Primates

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Testo del DrSc Giuliano Russini - Biologo Zoologo

 

 

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Il gorilla fu scoperto solo nel 1835 © Giuseppe Mazza

L’ordine dei Primati, mammiferi euteri, placentati ( dal latino"Primates" o "Primus": il migliore ), costituisce uno degli ordini animali più complessi, dibattuti e controversi, sul quale i biologi hanno dibattuto e ancora discutono animosamente da più di 150 anni.

Tale complessità di studio, nasce da una forma di reverenza che gli studiosi mostravano, soprattutto in passato, nei confronti di questi animali, e che permane tuttora, almeno in parte, per motivi differenti.

Questo soprattutto perché, fino alla seconda metà del secolo XX, venivano considerati nostri diretti progenitori, mentre oggi, come vedremo, la comunità scientifica zoologica li vede piuttosto come dei nostri cugini: specie con cui condividiamo un antropoide progenitore comune. Un antenato da cui discendiamo entrambi, e la cui esistenza, sebbene non siano ancora stati scoperti scheletri fossili specifici, risulta quasi certa, stando alle complesse analisi filogenetiche.

Lo studio di questi animali è relativamente recente rispetto ad altri ordini.

Si pensi che i primi esemplari di Gorilla ( Gorilla gorilla ) furono scoperti, nelle foreste tropicali che tappezzano gli altipiani congolesi e sui monti vicino il fiume Niger, solo nel 1835, durante le continue spedizioni ed esplorazioni dei biologi zoologi in quel continente, l’Africa, che fino alla prima metà del XIX secolo, sulle carte geografiche veniva ancora indicato col nome di "Hic sunt leones" ( dal latino: qui ci sono i leoni ), dato che il Leone ( Panthera leo ) ne rappresentava la caratteristica faunistica principale, poiché era la prima volta che veniva scoperto un felino tanto grande, feroce, e pericoloso.

Ovviamente sia la flora che la fauna africana, ma anche asiatica e delle Americhe, negli anni a venire, avrebbero svelato, e svelano ancora oggi, migliaia di specie scientificamente originali e curiose agli occhi dei biologi, arricchendo il caleidoscopico mondo della botanica e della zoologia.

In realtà, la sensibilità e l’attenzione rivolta allo studio di questi animali da parte dei biologi zoologi, inizialmente venne calamitata dall’esposizione da parte del biologo inglese Charles Darwin della teoria sull’Origine della Specie, pubblicata in “On the Origin of Species, by means Natural Selection, or the preservation of favoured Races in the struggle of Life” nel 1859, teoria che fu proposta, quasi contemporaneamente, anche da un altro biologo inglese Alfred Russel Wallace.

I due scienziati erano arrivati alle medesime conclusioni, indipendentemente l’uno dall’altro, lavorando in zone geografiche del globo terracqueo diverse: C. Darwin alle Galapagos, nell’Oceano Pacifico, mentre A. R. Wallace in Indonesia e nell’Oceano Indiano.

A questa prima opera fecero seguito altri due libri di C. Darwin “The variation of animals and plants under domestication” nel 1868 e “The Descent of Man and selection in relation to Sex” pubblicato nel 1871.

In tutti e tre questi libri Darwin dichiarò ( cosa sulla quale meditò ed esitò molto, poiché sapeva che facendolo, avrebbe causato l’ira del mondo ecclesiastico, così potente a quell’epoca ) che “l’essere umano, e tutte le razze nelle quali si suddivide, erano da ritenersi discendenti diretti delle scimmie”, ovvero dei primati, come per esempio lo Scimpanzé ( Pan troglodytes ).

Come previsto, la pubblicazione di questa teoria scatenò l’ira del mondo sia cattolico-cristiano che anglicano, al punto che Charles Darwin fu accusato d’eresia e fu sottoposto a un processo, dove avrebbe dovuto dimostrare la veridicità delle sue arroganti tesi che andavano contro la teoria creazionistica, scritta nella Bibbia e appoggiata dalla Chiesa, secondo cui in sintesi: " l’ essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio ".

Per proprietà transitiva, stando al pensiero Darwiniano, si deduceva infatti che, o Dio era una scimmia, o che la sua « opera magna », l’essere umano attorno a cui ruotavano tutti gli altri esseri viventi, era simile a un animale rozzo, grezzo e privo d’intelletto, come un primate.

Ovviamente non era minimamente nelle intenzioni del biologo inglese dichiarare questo.

Anzitutto perché lo stesso C. Darwin era credente, e non aveva nulla contro la Chiesa, e poi perché lo scopo di uno scienziato come lui, era solo d’osservare le meraviglie e i meccanismi della natura, e cercare umilmente di spiegarli con una teoria.

Questo in una dimensione al disopra di qualsiasi preconcetto e chiuso giudizio umano, partendo dal fatto che noi non siamo al centro dell’universo, ma che ne siamo una piccolissima parte, uno dei tanti ospiti presenti su questo pianeta.

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Il genoma dell’uomo e dello scimpanzè coincidono al 99% © Giuseppe Mazza

Verso la fine della sua vita, Darwin confidò a un amico: " Non pensavo che un umile biologo come me, che ha passato tutta la sua vita tra fossili, animali e piante, potesse creare tanto rumore, con una serie di idee, con una piccola teoria, che è semplicemente quello che credo sia una parte della logica della natura ".

Il più accanito difensore di Darwin, fu il biologo inglese T.H. Huxley ( soprannominato il mastino di Darwin ) cui spettò la difesa del padre dell’evoluzione e della sua teoria al processo impartito contro di lui dalla Chiesa, visto che Darwin era assente, a causa della morte del figlio per scarlattina.

T.H. Huxley dimostrò, in maniera molto elegante, l’ottusità dei prelati nei confronti della scienza e del progresso, e le loro paure ataviche nei confronti della razionalità e dell’autonomia di pensiero delle persone.

Tornando a oggi, e chiedendo scusa ai colleghi biologi per questo stringato riassunto sulle vicende di Charles Darwin, premessa comunque necessaria per spiegare quale fu la molla che fece scattare l’estremo interesse per lo studio di questo gruppo animale, possiamo dire che alla schiera dei biologi zoologi, si sono poi uniti altri tipi di biologi, come gli antropologi fisici, i paleoantropologi, i biologi dell’evoluzione e ovviamente i primatologi.

Poco dopo l’enunciazione della teoria di C. Darwin, si crearono due fondamentali scuole di pensiero.

Nella prima si considerava ovvia la discendenza diretta dell’essere umano dalle scimmie, al punto che lo Scimpanzè ( Pan troglodytes ), il Gorilla ( Gorilla gorilla ) o l’Orangutan ( Pongo pygmaeus ) erano, secondo loro, uomini primitivi a diversi stadi evolutivi, rimasti isolati all’interno delle foreste tropicali africane e asiatiche, e in cui si potevano leggere le prime proto-tracce dell’intelligenza umana, confermata dalle loro abilità manuali, come per esempio quando scimpanzè utilizza un piccolo bastoncino, un utensile, per catturare formiche o termiti all’interno della loro tana.

La seconda scuola pensava invece che questi erano animali il cui sviluppo evolutivo, per ragioni ecologiche e d’isolamento geografico, era stato interrotto allo stadio immediatamente precedente a quello umano.

In seguito, la scoperta di vari primati, di scheletri fossili di diversi tipi di Ominidi ( famiglia: Hominidae ) afferenti a ere biologiche diverse, con le contemporanee analisi paleogenetiche, paleontologiche di quest’ultimi e delle diverse specie di scimmie, ha portato i primatologi, principalmente il biologo Prof Jonathan Kingdon di Oxford, la biologa Prof Elisabetta Visalberghi di Roma, la biologa Patrizia Messeri di Firenze e ovviamente la biologa Jane Goodall, le massime autorità in materia, a ritenere che l’essere umano-ominidi e le scimmie antropoidi-antropomorfe abbiano un antenato comune, da cui si sono sviluppati due rami di discendenza.

