaguaro assomiglia al leopardo, ma è più massiccio, con le gambe più corte © G. Mazza

Membro della famiglia dei Felidae, e della sottofamiglia Pantherinae, il Giaguaro ( Panthera onca - Linnaeus, 1758 ) è il più grande felino del nuovo mondo, presente in vari biotopi, con un areale di distribuzione molto esteso, dal nord al sud America.

Benché la classificazione tassonomica ne attribuisca la descrizione al biologo Linnaeus, durante il XVIII secolo, questa specie fu in realtà avvistata già nel XVI secolo da alcuni biologi spagnoli, durante la conquista e coloniz- zazione del centro e sud America, in particolare nelle foreste e bush delle regioni corrispondenti oggi al Messico, Ecuador e, Costa Rica.

Più piccolo solo del Leone ( Panthera leo ) e della Tigre ( Panthera tigris ), il giaguaro si è adattato a vari habitat: dalle foreste pluviali-tropicali centro-sud ameri- cane, alle praterie, bush e ambienti aridi e rocciosi tipici del sud degli USA, come il Nuovo Messico, Arizona e Texas. Ma lo troviamo anche nelle foreste e paludi della Florida, benché complessivamente la sua densità di popolazione sia molto bassa negli Stati Uniti per la concorrenza del Puma ( Felis concolor ).

Come accade per il leoni e le tigri, il Panthera onca presenta una suddivisione in diverse razze o sottospecie, le cui differenze morfofisiologiche sono determinate da fenomeni d’isolamento geografico, mutazioni, e in alcuni casi ibridazione con altre specie feline.

Attualmente si identificano otto diverse razze: Panthera onca onca, Panthera onca veraecrucis, Panthera onca goldmani, Panthera onca peruviana, Panthera onca centralis, Panthera onca palustris, Panthera onca arizonensis, Panthera onca hernandesii.

Le differenze vertono principalmente sulle dimensioni corporee, il colore e la maculazione del manto. Le rosette formate dalla macchie sullo sfondo color ruggine, possono per esempio contenere uno o due punti neri al centro.

Questa combinazione è diversa nelle varie sottospecie, tenendo comunque presente la grande variabilità da individuo a individuo. Non esistono infatti due esemplari uguali per colore e composizione della pelliccia.

I Panthera onca erano e sono fortemente radicati nella cultura tribale delle varie popolazioni centro e sud americane, come negli amerindi, autoctoni del sud degli Stati Uniti. Nel Centro e Sud America, erano considerati animali sacri sia dagli Aztechi, Inca e Maya. In vari reperti archeologici, come statuette e dipinti, appartenenti a queste grandi e misteriose civiltà, si fa infatti spesso riferimento al giaguaro, insieme al serpente, all’aquila e al condor.

Chi non è un biologo, può confondere, nei giardini zoologici, zoosafari, zoopark, il giaguaro col leopardo, perché hanno un manto a prima vista simile per la maculazione e il cromatismo. Si adattano entrambi molto bene alla vita in cattività, dove contribuiscono al ripopolamento della specie riproducendosi tutto l’anno, e passano gran parte della giornata sonnecchiando a penzoloni sui tronchi, con le zampe ciondolanti, ignari dei visitatori, caratteristica tipica e inconfondibile di queste due specie.

Ma in realtà le differenze sono molteplici.

Anzitutto il giaguaro è endemico delle Americhe, mentre il leopardo dell’Africa e dell’Asia. Inoltre il Panthera onca presenta una pelliccia rosso-ruggine con disegni a forma di rosetta, che recano all’interno uno o due punti neri, mentre il manto del Panthera pardus è giallastro, con macchie tonde e piene, o almeno meno variegate di quelle del giaguaro.

Infine il leopardo è più piccolo, con zampe meno robuste.

In comune hanno una lunga coda, che può superare i 70 cm. Serve a mantenersi in equilibrio sui rami degli alberi, e li consacra migliori arrampicatori fra i grandi felini.

