Paradisaea minor

Famiglia : Paradisaeidae

 

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Testo © Dr. Gianfranco Colombo

   

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L’Uccello del Paradiso minore ( Paradisaea minor ) abita in Nuova Guinea e nelle isole di Misool e Yapen © Giuseppe Mazza

Diversi anni orsono David Attenborough presentò al grande pubblico un documentario che fece gran scalpore per l’eccezionalità delle riprese cinematografiche ma ancor più per la straordinarietà dei soggetti ripresi che fino ad allora non erano mai stati osservati così intimamente nelle loro attività quotidiane.

Il programma aveva un titolo più che entusiasmante, “Attenborough in Paradise” e già dal nome del programma traspariva la bellezza dei soggetti trattati, i tanto celebrati “uccelli del Paradiso”.

Nato come programma divulgativo, questo documentario è ormai acquisito dai naturalisti come reperto fondamentale per capire e studiare questi uccelli così elusivi, schivi e poco conosciuti.

Nel secolo XIX, Alfred Russel Wallace grande studioso e conoscitore di “quelle parti” ancora oscure del pianeta, studiando questi uccelli ribadì un suo concetto rimasto valido nel tempo e cioè che … gli esseri viventi del creato sono così belli che non possono essere stati creati per noi uomini!

Le prime pelli essiccate di questi uccelli giunsero in Europa sulle navi commerciali olandesi del XVI secolo, insieme alle spezie acquistate nelle lontane Molucche ma questi esemplari provenivano da terre ancora più lontane per cui sembra che nessuno al tempo, avesse avuto l’opportunità di osservarli vivi in natura.

Questi reperti non avevano né ali né zampe in quanto gli indigeni, prima di commerciarli, tagliavano e trattenevano loro queste appendici per adornare i loro fantasiosi costumi.

Fu così che coloro che ebbero per primi la possibilità di studiarli, si trovarono di fronte ad uccelli apodi e apteri, caratteristiche che alimentarono la credenza, riportata dagli indigeni e ripetuta dagli stessi commercianti che questi uccelli vivessero in paradiso, sempre sospesi in aria senza mai toccare il suolo se non quando morivano e solo allora venivano raccolti dagli esseri terreni.

Vennero quindi classificati come uccelli paradisiaci e privi di zampe.

La Paradisea maggiore ( Paradisaea apoda ) porta tuttora nel nome scientifico, il risultato di questa prima valutazione.

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Il dimorfismo sessuale è decisamente marcato. Il maschio è una tavolozza di colori con lunghe e vaporose piume gialle e bianche, date dallo sproporzionato allungamento delle penne copritrici dei fianchi, che raddoppiano la lunghezza della coda © Giuseppe Mazza

E’ di un italiano, mosso da tutt’altro interesse e casualmente testimone oculare di questo incontro, a portare per primo la descrizione completa di questo uccello in Europa, dando una spiegazione più terrena a questa storia immaginaria. Fu il vicentino Antonio Pigafetta a portare queste notizie dissipatrici di ogni precedente e favolosa interpretazione.

Cronista di bordo della prima missione di circumnavigazione del globo, guidata dall’intrepido Magellano e sopravvissuto, benchè ferito durante la battaglia contro il re Lapu Lapu nelle Filippine dove vide soccombere il suo Comandante, insieme a pochi altri a questa terribile esperienza marinara.

Nel suo diario descrisse i tre anni di terribili avventure, malattie, disastri ed alla morte dello stesso Comandante della missione ma da bravo cronista riportò di aver avuto modo di vedere questi uccelli che provenivano dal Paradiso terrestre dove vivevano in gran numero e specie. Era il 1521 ma il diario fu ritrovato e letto solo alla fine del XVIII secolo.

La Paradisea minore o più semplicemente Uccello del Paradiso minore ( Paradisaea minor - Shaw, 1809) appartiene all’ordine dei Passeriformes ed alla famiglia dei Paradisaeidae che raggruppa in una quindicina di generi e 42 specie, tutto il grande gruppo di questi magnifici uccelli.