Uno ha terminato il suo sviluppo evolutivo ( almeno per ora ) nelle antropomorfe attuali; mentre l’altro ha portato, circa 40.000 anni fa, dopo un percorso durato circa 1-2 milioni di anni, alla nascita dell’ Homo sapiens, da cui noi deriviamo, visto che l’ Homo sapiens sapiens è una sua razza o sottospecie.

Così oggi la maggior parte dei biologi ritiene che l’essere umano e le scimmie siano cugini, piuttosto che uno il discendente diretto dell’altro, e che il famoso anello mancante Darwiniano, quello che collegherebbe l’uomo alla scimmia, sia in realtà rappresentato dal primo uomo.  

Primates e Hominidae, uno sguardo alla loro Storia Naturale ed Evolutiva

A partire da circa 65-70 milioni di anni fa, tra l’era Secondaria o Mesozoica ( periodo Cretaceo ) e la Terziaria o Cenozoica ( periodo Eocenico ), si svilupparono voluminosi cervelli ed abili arti anteriori in un gruppo di mammiferi da cui derivarono sia le scimmie che l’uomo.

I primati erano animali privi di particolari specializzazioni, ma ai quali l’evoluzione aveva fornito cervelli assai grandi, mani e piedi pentadattili e prensili e un’acuta sensibilità visiva e tattile. Gli occhi si allocarono anteriormente, per permettere una visione stereoscopica, e assunsero la capacità di vedere i colori.

I polpastrelli delle dita, molto sensibili, vennero rinforzati da unghie piatte o tegolari. Il pollice e l’alluce si spostarono dalle altre dita, divenendo più o meno opponibili e sviluppati, conferendo così alla mano e al piede una buona capacità prensile, assente negli altri gruppi animali fino a quel momento presenti sulla terra, e questo risultò un punto chiave nella loro storia naturale.

Poche di queste caratteristiche primitive si sono purtroppo conservate nei fossili, e gli scienziati devono spesso dedurre la forma e l’aspetto dei nostri antichi rappresentanti, solo in base a frammenti mandibolari o pochi denti rimasti intatti: un vero e proprio lavoro d’indagine poliziesca.

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Il gibbome non ha rivali nel volteggiarsi fra gli alberi © Giuseppe Mazza

Quelli dei primati più antichi, mostrano che questi animali si nutrivano di frutti. In seguito la dentizione non ha assunto caratteristiche particolari, mantenendo un struttura non specializzata, tipica di una alimentazione onnivora, come avviene ancora oggi per la maggior parte delle scimmie.

I primi denti fossili di primati risalgono al tardo periodo Cretaceo, circa 70 milioni di anni fa.

Durante l’ Eocene ( 54-38 milioni di anni fa ) vi fu una grande espansione radiativa di tutti i mammiferi, ed ebbero origine le prime famiglie di Primates propriamente dette.

Fra queste, le più importanti furono la famiglia degli Adapidi ( Adapidae ), dei Tarsidi ( Tarsiidae ) e degli Omomidi ( Omomyidae ).

Gli adapidi, dal muso allungato, furono forse i predecessori degli attuali Lemuridi ( Lemuridae ) e Lorisidi ( Lorisidae o Loridae ).

Secondo alcuni biologi lo Smilodectes sarebbe stato il primo lemuride, vissuto all’inizio dell’Eocene. Aveva gli occhi posti ancora lateralmente, e mani idonee ad afferrare gli oggetti e ad arrampicarsi sugli alberi.

I tarsidi, dal muso largo e denti primitivi, furono i predecessori dei tarsidi attuali, e il Necrolemur, ne era un membro. Possedeva una visione stereoscopica che gli permetteva di valutare le distanze e di saltare senza rischi di ramo in ramo.

Gli omomidi probabilmente diedero origine alle forme più elevate di primati, gli Anthropoidea, che comprendono le scimmie antropomorfe e l’uomo.

La distribuzione degli scheletri fossili, indica l’esistenza, in passato, di un ponte ( istmo ) tra l’Eurasia e l’America del Nord, che cessò d’esistere alla fine del periodo Eocenico: 38 milioni di anni fa.

Poi la separazione delle piattaforme per la deriva dei continenti, tuttora in corso, ha determinato sviluppi evolutivi diversi, e la nascita di due grossi gruppi di scimmie: quelle antropoidi del Vecchio Mondo e i primati del Nuovo Mondo.

Gli antropoidi del Vecchio Mondo prevalsero subito, per competizione ecologica, sugli Adapidi ( Adapidae ) e sui Tarsidi ( Tarsiidae ), che riuscirono a sopravvivere fino ad oggi solo adottando costumi e abitudini di vita notturni.

Ma nel Nuovo Mondo tutti i primati nordamericani si estinsero quasi contemporaneamente, lasciando sopravvivere solo gli Omomidi ( Omomyidae ) provenienti dal nord, la cui evoluzione condusse alle Platirrine ( Platyrrhini ) le attuali scimmie del Nuovo Mondo.

I più antichi antropoidi del Vecchio Mondo, le Catarrine ( Catarrhini dal greco antico: naso stretto ), comprendevano animali già vicini alle antropomorfe, che camminavano a quattro zampe.

Le prime antropomorfe fossili, rappresentate dall’ Aegyptopithecus, risalgono alla fine dell’Oligocene, 30 milioni di anni fa.

A metà del Miocene, cioè circa 20-15 milioni di anni fa, vivevano in Africa orientale forme di primati come il Proconsul, probabile antenato del gorilla e dello scimpanzè, appartenente alla famiglia dei Pongidi ( Pongidae ), antropoide primitivo, che, secondo alcuni autori, ha dato origine a tutte le attuali scimmie antropomorfe.

Un altro membro dei Pongidae, presente nello stesso periodo in Africa orientale, era il Pliopithecus, un agile saltatore più snello del Proconsul. Aveva denti simili a quelli del gibbone ( un membro della famiglia degli Hylobatidae ), ma la lunghezza degli arti e della coda, fanno pensare a un corridore e a un saltatore, piuttosto che a un arboricolo per eccellenza come il gibbone.

Il Victoriapithecus dovrebbe aver dato origine ad un gruppo di Lorisidi ( famiglia: Lorisidae ) antenati degli attuali galagoni (superfamiglia: Lorisoidea, famiglia: Galagidae ) ai potti ( genere: Perodicticus ) ed alla famiglia dei Cercopitechidae che fra i rappresentanti primitivi aveva il Mesopithecus, , antenato del Langur. Lungo circa 50 cm, questo quadrumane, visse nel periodo Pliocenico, circa 1-2 milioni di anni fa, e presenta una forte somiglianza con gli attuali Langur ( genere: Semnopithecus ), endemici dell’Asia meridionale.

Visto nell’immensa prospettiva dei tempi biologici, l’uomo è sulla Terra da un tempo assai breve.

Resti frammentari di un organismo batezzato dai peleoantropologi Ramapithecus, e che risalgono a circa 14 milioni di anni fa, rappresenterebbero un legame fra le antropomorfe fossili e il cosiddetto uomo-scimmia: l’ Australopithecus .

Il Ramapithecus inaugurerebbe dunque la famiglia degli Hominidae . Noto solo per frammenti mandibolari e dentari, visse in Africa, ed era forse più simile ad un uomo primitivo che ad una scimmia.

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Lo smisurato sacco cutaneo dell’orangutan amplifica i versi © Giuseppe Mazza

L’uomo-scimmia africano, l’ Australopithecus, membro anche lui della famiglia degli Hominidae, di cui sono stati recuperati scheletri fossili più o meno completi durante gli anni ’70, è vissuto nell’Africa meridionale circa 3,5 milioni di anni fa.