In entrambe le specie esistono delle varianti melaniche ( nere ) nel folto delle foreste pluviali sud americane, africane ed asiatiche: il giaguaro melanico frequente nelle foreste del Costa Rica e la pantera nera, che ben si mimetizza nel buio e nell’ombrosità della giungla.

Nelle pianure della Patagonia, o nelle praterie africane ed asiatiche, dove una macchia nera in movimento è facilmente visibile dalle prede, un tale manto non potrebbe infatti sussistere, perché ciò che nel buio è un vantaggio, qui si rivelerebbe un handicap.

Osservando bene alla luce del sole, la pelliccia di questi animali melanici, si scorge sempre la presenza di rosette o macchie rotonde caratteristiche della specie. Contrariamente a quanto si pensava fino una ventina di anni fa, non si tratta quindi di ibridi nati da accoppiamenti interspecifici, ma di una mutazione a carico di uno dei diversi geni coinvolti nel cromatismo della pelliccia. Una sovra espressione di melanina, insomma, che ricopre il manto originale.

Il fenomeno sembra più frequente nei giaguari che nei leopardi. Uno stretto legame ambientale-ecologico, collegato al biotopo, potrebbe esserne la causa.

Stando alla teoria di alcuni biologi negli anni ’60, poi abbandonata ( a mio avviso troppo frettolosamente ), questo melanismo, causato da una o più mutazioni a carico di un gene polifunzionale, pleiotropico, deputato alla colorazione della pelliccia, potrebbe essere opera di un virus non patogeno ( che non ha conseguenze sulla salute dell’animale ), un po’ come accade coi tulipani, dove, com’è ben noto, i virus creano insolite screziature nei fiori.

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Le rosette del giaguaro hanno dei punti neri al centro © Giusppe Mazza

Si è inoltre osservato che nel giaguaro melanico la mutazione è a carico di un gene dominante, mentre nel leopardo melanico è a carico di un gene recessivo, e che data la natura del gene mutato, possono nascere dei giaguari melanici in una cucciolata di piccoli normali. I giaguari neri, possono generare sia cuccioli neri che maculati wild- type, mentre quelli normali, accoppiandosi, mettono alla luce solo cuccioli maculati, non melanici.

Esistono anche giaguari e pantere bianche, che sono individui leucisti, come accade per il leone. Qui però la frequenza è assai scarsa: è molto più facile trovare un leone leucistico, di per sé già raro, che un giaguaro o un leopardo bianco.

Il melanismo può infine essere collegato a mutazioni benefiche nel sistema immunitario. Sembrerebbe che i soggetti melanici ( sia giaguari che leopardi ) mostrino una attività immunoresponsiva, nei confronti di alcuni agenti infettivi ( protozoi, funghi, batteri, virus ) migliore dei conspecifici wild-type, ma tutto ciò, per ora, è solo una ipotesi da verificare

Al Bear Creek Sanctuary di Barrie, in Canada, si è fatto accoppiare un giaguaro nero con una leonessa, che ha partorito una femmina di “giagleone nero” color carbone ed un maschio di “giagleone maculato” marrone chiaro. Non possiamo quindi dire che il gene mutato del giaguaro melanico sia dominante sulla colorazione del leone, per saperlo occorrono altri studi di genetica formale.

In ogni modo, nelle notevoli somiglianze fra il giaguaro e il leopardo, molti zoologi biologi vedono il chiaro segno di una discendenza filogenetica comune.

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Le macchie del leopardo sono piene su fondo giallastro © Giuseppe Mazza

Secondo alcuni autori, l’antenato comune viveva in Alaska e in Siberia, nel periodo geologico in cui erano ancora unite da un istmo. Si sarebbe poi spostato a sud, fino all’America centro meridionale e ad oriente, dalla Siberia verso la regione Paleartica, da dove si sono formati il continente Asiatico e il nord Africa.

