Phacochoerus aethiopicus

Famiglia : Suidae

 

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Testo © Dr. Gianni Olivo

 

 

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Un maschio di Phacochoerus aethiopicus da look inconfondibile © Mazza

I suidi sono ungulati non ruminanti che, in alcune specie, hanno una dieta onnivora, anche se, spesso, prevale una predilezione per sostanze vegetali.

Ad esempio, parlando dei suidi del continente africano, abbiamo, ai due estremi, il Potamocero ( Potamochoerus porcus ) che è attratto persino da carogne e resti di animali morti e che addirittura, a volte, caccia piccole prede, insetti, mammiferi, rettili, batraci, e sul lato opposto l’Ilocero ( Hylochoerus meinertzhageni ), suino di foresta esclusivamente erbivoro.

Il Facocero ( Phacochoerus aethiopicus - Pallas, 1766 ) è, senza ombra di dubbio, il suide africano più noto al “grande pubblico”, non solo per il suo aspetto insolito e per le lunghe difese, simili a vere e proprie zanne, che ne hanno fatto anche una star dei cartoons disneyani con il nome di Pumba ( che, per inciso, non significa facocero, in kiSwahili, essendo Ngiri oppure Bango il nome di questo animale), ma anche per il fatto che è l’unico “maiale selvatico” essenzialmente diurno e che, anziché la foresta, frequenta l’aperta savana erbosa.

Per questo motivo risulta infinitamente più facile, per un turista, a bordo di un pulmino dipinto a strisce come una zebra, vedere il facocero, che, tra le altre cose, ha un areale di distribuzione molto vasto, che non un potamocero o, ancor più, un ilocero, di abitudini notturne e che frequentano zone di fitto bush o foresta.

Inoltre, effettivamente, il facocero è il più "diverso" tra i suidi africani: mentre, bene o male, potamocero ed ilocero richiamano alla mente il cinghiale, Pumba ha una « carrozzeria » e degli accessori talmente inusuali (almeno per la logica umana) da parere addirittura un po’ kitsch e da saltare all’occhio immediatamente, un po’ come vedere in un parcheggio affollato di serie berline blu o nere, la cadillac rosa di un petroliere texano con corna di longhorn sul cofano e coda di procione appesa ad un’antenna di due metri.

Scherzi a parte, le caratteristiche fisiche del facocero sono abbastanza peculiari: il corpo è grossomodo cilindrico, con dorso livellato, ricoperto di pelle spessa e grigia, pressoché glabra, ma con sparse setole di lunghezza notevole e con una criniera dorsale che, quando l’animale è tranquillo, è adagiata sul fianco, ma che si erge quando è eccitato o spaventato.

Ciuffi di peli, lunghi e chiari, sono presenti anche sulle guance e nei padiglioni auricolari.

Il nome inglese (warthog o porco dalle verruche) illustra un’altra caratteristica della testa di questo animale, che si presenta, nel complesso, proporzionalmente grossa ed appiattita: nel maschio sono presenti due paia di grosse escrescenze determinate da ispessimenti cutanei, due appena sotto e davanti agli occhi, lunghe anche 15 cm, ed altre due più avanti, sul muso, appena dietro l’emergenza delle difese superiori che determinano, da entrambe le parti, una voluminosa sporgenza del labbro superiore, simile ad un parafango.

Nella femmina le “verruche” anteriori sono assenti o appena accennate e sembra che tali appendici siano una difesa ( soprattutto a livello degli occhi) sia nei combattimenti tra maschi che contro rami spinosi, durante la corsa tra le alte erbe.

Il peso, nei maschi, va da 70 a 105 kg, con altezza alla spalla di 65-85 cm, mentre le femmine sono di taglia inferiore, con pesi medi tra i 50 ed i 65 Kg ed altezza da 55 a 70 cm.

Sono presenti ghiandole odorose preorbitali ed altre situate presso l’emergenza delle zanne, in entrambi i sessi, ma più sviluppate e funzionanti nel maschio.