Era alto circa 1,20 m, camminava a postura eretta, e col tempo imparò ad utilizzare strumenti di pietra grezza.

Il primo vero uomo, con pochissime influenze scimmiesche, fu l’ Homo erectus, membro anche lui della famiglia degli Hominidae. Detto anche uomo primitivo, viveva per lo più in caverne, grotte o anfratti rocciosi, e come risulta dai resti fossili, era presente in Asia e Europa, in un intervallo di tempo che va da un milione a trecentomila anni fa.

Aveva una perfetta postura eretta e probabilmente viveva di caccia e pesca, il che significa che aveva imparato a costruirsi degli utensili, e che aveva quindi un buon sviluppo psichico.

Da lui probabilmente nacque l’ Homo sapiens arcaicus, detto anche Homo di Neanderthal , che comparve in Europa durante il secondo stadio della glaciazione del Würm ( Pleistocene superiore, Paleolitico superiore ), circa 60.000 anni fa, da cui sono discesi l’ Homo di Cro-Magnon ( questo ominide, segnò il passaggio dai Paleantropi ai Fanerantropi ) e più tardi, circa 40.000 anni fa, l’ Homo sapiens .

L’ Homo di Cro-Magnon e l’ Homo sapiens hanno convissuto per un certo periodo. Avendo ecologie alimentari diverse, i loro areali si potevano infatti sovrapporre, senza motivi di contendere.

Secondo certi autori, alcuni esemplari di Cro-Magnon potrebbero essersi accoppiati con l’ Homo sapiens generando l’ Homo sapiens sapiens; ma per altri questa è una ipotesi troppo ardita: ad un certo punto, semplicemente, il Cro-Magnon si estinse per motivi climatici, e circa 30.000 anni fa l’ Homo sapiens evolvette per meccanismi naturali nell’ Homo sapiens sapiens, differenziandosi nelle varie razze che lo caratterizzano.

Ordine dei Primates, classificazione

La breve storia evolutiva che ho tracciato per i primati e l’essere umano, ovviamente lacunosa per molti primatologi, è comunque sufficiente al nostro scopo, che è quello di parlare delle proscimmie, scimmie antropoidi e antropomorfe, che formano con gli ominidi l’ordine dei Primates, e vederne l’attuale classificazione e le caratteristiche ( morfologia, ecologia, etologia, biologia riproduttiva ) dei suoi membri.

In questa introduzione generale, considereremo alcuni rappresentanti più noti di quest’ordine, data la vastità e la complessità che lo caratterizzano. In ogni singola scheda, verranno poi trattati tutti i singoli primati noti oggi alla biologia.

Vorrei fare presente che la descrizione che farò delle varie specie in questa parte generale, si baserà sulla mia formazione di biologo zoologo-ecologo, piuttosto che di antropologo fisico o primatologo. Il che significa considerare gli ecosistemi-biotopi nei quali i primati si trovano, poiché è una caratteristica che li unifica, in quanto, per la maggior parte, sia che facciano vita prevalentemente arboricola o mista ( arboricola-terragnola ), sono comunque presenti in maggior numero all’interno delle foreste tropicali-pluviali sempre verdi africane, asiatiche o del centro-sud America.

Come descritto brevemente in precedenza, tra le caratteristiche anatomo-comparate peculiari dei primati, troviamo la disposizione frontale degli occhi ( che sono anche in grado di percepire i colori nello spettro del visibile ) che ha permesso l’acquisizione di una vista stereoscopica, per valurare le distanze, garantendo, con la nascita di pollici opponibili, buone prese sui rami, e quello sviluppo della vita arboricola tipico di molti primati e antropoidi.

Vita arboricola, significa brachiazione, spostarsi cioè sugli alberi senza mai prendere contatto col suolo, sfruttando, come fanno i gibboni, la solida presa degli arti anteriori prensili, con la stessa facilità con cui noi camminiamo.

In quest’esercizio sono molto bravi anche l’orangutan, lo scimpanzè e il cebo, che possono però anche sostare a terra. Lo stesso accade per il Gorilla.

Ma è essenziale chiarire subito che le scimmie antropomorfe, cioè quelle più evolute, come l’Orangutan ( Pongo pygmaeus ), lo Scimpanzè ( Pan troglodytes ) e il Gorilla ( Gorilla gorilla ), non sono in grado di camminare in posizione eretta in maniera continua, ma solo per brevi tratti. Sono generalmente quadrumani, si spostano cioè sui quattro arti, anche se possono sostare in posizione eretta.

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Il gorilla può stare in posizione eretta, ma preferisce spostarsi sui 4 arti © G. Mazza

Lo Scimpanzè ( Pan troglodytes ), l’antropoide Cebo ( dal greco antico "Kébos": scimmia dalla coda lunga, infraordine: Platyrrhini, famiglia: Cebidae, sottofamiglia: Cebinae, genere: Cebus ) e l’antropomorfo Bonobo, detto anche Scimpanzè nano o pigmeo ( Pan paniscus, ) vengono considerati dai primatologi tra le scimmie più intelligenti e con la migliore deambulazione a terra.

Per quanto riguarda l’intelligenza, è poi difficile a mio avviso stabilire una graduatoria, dato che non è ancora chiaro che cosa s’intende per intelligenza dal punto di vista biologico.

Altre caratteristiche dei primati sono la pentadattilia e l’assenza d’artigli, sostituti da unghie, con foggia piatta o tegolare nelle antropomorfe, e lunga e ricurva soprattutto nei primati meno evoluti, come le proscimmie.

A eccezione dell’uomo che è cosmopolita, la maggior parte dei primati si trova nelle regioni tropicali e subtropicali.

L’attuale classificazione dell’ordine dei Primates li considera suddivisi in due sottordini:

Sottordine dei Prosimii (proscimmie):

Questo sottordine, che raggruppa i primati più primitivi, col muso allungato e gli occhi non sempre in posizione frontale, viene suddiviso in 6 famiglie:

Tupaiidae (Tupaie: 20 specie). Classificati talora in passato tra gli insettivori, le tupaie assomigliano a scoiattoli dal muso lungo. Lo scroto, diversamente da quello degli altri primati, si trova di fronte al pene. Hanno dita lunghe ed agili, con unghie acute e appena ricurve. Vivono tutte nelle foreste tropicali dell’Asia. Fra queste possiamo citare la Tupaia delle Filippine ( Urogale everetti, ) che vive solo nell’Isola di Mindanao, la seconda in ordine di grandezza delle Filippine.

Lemuridae ( Lemuri: 15 specie ). Sono i primati tipici del Madagascar. I loro incisivi inferiori, a differenza di quelli delle tupaie, formano una sorta di pettine, usato per la pulizia del pelo. Tutte le dita sono munite di unghie, ma su ciascun secondo dito del piede si trova un artiglio, anch’esso usato per la pulizia. Il pollice e l’alluce sono opponibili alle altre dita.

Ricorderemo qui il Lemuro del collare ( Varecia variegata ), che vive nel Madagascar nordorientale. Mostra un vistoso collare di peli lunghi attorno al collo e ai lati del capo, e conta tre razze con differenti colori.

Il Microcebo ( Microcebus murinus ) è lungo 12 cm e ha una coda di 16 cm. Vive nelle foreste del Madagascar occidentale, e nel complesso è simile a un ghiro. Questi lemuri sono i più piccoli primati. Agili e notturni, si cibano d’insetti. E’ probabile che siano affini ai galagoni africani.

Indriidae ( Indri e Sifaka: 4 specie ). I componenti di questa famiglia, sono simili ai lemuridi, poiché si arrampicano muovendo una mano sull’altra, si attaccano ai rami verticali in posizione eretta, e si muovo a balzi sul terreno, dato che le loro zampe sono più lunghe delle braccia. Sono animali a regime frugivoro-vegetariano, nutrendosi di frutti e foglie.