In seguito, completata la separazione delle piattaforme continentali secondo il ben noto fenomeno della “deriva dei continenti”, gli animali intrappolati e isolati nelle regioni Oloartiche ( Neartica: America del Nord-Centro-Sud e Paleartica: Africa del nord e Asia ) presero vie evolutive diverse, in relazione agli ecosistemi ed ai biotopi, dando origine al Panthera onca e al Panthera pardus.

Zoogeografia:

Il Panthera onca è endemico della parte sud degli USA ( dove sono per la verità rari ) in stati come Texas, Arizona, Nuovo Messico e Florida. Nel centro America si trovano a densità maggiore in Messico, Costa Rica ( dove c’è la massima concentrazione della razza melanica ) e nel sud America, dove si ha la massima densità in Ecuador, Perù, Brasile, Argentina, Bolivia, Venezuela, Colombia, Uruguay, Paraguay

Habitat-Ecologia:

Secondo le regioni in cui vive, il giaguaro può trovarsi in diversi biotopi e habitat, anche se quello più frequente è costituito dalle foreste sempreverdi pluviali tropicali. Ma non di rado, i biologi che lavorano per la conservazione della specie, hanno osservato esemplari fino a 3200 m d’altezza sopra il livello del mare, nelle foreste tropicali Peruviane e Colombiane. Questo ci fa capire quanto sia completa e complessa la loro fisiologia, che permette di vivere e cacciare a tali altitudini.

Nel Centro America s’incontra nelle foreste del Messico e del Costa Rica, mentre in Sud America vive in Ecuador, Perù, Brasile e Colombia nella giungla Amazzonica. Lo troviamo anche nelle pianure delle Pampas in Argentina e in prossimità di zone umide, con paludi e canneti. I giaguari sono infatti abili nuotatori, ed integrano volentieri la loro dieta, basata su erbivori e roditori, con rettili acquatici, anfibi e pesci.

In Argentina raggiungono la Patagonia, dove non di rado fanno strage di capi di bestiame. Li troviamo infine nel Pantanal, la più grande pianura alluvionale del mondo, che si estende dal Brasile (Mato Grosso e Mato Grosso do Sul ) a una parte della Bolivia e del Paraguay.

Non è raro che in queste regioni, dove l’ Anaconda gigante ( Eunectes murinus ) è di casa, possano verificarsi incontri e scontri tra questi due animali, ed è quasi sempre il giaguaro ad avere la meglio.

Nel sud degli USA, dove come abbiamo visto mostrano una bassa densità, i loro areali, possono sovrapporsi a quelli del Puma ( Felis concolor ), molto più diffusi. Una sovrapposizione d’ecologia alimentare, che provoca scontri e talora ibridazioni.

Come accade per la Tigre ( Panthera tigris ), il Panthera onca si crea in genere un proprio areale, delimitato da orine, ruggiti e segnali ottici, al centro del quale si riposa, generalmente su un albero, sonnecchiando durante il giorno, anche per 11 ore consecutive.

Solo al tramonto scende nel suo home-range, alla ricerca d’acqua e di prede, che identifica a vista o con l’olfatto.

La possibilità di retrarre gli artigli, permette al giaguaro di camminare sui cuscinetti alla base delle dita, riducendo il rumore, e di seguire, senza farsi notare, una preda anche per diversi chilometri, prima d’aggredirla.

Spesso l’areale di un giaguaro maschio si sovrappone a quello di diverse femmine, con cui può accoppiarsi.

Come la tigre, il Panhera onca è un solitario. Avvicina le femmine solo quando queste sono in estro, attratto dai ruggiti della futura compagna e dall’odore dei feromoni vaginali, che percepisce anche a tre chilometri di distanza.

Può capitare, in rari casi, d’imbattersi in una coppia di maschi che si spostano insieme, anche nella combinazione di melanico e wild-type. Si tratta in genere di subadulti, che non vivono più con la madre, e non entrano ancora in competizione perché sessualmente immaturi.