Vi è un dimorfismo sessuale: la femmina è più piccola, con testa di minori dimensioni e difese meno imponenti, inoltre, come accennavo, le verruche sono due (oculari) oppure 4 ma con il paio anteriore vestigiale o ridotto.

La coda è lunga e sottile, con un ciuffo di peli terminale e viene tenuta eretta quando l’animale è in fuga o in corsa.

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L’associazione tipo è una o più femmine con prole e giovani maschi o maschi in calore © Giuseppe Mazza

Anche questo rappresenta uno dei tanti segnali di tipo "follow-me" presenti in natura (vedi anche scheda Cobo dall’ellisse): data la bassa statura alla spalla, soprattutto nei piccoli, e l’abitudine a frequentare praterie, dove la visuale può essere impedita dalle alte erbe, la coda sollevata è un invito per i piccoli ( o anche per altri adulti del gruppo) a seguire chi apre la strada e a non sparpagliarsi.

La dentatura è modificata in rapporto ad un’alimentazione prevalentemente erbivora, ed infatti questo animale è un tipico grazer che, soprattutto nella stagione delle piogge, bruca dal terreno l’erba della savana, anzi, si tratta dell’unico suide africano che sia un "grazer".

I molari e persino l’articolazione temporo-mandibolare sono modificati in funzione del trituramento di erbe, mentre i canini si sono evoluti in forma di “zanne” (termine improprio): le difese superiori, lunghe fino a 60 cm, sono usate come attrezzi da scavo ( soprattutto nella stagione secca quando tuberi e radici sostituiscono, in parte, la carenza di erbe nutrienti) ed armi di difesa temibili, mentre le difese inferiori sono molto più corte ( in media 10-17 cm) e vanno ad interagire con le “zanne” superiori come due paia di cesoie.

Tipicamente, le difese superiori si dirigono in fuori e poi curvano verso l’alto ed in alcuni casi, specialmente quando raggiungono notevole lunghezza, gli apici curvano leggermente verso l’interno, le inferiori sono dirette lateralmente.

La dieta e l’habitat di savana aperta hanno determinato alcuni adattamenti molto caratteristici e peculiari.

E’ frequente vedere tali suidi pascolare inginocchiati sugli anteriori ed in effetti, a livello dell’articolazione, anteriormente, è presente una callosità spessa e dura.

Questo adattamento è stato determinato dalla vita in savana e tale modo di nutrirsi è più comunemente osservabile durante la stagione secca e per un motivo preciso: mentre nella stagione delle piogge l’erba è rigogliosa e rappresenta la quasi totalità della dieta, in inverno, o comunque quando le piogge scarseggiano, tuberi e radici sostituiscono in buona parte l’erba.

Anche il potamocero ed il cinghiale scavano (arano) il terreno in cerca di tuberi o larve, usando il robusto grifo e le difese ( l’ilocero ha perduto tale capacità), ma il terreno, in foresta, nel bosco o dove la vegetazione è fitta, è molto più soffice e cedevole della terra cotta dal sole dell’aperta savana, che spesso diventa dura come mattone.

Per questo motivo, il facocero ha sviluppato una tecnica di scavo da bulldozer. Innanzitutto, la posizione obliqua del corpo, con zampe posteriori estese ed anteriori flesse, orienta il corpo, il peso e la potenza lungo un vettore obliquo dall’alto in basso ed in avanti, inoltre crea un braccio di leva più corto e potente. Questo collabora con le lunghe zanne e con il disco duro del grifo, nel sollevare e smuovere zolle di terra dura e pesante.

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Specie nella stagione secca, quando l’erba è bassa e si cercano il tuberi, ci si nutre in ginocchio © Mazza

L’organizzazione sociale del facocero è di tipo matriarcale e l’associazione-tipo può consistere in una o più femmine con la prole e, a volte, alcuni maschi ( i figli restano spesso con la madre fino ai 2 anni).