E’ il caso per esempio dell’ Indri ( Indri indri ), che vive solo nelle foreste del Madagascar orientale. Attivo di giorno ha un richiamo lugubre e lamentoso.

Daubentoniidae ( una sola specie ). Si tratta dell’Aye-aye ( Daubentonia madagascariensis ), di casa nel Madagascar settentrionale. Come i roditori, ha un solo incisivo su ogni lato di ciascuna mascella, per perforare la corteccia degli alberi una volta scoperte le larve degli insetti di cui si nutre. Si tratta per lo più di coleotteri, che individua battendo il tronco con le lunghe dita, alla media di otto volte al secondo. Grazie a udito molto fine, ed alla variazione della densità sonora, le individua facilmente, e le estrae poi col suo flessibile dito medio.

Lorisidae ( Lori, potti e galagoni: 11 specie ). I lori e i potti hanno movimenti tanto lenti da passare spesso inosservati e cogliere di sorpresa gli uccelli. Le loro mani e i piedi, sono specializzati nell’afferrare. Il primo dito è opponibile e molto robusto. I galagoni hanno coda lunga, occhi grandi e orecchie vistose e mobili. Si afferrano ai rami in verticale e quando sono a terra saltellano sugli arti posteriori. Sono tutti notturni, e come i lemuridi hanno un pettine dentario.

Un rappresentante tipico è il Lori ( Loris tardigradus ), un animale esile e privo di coda, che vive nell’India meridionale e a Ceylon.

Tarsiidae ( Tarsi: 3 specie ). Hanno faccia appiattita, occhi molto grandi, cranio tondeggiante, e sono privi di pettine dentario. I bulbi oculari sono così grandi che non possono ruotare e muoversi all’interno dell’orbita, e assumono quindi, come nel Tarsius spectrum, una posizione fissa. In compenso la testa è in grado di ruotare anche di 180 gradi, e con le grandi orecchie e il fine udito, riescono ugualmente a scorgere l’arrivo di un predatore o la presenza di una preda.

Le zampe sono lunghe, specialmente nei tarsi, e la parte inferiore della coda, nuda e squamosa, serve come appoggio.

I tarsi sono attivi solo di notte, quando saltano da un tronco all’altro. Vivono nell’Asia sudorientale. Un esempio tipico è il già citato Tarsio ( Tarsius spectrum ) che vive nella giungla cespugliosa di Celebes e delle isole vicine.  

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Il Cacajao rubicundus è una tipica scimmia platirrina © Giuseppe Mazza

Sottordine Anthropoidea

Questo comprende i primati più evoluti, con muso breve e completa visione stereoscopica.

Si suddivide in due infraordini, che forse si sono evoluti indipendentemente dalle precedenti proscimmie: le Platirrine ( Platyrrhini ), con due famiglie, e le Catarrine ( Catarrhini ), con tre famiglie.

Le platirrine, con narici distanti e rivolte verso i lati, vivono solo in Sudamerica, mentre le catarrine, con narici ravvicinate e rivolte verso il basso, si trovano in Africa ed Asia.  

Le Platirrine comprendono due famiglie:

Callitrichidae ( Uistiti e leonine: 21 specie ). Queste piccole scimmie hanno unghie ad artiglio su tutte le dita, eccettuato l’alluce. Non usano la coda per aggrapparsi, ed hanno tutte abitudini diurne.

Annoverano l’Uistiti comune ( Callithrix jacchus ), che vive nelle foreste tropicali e subtropicali brasiliane e boliviane, e il Callimico di Goeldi ( Callimico goeldii ) di casa nell’alta Amazzonia. Nero, con una cappa di lunghi peli, raggiunge i 21 cm di lunghezza, e ha una coda di 31 cm.

Cebidae ( Cebi: 26 specie ). Queste scimmie, che hanno unghie su tutte le dita, sono più grandi dei callitricidi e i loro movimenti sono meno saltellanti. Alcune specie hanno coda prensile.

Contano fra le loro fila il Duruculì o Scimmia notturna ( Aotus trivirgatus ). Lungo 45 cm, con 40 cm di coda, è l’unico primate antropoide di abitudini notturne. Vive nelle foreste, dal Nicaragua all’Argentina, e dalla Guiana al Perù fino all’Ecuador. Ha occhi grandi, simili a quelli del gufo, cerchiati di bianco.

Un altro rappresentante curioso è la Scimmia ragno ( Ateles paniscus ), che troviamo nelle foreste tropicali dal Messico meridionale al Brasile. Ha arti lunghi, ed usa la coda a mo’ di mano negli spostamenti.  

Alle Catarrine appartengono tre famiglie:

Cercopithecidae ( Scimmie del Vecchio Mondo: 60 specie ). Camminano a quattro zampe, hanno una certa mimica espressiva. La famiglia comprende due gruppi distinti: i colobini con stomaco composto, atto a digerire le foglie, ed i cercopitecini, onnivori, che hanno stomaco semplice e ampie tasche guanciali, nelle quali possono riporre il cibo.

Vi appartengono per esempio il Guereza ( Colobus polykomos ), dal nero mantello con zone bianche. Lungo 60 cm, più 90 cm di coda, si trova negli strati centrali della foresta africana.

Il Langur o Entello ( Presbytis entellus ), diffuso nelle foreste dell’India e del Pakistan, che ha pelo folto e sericeo e, a differenza delle specie congeneri, trascorre gran parte della sua giornata sul terreno.

Il Cercopiteco grigioverde ( Cercopithecus aethiops ), lungo 80 cm più 60 cm di coda, che abita nelle regioni africane a savana boscosa.

Il Cercopiteco dal diadema ( Cercopithecus mitis ) predilige gli alberi vicini ai corsi d’acqua. Il maschio è più grande della femmina e può raggiungere i 70 cm con un metro di coda.

Il Drillo ( Mandrillus leucophaeus ), lungo 70 cm, con una coda di 12,5 cm, di casa nelle foreste africane equatoriali. Ha un muso nero, rialzato ai lati del naso, e natiche rosse e blu.

Il Gelada ( Theropithecus gelada ), lungo 72,5 cm con circa 50 cm di coda, vive sull’altipiano etiopico. Ha una chiazza rossa di pelle nuda sul petto, una coda terminante a ciuffo, e potenti mascelle con canini molto sviluppati, lunghi anche 6-7 cm. Come segno di dimorfismo sessuale il maschio ha una criniera, che assume tonalità grigio-argento negli animali più anziani.

Infine, un altro classico esempio di questa famiglia è il Reso ( Macaca mulatta ), che vive nell’India settentrionale, nella Cina meridionale e in Indocina. Il fattore Rh ( la cui presenza è indicata con Rh+ e l’assenza con Rh- ) il famoso determinante antigenico, che insieme agli A, B, O, viene usato in medicina per la determinazione dei gruppi sanguigni umani, fu isolato negli anni ’50 in queste scimmie, dal biologo americano R. Lewis.

Pongidae ( Scimmie antropomorfe: 9 specie ). Prive di coda, hanno braccia lunghe e robuste, la capsula cranica è di grandi dimensioni, con all’interno un cervello molto sviluppato. E’ osservabile la giroencefalia corticale, come nel cervello umano. Queste scimmie sono gli animali più simili all’uomo.

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Il Macaca fascicularis è una scimmia catarrina © Giuseppe Mazza

Esempi sono il Gibbone ( Hylobates lar ), che vive nelle foreste della Birmania, della Thailandia, della Malacca, del Borneo, di Sumatra e di Giava. Snello e agile, sta quasi sempre sugli alberi, dove si appende con le lunghe braccia e dondola di ramo in ramo ( brachiazione ). Quando è a terra, cammina per brevi tratti in posizione eretta. Queste scimmie vivono a coppie ed emettono profondi e forti richiami territoriali che possono raggiungere i 3 km di distanza.