Anche in questa famiglia è in corso una profonda riclassificazione tassonomica per cui non saranno certo inaspettate nuove rivelazioni e modifiche.

Curiosa l’etimologia del genere Paradisaea derivata dal greco “paradeisos” ma a sua volta mutuata dall’antico persiano “pairi–daeza” che indicava il giardino cintato da mura, terreno di piacere dei re Persiani.

Il nome della specie viene dal latino “minor” = minore, per differenziarla dalla congenere apoda, molto simile ma di dimensioni maggiori.

Anche l’antico nome dato in Europa a tutti questi uccelli, Manucodia/Manucodiata, una denominazione mantenuta oggigiorno solo per un genere che abita la penisola di York in Australia, aveva una derivazione celestiale, infatti era frutto di una mal trascrizione dall’antica lingua Javanese dell’appellativo “manuk dewata” che significava appunto “uccelli degli Dei”.

Nel mondo occidentale viene praticamente ripetuto il concetto ribadito col nome scientifico: Lesser Bird of paradise in inglese, Kleiner Paradiesvogel in tedesco, Ave del paraíso Esmeralda Chica in spagnolo, Paradisier petit émeraude in francese e Ave do paraíso pequena in portoghese.

Zoogeografia

L’area abitata da questi uccelli è ristretta a poche isole delle Molucche indonesiane ed alla Nuova Guinea, sia nella parte indonesiana dell’Irian Jaya sia nella Papua Nuova Guinea. Solo marginalmente alcune specie abitano il Queensland australiano.

La paradisea minore abita la parte nord della Nuova Guinea, le isole di Misool e di Yapen. Un territorio densamente coperto da foreste intricate e spesso inaccessibili che hanno conservato gelosamente molti di questi segreti fino ai giorni nostri.

Si ritiene sia un uccello stanziale.

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La femmina si direbbe un altro uccello. A parte gli occhi gialli e il becco azzurrognolo, come il maschio, ha un look decisamente monacale, con saio marrone, cappuccio nero e petto biancastro © Giuseppe Mazza

Ecologia Habitat

La vita di questa Paradisea è confinata nelle foreste dense ed umide della fascia equatoriale, disseminate di acquitrini e di alti alberi, con fitto ed impenetrabile sottobosco.

E’ un uccello tipicamente arboricolo che raramente scende a terra e che trascorre praticamente la sua vita nascosto tra il fogliame della volta forestale, solitario ed in gran parte silenzioso, passando spesso inosservato a dispetto dei colori sfavillanti della sua livrea.

Lassù trova i frutti di cui si nutre ed anche insetti e piccoli vertebrati che a volte integrano la sua dieta.

Anche la ricerca del partner ed il corteggiamento sono svolti sulle fronde degli alberi al contrario di altre specie che sfruttano i lek, gli spazi comuni di esibizione e combattimento posti a terra, per attirare la compagna.

Forse questo suo stile di vita così distante dal suolo, le sue fugaci apparizioni quando cercato tra le alte chiome e lo stupore della leggerezza e leggiadria delle sue piume, sono state tra le cause che hanno suggerito il suo nome.

Morfofisiologia

Per quanto difficoltoso da scoprire quando immersa nel verde della volta forestale, la paradisea minore ha discrete dimensioni, superando i 30 cm di lunghezza, i 300 g di peso ed un’apertura alare di circa 60 cm.

Tutte le paradisee mostrano un accentuato dimorfismo sessuale tanto da far pensare, confrontando i due sessi, a due diverse specie di uccelli.

Mentre la femmina mostra un colore blando e poco attraente quello del maschio è una vera esplosione di tonalità e forme.

La femmina della paradisea minore ha il mantello marrone ed una testa nera con il petto completamente bianco grigiastro. Il collo presenta una leggera nuance giallastra e la gola un riflesso verde bluastro. Il becco e le zampe sono azzurrognole e l’occhio di un bianco giallastro brillante.

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Al richiamo rauco del maschio le femmine accorrono perché c’è aria di parate © Giuseppe Mazza

Il maschio è invece una vera tavolozza di colori: capo e nuca giallo limone vivace, gola verde smeraldo brillante, petto e ventre color nocciola mattone più o meno accentuato. La copertura alare e la coda sono di colore nocciola con alcune sfumature giallastre sulle spalle, becco e zampe azzurrognole.