Tuttavia, i maschi giovani tendono spesso ad aggregarsi in piccoli gruppi ed i più anziani divengono spesso solitari, salvo riunirsi ai gruppetti di femmine quando queste vanno in estro. Sebbene spesso i gruppi siano abbastanza abitudinari, il territorio non viene difeso, tranne che in caso di penuria di risorse.

Tipicamente, i gruppi sono di 4-8 individui, ma possono arrivare a contare anche 15 componenti.

Un’altra caratteristica peculiare dei facoceri è l’uso di vere e proprie tane, generalmente una rete di scavi ed ogni gruppo può far uso di una decina di tunnels, di cui alcuni comprendenti un’ampia cavità con entrate multiple.

Tuttavia, per quella che è la mia esperienza personale, tale tipologia di tana non mi sembra particolarmente gradita, soprattutto in zone dove vi sono molto predatori.

Sebbene il facocero possa ( ed a volte lo fa) scavarsi da se la propria tana, nella maggior parte dei casi, in zone dove è presente l’Oritteropo ( Orycteropus afer ), le tane abbandonate di questa scavatrice animale sono le più utilizzate.

L’oritteropo è il più potente e veloce scavatore del mondo animale: nella nostra riserva ne ho osservato uno che iniziava uno scavo e, dieci minuti dopo che l’animale era entrato, mi mossi dal mio nascondiglio ed andai a sondare, con l’aiuto di un lungo ramo, la galleria, che misurava già almeno 5 metri.

Le sue gallerie hanno diametro notevole, dal momento che l’oritteropo pesa anche 70 Kg, e, data la facilità con cui l’animale le scava e le abbandona ed i frequenti spostamenti in cerca di zone ricche di formiche e termiti, le tane “sfitte” abbondano: i facoceri spesso le modificano a loro uso, allargandole o scavando nuove “stanze”, con l’aiuto delle robuste difese e del disco all’apice del grugno.

Tuttavia preferiscono uno scavo ad uscita singola, per motivi, essenzialmente, di sicurezza: più uscite significano anche più ingressi, da cui può penetrare qualcosa di sgradevole ed un tunnel solo è più facile da difendere.

Una tana tipo comprende una galleria, che spesso fa un gomito, magari tornando indietro e scendendo nel sottosuolo, al termine della quale vi è una stanza, più larga, in cui rifugiarsi.

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Qui tutti mangiano. Stare in ginocchio non fa male, perché c’è un’apposita callosità spessa e dura © Mazza

Generalmente il facocero entra nella galleria “di sedere”, rinculando ed inoltrandosi al contrario, e questo rappresenta una strategia ben precisa: innanzitutto, l’animale non può sapere se, all’interno della galleria, vi sia un pericolo, ad esempio un pitone di Seba, altro abituale inquilino delle tane di oritteropo, per cui fuggire a marcia indietro risulterebbe senza dubbio più impegnativo, inoltre, soprattutto se si sta inoltrando in una galleria inesplorata, il rischio di rimanere incastrato a testa in avanti offre meno possibilità di liberarsi che non viceversa.

Anche quando minacciato dall’approssimarsi di un leopardo, dei leoni o delle iene, il facocero ama infilarsi di sedere nel primo buco, rivolgendo verso il nemico le formidabili difese, senza offrirgli un’ampia libertà di manovra o l’occasione di accerchiarlo.

In questo caso, anche il più armato dei predatori avrà il suo bel daffare e, anche se, alla fine, magari riuscirà ad estrarre la preda come una lumaca dal guscio, lo farà al prezzo di farsi male.

I nemici naturali di questo suide sono molti, per quanto concerne i piccoli, che spesso sono preda, complice anche la frequentazione di zone prive di copertura, anche di aquile di varie specie.

Pitoni, felidi di varie dimensioni, rateli, sciacalli eccetera possono compiere prelievi sui giovani, mentre l’adulto è già una preda più pericolosa ed i suoi nemici si riducono di numero.

Il predatore più interessato al facocero è il leopardo, ma anche leoni, iene macchiate, coccodrillo del Nilo possono averne ragione.

Il ghepardo solitamente non si azzarda ad attaccare un facocero maturo e così pure carnivori meno potenti dei precedenti.