Poi abbiamo l’Orangutan ( Pongo pygmaeus ), che in piedi raggiunge gli 1,65 m di altezza. Vive nelle foreste del Borneo e del Nord di Sumatra. Ha peli radi, scomposti, rossicci. Le mani e i piedi sono simili fra loro. Il maschio presenta uno smisurato sacco cutaneo, simile a un gozzo, con il quale amplifica i versi e due protuberanze adipose sulle guance.

Lo Scimpanzè ( Pan troglodytes ) è alto circa 1,05 m, vive nelle foreste dell’Africa tropicale, è più diffuso del gorilla. Ha orecchie con un grande padiglione, il pelo è nero e lungo. Vive sia sugli alberi, che sul terreno, in comunità piuttosto libere, senza un capo stabilito, il suo acerrimo nemico è il Leopardo ( Panthera pardus ).

Infine il Gorilla ( Gorilla gorilla ), in piedi raggiunge anche i 2,00 m di altezza; vive nelle foreste equatoriali dell’Africa tropicale.

I biologi pensano in maniera convinta, che il gorilla insieme allo scimpanzè, sia tra le scimmie più affini all’uomo.

Tra i primati, è quello che raggiunge le massime dimensioni.

Gli arti, hanno proporzioni morfometriche più umane di quelle dell’orango, anche se sono sempre più lunghi delle gambe. I piedi, sono simili alle mani, con l’alluce più grande delle altre dita.

Generalmente, i gorilla camminano a quattro zampe, e sono quasi interamente terragnoli.

Sono più tranquilli e riservati degli scimpanzè, ed hanno pelo corto, fitto e nero.Vivono in gruppi di anche 30 individui, aventi a capo un maschio adulto dominante, che ha generalmente la schiena grigia, da cui il nome di Silver back.  

Hominidae ( una sola specie ). Uomo ( Homo sapiens sapiens ).

Cosmopolita, grazie alle sue capacità di rendere ( in alcuni casi anche troppo forzatamente ) l’ambiente, adatto alle proprie esigenze.

Questa famiglia si è evoluta circa 26 milioni di anni fa da un progenitore antropoide comune con le scimmie antropomorfe; però l’uomo attuale è comparso solo circa 40.000 anni fa.

Si distinguono dagli altri primati per un cervello molto sviluppato, in grado di gestire un complesso linguaggio verbale, per la postura eretta, con cui può camminare e correre, il che implica una particolare struttura scheletrica e della colonna vertebrale, oltre che adeguati muscoli striati scheletrici, e per i peli radi sul corpo.

Foreste tropicali dell’Asia

Dopo la breve classificazione sopra esposta, vediamo ora i vari tipi di primati, impostando il discorso in termini zooecologici, cioè muovendoci per ecosistemi-biotopi in cui vivono.

All’interno delle foreste pluviali-tropicali asiatiche, troviamo uno spettro piuttosto ampio di primati, da quelli meno evoluti agli antropomorfi. Fra le specie meno evolute abbiamo i tarsi, i lori e le tupaie.

Queste scimmie sono rimaste praticamente immutate per 70 milioni d’anni, cioè dal Secondario o Mesozoico, periodo Cretaceo. Misurano solamente 15-20 cm, più la coda. Come i loro antenati, abitano nelle foreste, hanno muso allungato, orecchie piccole, e code generalmente più lunghe del corpo. Esistono varie specie, d’aspetto assai simile, quasi tutte con pelame bruno o olivaceo.

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Un Macaco coda di porco ( Macaca nemestrina ) © Robert Pelazza

Sono invece molto diverse le caratteristiche etologiche e di carattere tra specie e specie.

Alcune sono solitarie ed aggressive come le Tupaie comuni ( Tupaia glis ): quando vivono in cattività o ambiente controllato ( giardino zoologico ), se due maschi si trovano uno di fronte all’altro, lottano spesso ferocemente fino alla morte.

I maschi, in natura e in cattività, marcano il territorio con feci, orina e una secrezione odorosa molto forte, emessa strofinando una ghiandola ventrale.

La femmina di questi animali, prepara il nido, dopo aver marchiato, durante l’estro, con le secrezioni vaginali il territorio, per attrarre un partner e accoppiarsi.

Partorisce un cucciolo dopo 50 giorni di gestazione ( quasi tutti i primati sono specie monotoche, cioè monovulari, anche se possono raramente, e meno frequentemente che negli umani, verificarsi casi di bigeminia e poligeminia, con nascita di gemelli ), e a questo punto il maschio va a vivere altrove.

La Tupaia di montagna ( Tupaia montana ) è invece una specie molto tranquilla e socievole. Questi rari animali, di casa nelle alte montagne del Borneo settentrionale, vivono in gruppetti di 8-10 individui, ognuno comprendente più maschi che si tollerano l’uno con l’altro. Le femmine in calore sono poligame, e si accoppiano anche con due o tre maschi per volta.

Anche la Tupaia longipes vive in gruppi famigliari poligami, formati da un maschio, che ne è il capo, e da varie femmine che vivono in accordo, cooperando nella ricerca del cibo o nel lisciarsi il pelo coi denti.

Quando una femmina è gravida, prepara il nido e le compagne si alleano per tenere lontano il maschio, al momento del parto, in quanto può uccidere o ferire il cucciolo appena nato.

Nelle tupaie comuni invece, ove i maschi e le femmine possono vivere come solitari o in coppia, dopo il parto il piccolo viene allattato dalla madre ogni 48 ore, dandogli però una quantità di latte pari in volume ai 3/5 di quello corporeo. Tra un pasto e l’altro, la femmina abbandona il piccolo e dorme col maschio in un altro nido.

Il piccolo, nato nudo e cieco, si rende autonomo a circa un mese di vita post-natale .

La maggior parte di specie di tuapie vive sugli alberi, ma ve ne sono alcune che vivono sul terreno e nidificano in tane o in cavità del suolo, come la Tupaia terrestre ( Tupaia tana ) e la Tupaia delle Filippine ( Urogale everetti ).

Le tupaie terragnole assomigliano alla Tupaia longipes per quanto riguarda la gerarchia sociale nelle famiglie, ma non per la solidarietà tra le femmine, che si alleano tra loro solo per difendere i piccoli dai maschi adulti.

Tutte le tupaie, sono attive di giorno. Hanno musi allungati e occhi laterali, caratteri che oggi non si ritrovano più, a partire anche da altri primati inferiori. Tuttavia esse si accostano ai primati per quanto riguarda lo sviluppo del cervello, i costumi arboricoli, e l’assenza di strutture morfologiche specializzate, connesse ad attività come nuotare, volare o scavare. La loro zoogeografia ci dice che il genere Tupaia è il più diffuso dei cinque generi afferenti alla famiglia dei Tupaiidae, endemici dell’Asia sudorientale. Le specie del genere Tupaia sono una dozzina, gli altri generi di Tupaiidae comprendono una sola specie ciascuno, per un totale di 20 specie.

Sempre in tema di Tupaie, è infine interessante parlare di una specie, la Tupaia belangeri, studiata in regime naturale e controllato ( giardino zoologico ) dal biologo tedesco D.V. Holst durante i primi anni ’60.

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La Tupaia minore (Tupaia gracilis) vive nelle foreste indonesiane e malesi © Wong Tsu Shi

L’autore voleva osservare, nelle due condizioni sopra citate, il fenomeno dello stress indotto da un aumento della densità di popolazione sulla fisiologia ( autoecologia ) dell’animale e in termini di risposta sinecologica ( risposta di comunità ).

In quegli anni, si andava infatti osservando che le popolazioni animali evitano accortamente, e con molta eleganza, il sovrappopolamento, senza aspettare per esempio le carestie, che indurrebbero fenomeni di competizione intraspecifici tanto violenti da sfociare nel cannibalismo e nell’infanticidio.

Tali studi da parte dei biologi, avevano anche lo scopo di spiegare certi fenomeni di massa aberranti, che si verificano nell’essere umano, mediante approccio sociobiologico.