Morfofisiologia:

La carta d’identità di un Panthera onca ci dice che i maschi possono raggiungere anche i 2 m di lunghezza, con 130 kg di peso. Le femmine circa 1,70 m di lunghezza, per 55-90 kg di peso. Al garrese raggiungono entrambi i 60 cm d’altezza.

Pur avendo quasi la stessa morfologia, il giaguaro è molto più robusto del leopardo, con una massa muscolare che richiama quella dei leoni e delle tigri.

Presenta zampe gravidiche, cioè corte e tozze, più possenti di quelli del leopardo. Con le anteriori, alla stregua del leone e della tigre, può abbattere prede di grandi dimensioni, anche 2-3 volte più pesanti di lui, come il Tapiro ( Tapirus terrestris ).

Si nutre volentieri anche di Aguti ( Azarae Dasyprocta ), di Pecari ( Tayassu pecari ), di Cervi ( Mazama americana ), di Capibara ( Hydrochoerus hydrochaeris ), e Daini ( Dama dama ) introdotti dall’uomo, per non parlare di bovini ( Bos taurus ) e pecore ( Ovis aries ) d’allevamento.

Come i leoni e le tigri, usa gli artigli retrattili in una guaina foderata per abbattere le grandi prede, e le uccide per soffocamento con un morso al collo, assicurato da potenti canini che possono raggiungere i 5 cm di lunghezza con una radice di 3 cm.

La pelliccia maculata, con disegni a forma di rosetta e punti neri all’interno, lo mimetizzano fra le piante, mentre la colorazione rossiccia del manto, con chiazze ruggine all’interno delle rosette, evocano i raggi solari che filtrano nella densa vegetazione.

La testa è robusta, come il collo, e in entrambi i sessi il naso ha una pigmentazione cangiante, con la crescita, dal rosa al nero.

La coda, lunga 48-75 cm, serve a mantenere l’animale in equilibrio fra i rami degli alberi, e la sua abilità nell’arrampicarsi, gli permette, in carenza d’erbivori e roditori, di nutrirsi di scimmie e varie specie d’uccelli, come ad esempio i Psittaciformes.

Gli arti corti non consentono lunghe corse a velocità elevate, ma i giaguari sono molto resistenti nella camminata, ed hanno uno scatto brevilineo fulminante.

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Coppia di giaguari © Giuseppe Mazza

Gli occhi, come accade per i gatti domestici, i cani o i lupi, hanno una pupilla che s’allarga notevolmente al buio ( midriasi ). In più è presente una particolare struttura il “Tapetum Lucidum” ( in Italiano “Tappeto Lucido” ) costituita da uno strato di cristalli di guanina, posti sulla retina o immediatamente dietro, che permettono una perfetta visione notturna restituendo la luce accumulata durante il giorno. E’ il motivo per cui tutti questi animali di notte hanno gli occhi che brillano di verde o di rosso.

Le orecchie, con padiglioni ben sviluppati, permet- tono di percepire anche il silenzioso strisciare in acqua o al suolo delle anaconde, che come abbiamo visto non esitano ad attaccare.

Etologia e Biologia Riproduttiva:

Come già accennato, i giaguari trascorrono soli la maggior parte della loro esistenza. Delimitano il loro territorio con profuse orinazioni ricche in specifici feromoni, ma usano anche segnali visivi, graffiando coi possenti artigli i tronchi degli alberi, e acustici, mediante ruggiti.

Se una femmina transita nel suo territorio, anche se non in estro, o accompagnata dal cucciolo, non viene aggredita. Se invece è in estro, avviene l’accoppiamento. La fregola nel maschio è indotta dallo stato sessuale della femmina, e per sapere se è ricettiva, odora la vagina e ne assaggia le orine, un modo anche per valutare il suo stato di salute, perché in natura è meglio accoppiarsi con chi può dare una prole sana e robusta.