Grossi pitoni di Seba possono catturare e divorare una femmina ed eventualmente anche i licaoni possono cacciare i facoceri, anche se questi animali non rientrano tra le loro prede favorite.

Anche se meno aggressivo del potamocero ( in un’occasione, mentre ero con un amico, fui caricato senza apparente provocazione da una grossa femmina di bushpig e dovetti abbatterla ad un paio di metri) fermarsi davanti ad una tana di oritteropo richiede sempre una certa cautela.

Un facocero che vi si sia rifugiato e che si senta minacciato, spesso tenta una improvvisa sortita: il risultato può essere una o entrambe le gambe fratturate, ma, nella peggiore delle ipotesi, una ferita causata dalla difese dell’animale, può causare la morte, recidendo un’arteria ( fatto già accaduto).

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I cuccioli giocano spingi-spingi. Da adulti la forte spinta serve ad arare il suolo e scavare le tane © Mazza

Un altro nemico che causa spesso perdite, specie tra i piccoli, è il maltempo. Nella stagione delle piogge, improvvisi diluvi o piene di qualche umfula o korongo, possono allagare ampie aree. Quando una tana sotterranea viene allagata, non sempre gli occupanti riescono ad uscire e mettersi in salvo.

L’essere un animale diurno rappresenta un altro adattamento evolutivo alla nicchia ecologica occupata. L’aperta savana ( il termine Afrikaans "Vlakvark" significa porco di pianura), avara di copertura e nascondigli, rappresenta un habitat pericoloso, spesso battuto da grandi predatori, e le ore diurne se, da un lato, consentono maggior visibilità, dall’altra rappresentano un momento di minor attività di alcuni predoni, anche se, ovviamente, sia leoni che leopardo possono cacciare anche di giorno.

Se Pumba volesse dedicarsi al pascolo notturno avrebbe ben poche chances di sopravvivere, complice anche una vista non tra le più acute.

Il Phacochoerus aethiopicus mostra una netta stagionalità riproduttiva, anche se i periodi variano grandemente in rapporto alla zona geografica.

La sua distribuzione è molto vasta, comprendendo tutta l’Africa a Sud del Sahara, esclusa solo la foresta centro-africana e sulle coste del Golfo di Guinea e le zone più aride dell’Africa meridionale, per cui la stagione delle nascite cambia in funzione di quella delle piogge.

Generalmente, infatti, il periodo del “calore” coincide con la fine delle piogge o con l’inizio della stagione secca, mentre la nascite si verificano all’inizio della stagione delle piogge successiva, essendo la gestazione di circa 160 giorni, e la femmina partorisce in media 2 o 3 piccoli, anche se in alcuni casi la figliata può arrivare ad 8.

Per concludere, quindi, in maniera un po’ più scherzosa e rendere meno arida la descrizione, direi che Phacochoerus aethiopicus rappresenta un modello “custom” di porco selvatico modificato ed adattato, con vari accessori, ad un ambiente che non è quello tipico che viene in mente parlando di “cinghiali”, un pioniere che, forse per evitare la competizione, si è avventurato ed adattato ad un paesaggio alieno ai vari cugini di bosco e di foresta.

Nomi comuni : Inglese:Warthog; Spagnolo: Facocéro; Francese:Phacochère; Tedesco: Warzenschwein; Afrikaans: Vlakvark; Zulu: Indlovudwana-Ingulbe yemlimi; Ndebele: Ingulube; Shangaan: Ngulube; Venda: Phangwa; Tswana: Kolobe; Siswati: Budzayikatana; Sotho: Kolobe; Lozi: Kolobe; Yei: Ungili; Swahili – Ngiri , Bango; Somalo: Dufar, Carcari; Arabo: Halluf; Haussa: Darunga, Diado; Guinea: Ghiro-o; Camerun: Gaduru; Banda: Vumba; oshiVambo: oShingulu; otjiHerero: oMbinda; seSotho : Kolobe, Kolobe moru, Mokgesi

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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