Si stava osservando che in varie specie murine, di lagomorfi, e di cervidi ( come il Cervo giapponese, Cervus nippon ), di marmotte, ma anche nei microti ( protozoi parassiti, come Babesia microti ), l’aumento incontrollato delle densità demografica determinava una sequenza di stressors tali da indurre danni ai singoli individui, fino a interrompere la crescita di popolazione.

Nei vertebrati, in particolare nei mammiferi, si osservarono due fondamentali sistemi, detti " di retroazione ormonica ", che agiscono sulla dinamica di popolazione: uno che frena e impedisce la riproduzione, e un secondo che riduce la resistenza alle infezioni e infestazioni parassitarie, aumentando il tasso di mortalità.

Lo scopo è lo stesso: prevenire le crisi demografiche quando il potenziale biotico ( riproduttivo ) eccede le risorse alimentari disponibili in una data area vitale. I due sistemi vennero così classificati:

- Il sistema adrenocorticotropo ( ACTH ) - ormone della corticale del surrene - che in presenza di un fattore di disturbo ( stressor in inglese ) come una eccessiva crescita demografica, diviene attivo oltre il livello fisiologico, aumentando la mortalità. Poiché cresce la predisposizione alle infezioni e alle infestazioni parassitarie e si riduce la produzione di anticorpi. L’eccessiva produzione di ACTH provoca anche glomerulonefrite e dunque una vera e propria nefropatia. In più viene meno la funzione della adenoipofisi ( porzione anteriore della ipofisi - o ghiandola pituitaria - ghiandola appendice del diencefalo ) cui conseguono danni metabolici: la crescita è ritardata, c’è un calo di peso corporeo, etc.

- Il secondo sistema ormonale è quello gonadotropo-ormoni che stimolano l’attività degli organi sessuali. Quando riduce le sue funzioni si ha denatalità; e nel caso venga generata una prole, i piccoli non possono essere allevati normalmente perché la lattazione è insufficiente. Non di rado i genitori, divorano i figli, e alla fine, in queste condizioni, sopravvive solo il più capace e il più forte.  

Nel caso della Tupaia belangeri, l’Holst ha studiato il fenomeno nelle comunità parentali in natura e in ambiente controllato.

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La Tupaia terrestre ( Tupaia tana ) misura 20 cm più altrettanti di coda © Dr Paddy Ryan

In questi primati lo stress sociale può essere misurato quantitativamente in base al drizzarsi ( fenomeno dell’orripilazione ) del pelo della coda ( gli "Erectores pili" operano attraverso la componente ortosimpatica del sistema neurovegetativo ).

Nel caso del verificarsi di perturbazioni, stressors, come un’aggressione ad opera di un conspecifico, nella fuga, in situazioni di paura e di sovraffollamento con i compagni della comunità, i peli della coda rimangono drizzati per un tempo più o meno prolungato.

Quando un dominante del gruppo, incontra un recessivo, sarà quest’ultimo a rizzare il pelo, il dominante lo fa solo se attaccato.

Calcolando le % dei tempi di drizzamento del pelo, in sedute di osservazione di 12 ore, l’autore è giunto alle seguenti conclusioni:

Le femmine di Tupaia belangeri che hanno drizzato il pelo della coda per più del 20% del tempo, durante la seduta di osservazione, tentavano di accoppiarsi con altri conspecifici sia maschi che femmine, comportamento sessuale aberrante, dovuto a un titolo ormonale errato.

I piccoli di queste femmine, venivano divorati nel corso dei primi due giorni di vita, sia si trattasse dei propri o di quelli di un’altra femmina.

Se gli stressors sociali erano così forti, che il pelo della coda rimaneva drizzato per più del 50% della seduta di osservazione, le femmine diventano completamente sterili. Ciò è causato dalla degenerazione dei follicoli ovarici, in maturazione nelle ovaie.

Nei maschi si bloccava la spermatogenesi quando il drizzamento del pelo superava il 70% del tempo d’osservazione ( castrazione psichica ).

Tanto più alta era la frequenza con la quale venivano drizzati i peli della coda, tanto maggiore era il calo del peso degli animali, e i piccoli crescevono più lentamente.

Il numero dei leucociti, nel caso di drizzamento superiore al 20%, aumentava nel giro di 1-2 giorni da circa 3000 a 6000 ( in 8000 mm3 di sangue ). Per frequenze intorno al 90%, gli animali morivano dopo 8-14 giorni, anche se il cibo era in abbondanza e non si verificano lotte.

Questo esperimento dimostra come tali fenomeni siano complessi, e si è riscontrato una comunanza di risposte nell’essere umano.

La posizione sistematica delle tupaie è controversa, non tutti gli zoologi le ammettono tra i primati. Ogni dubbio cade quando si tratta delle altre cinque famiglie di proscimmie che abitano le zone tropicali. Questi animali, rappresentati nelle foreste tropicali asiatiche dai tarsi e dai lori, mostrano infatti meglio delle tupaie i caratteri dei primati.

Le mani, munite di unghie e non di artigli, sono maggiormente atte alla presa. Gli occhi, posti nella parte frontale del cranio, garantiscono la vista binoculare, permettendo di valutare le distanze e quindi di poter sfuggire da un predatore, o inseguire una preda. Le zampe anteriori delle tupaie, lunghe e flessibili, sono fornite di artigli, abilissime ad afferrare una preda. I tarsi invece, hanno le mani con lunghe dita terminanti con espansioni discoidali, che aumentano la superficie di contatto.

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Il Nycticebus coucang appartiene alla famiglia dei Loridae © Wong Tsu Shi

Il tarsio è un potente saltatore. Lungo appena 10-15 cm, può compiere da un ramo all’altro, salti di anche 2 m. Prima di cadere sul ramo, sferza l’aria con la coda, che agisce da freno. I dischi delle dita possono aderire ad ogni tipo di superficie. Gli occhi frontali gli permettono un preciso calcolo delle distanze.

Anche se profondamente addormentato, il tarsio si aggrappa agli alberi, mantenendosi in verticale grazie ai dischi adesivi delle dita. Un altro sostegno è garantito dalla ruvida e squamosa coda, che avvolge sul tronco. Sembrerebbe anche il modo in cui questi primati riposano, visto che per dormire non costruiscono dei nidi.

Dato che gli occhi enormi rimangono fermi e fissi nelle orbite, per sorvegliare l’eventuale presenza nelle vicinanze di predatori e prede, i tarsi possono ruotare la testa di 180°.

Si nutrono d’insetti e larve, ma non disdegnano sauri, uccellini o topi, che possono fare a pezzi con le mani.

Tra i vari tarsi troviamo il Tarsio spettro ( Tarsius spectrum ), il Tarsio delle Filippine ( Tarsius syrichta ), e il Tarsio di Horsfield ( Tarsius bancanus ), tutti endemici dell’Asia sudorientale. Il fatto di vivere in isole ove non devono competere con specie più evolute, gli ha garantito la sopravvivenza. Tra tutte le proscimmie, sono quelle più affini alle scimmie.

I lori, affini ai potti e ai galagoni africani, si muovono lentamente e silenziosamente. Questo rappresenta forse un tipo d’adattamento ecologico per cacciare piccoli vertebrati, come uccelli, roditori, rettili o anche artropodi e insetti, che inseguono senza far rumore e uccidono, una volta agguantati, stringendoli forte tra le due mani.

Nel nitticebo, un Loridae, l’indice ridotto delle mani, aumenta l’apertura della medesima, permettendo una salda presa dei rami e delle prede.

Tutti i lori, si aggrappano ai rami con le mani e i piedi, rimanendovi anche a lungo, senza stancarsi. In altri mammiferi, di norma, la contrazione dei muscoli comprime le vene e rallenta la circolazione; nei lori invece, il calibro si mantiene costante in queste situazioni e le tossine continuano regolarmente a essere eliminate dal sangue attraverso i reni.