A tutto ciò si aggiunge una fontana di lunghe e vaporose piume gialle limone alla base che diventano poi bianche candide frutto di un allungamento sproporzionato delle penne copritrici dei fianchi che arrivano a raddoppiare la lunghezza della coda. Inoltre da quest’ultima partono due lunghissime e finissime penne filiformi, marrone scure, quasi invisibili che si perdono in mezzo a tutti questi colori.

Gli occhi sono di un giallo molto brillante. La maturità è raggiunta nel secondo ed anche terzo anno. Non vi è dubbio che l’epiteto di uccello del paradiso è giustamente meritato.

Etologia-Biologia riproduttiva

Anche questa paradisea sfrutta spazi comuni per esibirsi e conquistare una femmina. Più che un lek, abitualmente situato a terra, usa dei rami ad altezze più o meno elevate si quali effettua le sue danze, saltellando di ramo in ramo a volte appendendosi a gambe all’aria e lasciando cadere all’indietro le sue vaporose piume. In quella posizione si ha l’impressione di vedere uno strano lampadario, soffice e colorato, gonfio in tale misura da rendere indistinguibile le forme di un uccello.

La fase di corteggiamento serve ad eccitare ed entusiasmare le femmine che accorrono posandosi su rami vicini, in attesa di giudicare e concedersi al migliore dei maschi esibizionisti presenti nell’arena. Saltelli, versi rauchi, sbattimento delle ali, tremolìo del corpo, una vera frenesia amorosa che attrae irrimediabilmente le femmine presenti. Tanto è breve l’accoppiamento, quanto effimera la relazione con il padre della propria progenie.

Terminato l’accoppiamento le femmine se ne scappano subito nel folto della foresta e da quel momento ogni contatto è perso.

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Questa, anticipando i tempi, prende l’iniziativa e per farsi notare danza acrobaticamente, anche a testa in giù, sbattendo le ali © Giuseppe Mazza

Il maschio è poligamo e può accoppiarsi con più femmine. Non vi è una specifica stagione per la nidificazione in quanto si può assistere ad accoppiamenti in tutti i periodi dell’anno. Il nido è costruito dalla femmina sui rami alti di un albero, nascosto fra le fronde, dove depone mediamente due uova rosate (da una a tre) che coverà per circa tre settimane. I piccoli nidiacei rimarranno nel nido per altre quattro settimane prima di allontanarsi dapprima sui rami vicini e più tardi involarsi. I giovani rimarranno riuniti con la madre ancora per qualche tempo formando dei piccoli gruppi familiari fino alla nuova stagione di riproduzione.

Sono stati accertati casi di ibridazione fra specie, sia all’interno che al di fuori dello stesso genere. Esemplari precedentemente classificati come specie a parte sono state poi giudicate, a seguito di attenti studi genetici, come ibridi interspecifici.

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Nulla in confronto allo spettacolo del maschio che abbandonato il tradizionale riserbo entra in pista, con movimenti in fondo analoghi ma enfatizzati dall’enorme massa di piume. Saltelli, battiti d’ala, col capo che sbuca ora in alto ora in basso da una sorta di lampadario o nuvola ondeggiante per i tremolii del corpo nella frenesia amorosa © Giuseppe Mazza

Questo uccello nel passato è stato oggetto di forti persecuzioni per ricavarne le preziose piume che venivano richieste dalla moda occidentale. Anche gli indigeni locali l’hanno sempre cacciato per il medesimo motivo, una consuetudine tuttora mantenuta e garantita dalla legge fatta a protezione di questi uccelli.

In Irian Jaya ed in Papua Nuova Guinea portare piume di questi uccelli sui copricapi, è per gli indigeni motivo di vanto e di onore che non può mancare di esibire in ogni occasione sociale e di festa. Tant’è che la figura di questo magnifico uccello è rappresentato nella bandiera nazionale della Papua Nuova Guinea.

La specie non è considerata a rischio.

 

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