Nella caccia, come accennato prima, il Panthera onca abbatte a colpi di zampa anteriore le prede di grandi dimensioni, come i tapiri, soffocandole poi con un morso al collo; in presenza di prede più piccole la tecnica consiste invece nel balzare sull’animale, per esempio un capibara, e perforargli il cranio coi possenti canini.

Il giaguaro attacca, uccide e si nutre spesso anche di piccoli caimani, che agguanta, come i pesci e gli anfibi, lungo i corsi d’acqua.

I denti ferini gli permettono di strappare la carne, che ingoia senza masticare, mentre quelli carnassiali, presenti anche in leoni, tigri, leopardi, puma, ghepardi e nei carnivori per eccellenza, definiti consumatori secondari e terziari, permettono la frantumazione delle ossa.

Per la sua ecologia alimentare, molto varia, il giaguaro è dunque classificato fra gli organismi eurifagi.

Alla cattura di una preda segue il pasto, che inizia sempre col fegato dell’animale ucciso, ricco della vitamina A di cui ha bisogno.

Nel primo pasto, un Panthera onca può mangiare fino a 5 kg di carne. Poi la carcassa viene portata su un albero o nascosta nei cespugli, per nutrirsi nei due giorni successivi. Quando va in putrefazione il giaguaro la scarta, contrariamente al leopardo che è un vero e proprio spazzino.

L’accoppiamento è caratterizzato da numerosi amplessi a durata di pochi secondi ciascuno. Può avvenire tutto l’anno, perché nella foresta pluviale non esiste una stagione delle piogge cui associare, per così dire, un calendario d’accoppiamenti. L’elevato numero d’amplessi tra i due partner e l’elevata frequenza d’accoppiamenti tra partner diversi, sia per maschi che per le femmine, aumenta come per il Panthera leo le chance riproduttive.

Le ovocellule prodotte dalla femmina degenerano infatti rapidamente nella tuba ovarica, e i ripetuti amplessi aumentano la probabilità di fecondazione degli ovociti e sopravvivenza della specie.

Nascono in media 2-4 cuccioli, dopo una gravidanza di 90-105 giorni. Raramente si hanno parti monogemini.

La placentazione è di tipo endoteliocoriale ad organizzazione zonaria.

I cuccioli, vengono allevati solo dalla femmina, poiché il maschio si allontana subito dopo l’accoppiamento.

Come nei babbuini (Papio cynocephalus), curiosamente in questi animali sono presenti versi detti post-coitali. Segnalano forse l’avvenuta fecondazione. Sia nei giaguari che nei babbuini, la loro natura e funzione è ancora un mistero per i biologi.

L’allattamento dura 3-4 settimane, cui fa seguito lo svezzamento. I cuccioli rimangono con la madre fino a 2 anni circa di vita post natale, periodo in cui sia i maschi che le femmine maturano sessualmente (in alcuni esemplari questo può avvenire anche al terzo anno di vita). Poi ognuno se ne andrà per la propria strada, in cerca di un territorio.

La popolazione di Panthera onca, compresa quella melanica e le diverse razze, è sempre più minacciata dai disboscamenti causati dalle compagnie minerarie e dalla coltivazione delle palme da olio, banani, e recentemente anche della soia. Le diminuzioni nel numero d’esemplari sono drastiche, fino quasi a raggiungere valori critici, incompatibili con il mantenimento della specie in natura.

Per tali ragioni, la IUCN, insieme alla CITES, il WWF, e varie associazioni di giardini zoologici come la WAZA, la EAZA, in collaborazione con istituti di biologia e zoologia centro-sud americani e statunitensi, hanno creato progetti per la conservazione della specie e delle varie razze, inserendo il Panthera onca, come specie protetta, nella lunga lista rossa delle Threatned Endangered Species.

→ Per informazioni generali sui FELINI vedere qui

 

Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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