Il Lori gracile ( Loris tardigradus ), lungo appena 30 cm, ha una grande diffusione nelle foreste che ricoprono il sud dell’India e Ceylon. I Loris tardigradus pesano 2 etti circa, si riproducono due volte all’anno, e la gestazione dura cinque mesi e mezzo.

Alla famiglia dei Loridae, appartengono anche i nitticebi come il Nitticebo coucang ( Nycticebus coucang ) e il Nitticebo pigmeo ( Nycticebus pygmaeus ) endemici dell’Asia sudorientale.

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La Macaca fascicularis è un’abile cacciatrice di granchi © Mazza

Sono più robusti dei lori, dotati di una striscia scura lungo il dorso e di anelli scuri attorno agli occhi. Tutti questi animali vivono soli, o formano coppie transitorie.

Il nitticebo passa tutto quanto il tempo sugli alberi, scendendo raramente a terra. Di giorno dorme accovacciato su un ramo, o nascosto all’interno di una cavo d’albero. La notte caccia piccoli mammiferi e insetti, ma si nutre anche di frutti.

Afferrandosi con le mani e coi piedi, si sposta lentamente e prudentemente di ramo in ramo, rimanendo talvolta sospeso a testa in giù mentre si nutre. Misura solo 25-35 cm.

Ma come dicevamo all’inizio di questo paragrafo, nelle foreste tropicali-pluviali asiatiche, vivono un ampio spettro di scimmie, più o meno evolute.

Quindi, oltre le proscimmie appena descritte, che sono pur sempre primati, vi sono anche le scimmie vere e proprie.

Quasi tutte le scimmie delle foreste asiatiche, vivono in gruppi sociali assai uniti e ordinati da precise gerarchie, nei quali la vita però viene spesso turbata da lotte per il predominio.

I Macachi ( genere: Macaca ) e Semnopitechi o Semnopitèchi ( genere: Semnopithecus ) sono i due generi di scimmia diffusi nelle foreste asiatiche appartenenti alla famiglia dei Cercopithecidae.

I macachi sono aggressivi e litigiosi. Mangiano di tutto e vivono sul terreno o negli strati inferiori della foresta.

I semnopitechi, che si cibano di foglie, sono meno aggressivi e vivono di preferenza a più alti livelli nella foresta.

Dove i due generi di scimmie coabitano, i semnopitechi vivono in cima agli alberi, i macachi più in basso.

La sovrapposizione di areali è garantita dal fatto che i due generi hanno due tipi differenti di ecologia alimentare, e non sono quindi in competizione.

I robusti macachi di queste foreste, tendono a vivere in vasti gruppi sociali, in cui sono rappresentati entrambi i sessi e tutte le età.

Uno dei più noti è il Macaco Reso o semplicemente Reso ( Macaca rhesus ), che vive in gruppi socialmente organizzati comprendenti da 10 a 30 individui, dominati da due o più maschi.

Quando una femmina è in calore, di norma si accoppia con uno dei capi, quindi i due cominciano a fare vita in comune, cercando il cibo insieme, si lisciano il pelo e si ripuliscono l’un l’altro. Tale costume rappresenta una dinamica di socializzazione, ottenuta mediante il tatto, senso molto sviluppato nelle scimmie.

I gruppi vivono in territori che qualche volta si sovrappongono. Si stabilisce allora tra di essi una gerarchia con veri e propri ranghi e la banda subordinata deve lasciare il posto all’arrivo di quella che domina. Se ciò non avviene, nasce una rissa.

Quanto di umano si intravvede in ciò ?

Si pensi al famoso film di Martin Scorsese " Gangs of New York " dove le varie bande di irlandesi, italiani, portoghesi, ebrei, tedeschi, e polacchi, conquistavano a suon di risse le varie parti della New York nascente, durante la seconda metà del secolo XIX.

Nell’India meridionale il Macaca rhesus è sostituito dal Macaco dal berretto ( Macaca radiata ) e a Ceylon questo è a sua volta sostituito dal Macaco cinese ( Macaca sinica ). Sono tutte scimmie dalla faccia rossa, con una sorta di berretto circolare sul capo fatto di lunghi peli.

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Il Presbite o Langur dagli occhiali ( Presbytis obscurus ) © Giuseppe Mazza

Generalmente le aree delle varie specie di macachi viventi a terra non si sovrappongono, poiché ogni singola specie occupa una diversa regione.

Il Macaca rhesus vive sia nelle savane boscose che nelle dense foreste.

Nel Sud-Est asiatico e in Indonesia, la specie più comune è il Macaco granchiaiolo ( Macaca fascicularis ), una scimmia dal corpo snello e dalla lunga coda, che vive in grosse bande ( sino a 70 individui, anche se mediamente sono una ventina ) in cui vi sono due o tre femmine per ogni maschio.

Le bande permangono quasi sempre sugli alberi, e raramente bande vicine si azzuffano tra di loro. Le zone boschive che colonizzano, balzando di ramo in ramo tra gli alberi, sono quelle presso le coste marine e i fiumi, ed evitano quelle montane. Mangiano frutti, foglie, semi, insetti, piccoli rettili e granchi, da cui il nome.

I maschi dominanti sono coalizzati per proteggere meglio i gruppi, e in presenza di un predatore, come un Leopardo ( Panthera pardus ) o una Tigre ( Panthera tigris ), emettono forti grida di allarme e fuga.

Il Macaco coda di porco ( Macaca nemestrina ) della Birmania, Malesia e Borneo, ha una coda breve di 15-20 cm. Vive a terra o sui rami più bassi, in gruppi che variano da 30 a 50 individui.

E’ affine al raro Macaco sileno ( Macaca silenus ) di casa nelle foreste montane dell’India sudorientale. Per spostarsi, non salta mai da un albero all’altro, ma scende a terra, per salite poi sul seguente.

Il macaco sileno, detto anche Uanderù, o scimmia dalla barba bianca, è una delle piu belle specie di macachi, per la sua elegante livrea bianca e nera, ma quando penetra nelle piantagioni di cocco può causare ingenti danni.

Nel sud della Cina vive il Macaca arctoides, con una coda più corta della specie precedente, e che misura solo 10 cm.

Nell’isola di Celebes vivono altre 6 specie circa, tra cui il Cinopiteco ( Macaca nigra ), mentre in Giappone è famoso il Macaco giapponese o dalla faccia rossa ( Macaca fuscata ).

Questi ultimi macachi presentano una struttura gerarchica, come venne osservato dal biologo giapponese che li studiò per 30 anni, DrSc J. Itani, dove il rapporto femmine-maschi è di 3 a 1. Sono molto intelligenti, ed hanno per esempio imparato a cercare sotto le pietre del fiume, la presenza di gamberi, granchi e molluschi, di cui si nutrono.

Inoltre, durante i rigidi inverni nipponici, anche se la loro fisiologia gli permetterebbe comunque di sopravvivere, sfruttano le peculiarità del Giappone, che è una isola di origine vulcanica con pozze e sorgenti d’acqua piacevolmente calda, e temperature anche di 30 °C più alte dell’ambiente spesso innevato.

Prendono dunque regolarmente dei bagni caldi corroboranti, ma solo chi nella banda ha il rango più alto può usufruirne con moglie e cuccioli. Ancora una volta si osservano tipiche e negative caratteristiche umane, come l’egoismo e la sopraffazione.

La gestazione delle femmine dura circa 173 giorni e partoriscono un solo piccolo che pesa sui 500 grammi. Vivono circa 30 anni.

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Il Presbytis entellus appartiene al gruppo delle " mangiatrici di foglie " © G. Mazza

I Semnopithecus, detti anche scimmie mangiatrici di foglie, sono più agili dei macachi e in gran parte vivono quasi sempre sugli alberi.

