Paphiopedilum philippinense

Famiglia : Orchidaceae

Testo © Pietro Puccio

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Il Paphiopedilum philippinense è molto coltivato, ma raro in natura © Giuseppe Mazza

La specie è originaria del Borneo e delle Filippine, dove cresce su rocce calcaree ricoperte di muschio o residui vegetali in decomposizione, meno frequentemente sugli alberi, lungo le coste e fino a circa 500 m di altitudine.

Il nome del genere è la combinazione dei termini greci “paphia”, attributo di Afrodite, e “pédilon” = sandalo, con riferimento alla forma del labello; il termine specifico latino “philippinense” = delle Filippine, fa riferimento ad uno dei luoghi di origine.

Il Paphiopedilum philippinense (Rchb.f.) Stein (1892) è una specie erbacea litofita, a volte epifita, cespitosa, con foglie persistenti alterne, distiche, lineari, lunghe 25-45 cm e larghe 2-5 cm, di colore verde uniforme.

Scapo floreale terminale su cespi di 2-3 anni di età, lungo 35-60 cm, di colore porpora, pubescente, portante 4-6 fiori con sepali cordati (i due laterali sono uniti formando un unico sepalo, chiamato “sinsepalo”, dietro il labello), lunghi circa 5 cm, di colore bianco con strisce longitudinali porpora brunastro, petali ritorti a spirale porpora brunastro, lunghi fino a circa 18 cm e larghi 0,6 cm, e labello saccato giallo, lungo fino a circa 4 cm.

Si riproduce per seme, in vitro, e per divisione con ciascuna sezione provvista di almeno 3-4 cespi.

Una delle specie più coltivate ed apprezzate del genere non solo per la spettacolare fioritura, ma anche per la coltivazione relativamente facile, richiede temperature medio-alte con minime notturne in inverno non inferiori a 15 °C, elevata umidità, 60-80%, e luminosità, con esclusione della luce solare diretta, e costante movimento dell’aria; fiorisce tra la tarda primavera e l’estate essendo una specie longidiurna.

Le innaffiature devono essere regolari ed abbondanti, evitando ristagni all’ascella delle foglie che potrebbero provocare marciumi, leggermente diradate in inverno, ma senza mai fare asciugare completamente il substrato. Le innaffiature e nebulizzazioni vanno effettuate con acqua piovana, da osmosi inversa o demineralizzata, e le concimazioni, durante il periodo vegetativo, con prodotti bilanciati idrosolubili, con microelementi, a ¼ di dose, o meno, di quella consigliata sulla confezione, distribuite e alternate in modo da evitare accumulo di sali alle radici, cui è piuttosto sensibile.

Il substrato di coltivazione può essere costituito da frammenti di corteccia (bark) di fine pezzatura, carbone e agriperlite con aggiunta di pietrisco calcareo; divisioni e rinvasi vanno effettuati alla fine della fioritura, cercando di danneggiare il meno possibile l’apparato radicale.

La specie è iscritta nell’appendice I della CITES (specie a rischio di estinzione per la quale il commercio è ammesso solo in circostanze eccezionali).

Sinonimi: Cypripedium philippinense Rchb.f. (1862); Paphiopedilum philippinense (Rchb. f.) Pfitzer (1895); Cordula philippinensis (Rchb.f.) Rolfe (1912).

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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