Si nutrono essenzialmente di foglie, ed hanno uno stomaco specializzato con tre sacche, in una delle quali le foglie, finemente masticate, vengono digerite dalla flora batterica.

A differenza delle scimmie onnivore ( per esempio macachi e babbuini ), non hanno tasche guanciali in cui immagazzinare il cibo.

L’Entello o Langur ( Presbytis entellus ), la specie forse più nota di questo gruppo, passa invece al suolo gran parte della giornata, per tornare, la notte, sugli alberi.

Vive in branchi composti da 15 a 30 individui, e i territori spesso si sovrappongono. I branchi, non mostrano uno spiccato antagonismo quando s’incontrano. Presentano una organizzazione gerarchica della banda, ma non così evidente come nei macachi.

Quando scoppiano liti all’interno del gruppo, il capo non interviene, come accade invece nei macachi. Anch’esso però, come il corrispettivo dei macachi, morde un subordinato per scacciarlo, mentre per congedarlo, gli posa una mano sulla spalla.

I maschi di questa specie, non corteggiano le femmine, ma sono loro che, quando sono in calore, si presentano ai maschi esponendogli l’ano.

La femmina ha parti monogemini, e il piccolo passa gran parte del primo periodo della sua infanzia aggrappato al ventre materno.

Nelle zone asciutte dell’India, l’entello mostra un comportamento del tutto singolare: i gruppi di femmine e di giovani di entrambi i sessi sono capeggiati da un maschio adulto.

I maschi rimanenti formano un gruppo a sé stante, ma talvolta riescono ad allontanare, con vere e proprie rivolte, il maschio dominante del gruppo misto.

Il che significa che i maschi si battono tra di loro. Il vincitore uccide o tenta di uccidere i piccoli del gruppo in allattamento, che cessando sincronizza ex novo il ciclo estrale delle femmine, che tornano a essere ricettive per l’accoppiamento.

Questo per i biologi, quando fu scoperto, risultò una sorpresa ( cosa che nei felini, come nei leoni solitari in cerca di femmina invece è abbastanza frequente ) poiché è in netto contrasto con la cura affettuosa che normalmente mostrano i maschi per le giovani scimmie.

In alcune bande di langur dei monti Nilghiri, c’è solo un maschio adulto che talora insegue femmine e giovani delle bande rivali. Questi reagiscono con il medesimo grido con cui segnalano la comparsa di un uccello rapace.

Oltre agli entelli-langur, fanno parte dei Semnopithecus anche le scimmie nasiche le cui due specie del genere Nasalis sono la Nasalis larvatus e la Nasalis concolor entrambe scoperte nel 1787 dal biologo tedesco Wurmb.

Le nasiche, vivono nelle foreste paludose, salendo la notte sugli alberi. Ogni banda, erra in aree di circa 1 Km2 saltando o attraversando a nuoto i corsi d’acqua.

Nel maschio della nasica, il naso diventa sempre più grosso e lungo con l’avanzare dell’età, e si erge, quando l’animale spaventato emana il suo forte grido d’allarme. Nella femmina è assente, e quindi è un carattere di dimorfismo sessuale.

La nasica è affine al langur o entello.

Altre specie di langur o entello oltre il Presbytis entellus, endemiche del sudest asiatico, sono il Presbytis senex, Presbytis johoni, Presbytis pileatus, Presbytis cristatus, Presbytis nemaeus.

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Attegiamento di minaccia di un Presbytis entellus © Giuseppe Mazza

Per circa venti anni, biologi indiani, in collaborazione con biologi inglesi, hanno studiato più comunità di Langur ( Presbytis entellus ) sul campo, descrivendone gesti ed urla, dimostrando che entrambi mutano con l’età e indicando che esiste, durante lo sviluppo fisico e sessuale degli animali, una maturazione ontogenetica di attività biologiche e psichiche, le quali descrivono in base a chi le emette, lo stadio di maturità e il grado che riveste all’interno del gruppo d’appartenenza.

Questo progetto, ha permesso ai biologi, di poter categorizzare le varie emissioni vocali e i vari processi gestuali, per mezzo dei quali è stato possibile fare una stadiazione che correla lo sviluppo biologico con quello psichico, determinando le variazioni del comportamento secondo l’età. Categorie biologiche:

Infante 1: dalla nascita, a 3-5 mesi. Il manto in entrambi i sessi cambia da bruno a grigio.

Infante 2: Da quando il manto non cambia più colore ( 3-5 mesi ), fino allo svezzamento (12-15 mesi ).

Giovane: da 15 mesi a 3 anni per le femmine, a 4 anni per i maschi.

Subadulto: da 3 anni alla maturità sessuale, cioè 4 anni per le femmine; da 4 anni alla maturità sessuale, cioè 6-7 anni per i maschi.

Adulto: Dalla nascita del primo figlio a 4 anni circa per le femmine; dal completo sviluppo muscolare, a 6-7 anni per i maschi.

Queste categorie biologiche, furono correlate a specifici fenomeni di gestualità e sonori, che rientravano in due categorie psichiche.

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Tabella categorie psichiche: suoni vocali e gesti. Variazione del comportamento secondo l’età del Presbytis entellus. (M) sta per "solo il maschio"

Gli Oranghi ( Pongo pygmaeus ) e i Gibboni ( Hylobates lar ) rappresentano le due specie di scimmie antropomorfe viventi nelle giungle tropicali-pluviali asiatiche. Sono entrambi agilissimi sugli alberi, sfruttando la brachiazione, ma goffi sul terreno.

I quattro generi di scimmie antropomorfe: Scimpanzè ( Pan troglodytes ), Gorilla ( Gorilla gorilla ), Orangutan ( Pongo pygmaeus ) e Gibbone ( Hylobates lar ), endemiche del medesimo biotopo di foresta tropicale in Asia ed Africa, presentano notevoli caratteristiche in comune e sono quelle che, secondo i biologi, si avvicinano di più per affinità all’ Homo sapiens sapiens ) .

Ricordiamo brevemente che tra il genoma di Homo sapiens sapiens e di Pan troglodytes c’è una coincidenza del 99% !

Hanno tutte una capsula cranica molto ampia, contenete un cervello molto sviluppato, caratterizzato, come quello umano, da una marcata giroencefalia.

Presentano narici frontali basse, cavità orbitali grandi, padiglioni auricolari molto sviluppati, mani e piedi pentadattili con dita rivestite da unghie piatte o tegolari, massa muscolare molto sviluppata sia nei quattro arti, che sulla schiena, dentizione non specializzata, indice di un regime alimentare onnivoro, braccia più lunghe delle zampe, opposizione di pollice-indice, con pollice più o meno sviluppato, ad assicurare una presa prensile.

Presentano attitudini manuali, indice di adeguato sviluppo psichico, occhi frontali, vista binoculare, percezione dei colori, assenza di coda.

Infine sanno assumere tutte la postura bipede, sebbene dei quattro generi quello che ci si trova meglio è lo scimpanzè. Tutti e quattro sanno deambulare in posizione eretta per brevi spazi, ma la deambulazione preferita rimane comunque quella sui quattro arti. L’orangutan, per esempio, si appoggia sulle porzioni laterali dei palmi delle mani.

Entrambe le antropomorfe asiatiche, sono arboricole per preferenza, anche se possono scendere per brevi periodi a terra, sopratutto durante le fasi esplorative. I gibboni, si dondolano tra i rami, appesi alle lunghe braccia balzando da albero ad albero.

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Femmina d’orangutan con piccolo © Giuseppe Mazza

Gli orangutan, si dondolano assai meno, non saltano mai, ma grazie ai loro piedi flessibili si arrampicano facilmente sui tronchi degli alberi.

Ricordiamo che mani e piedi, sono equivalenti in queste antropomorfe, una delle probabili cause nella difficoltà deambulatoria a stazione eretta.

L’Orangutan ( Pongo pygmaeus ), il cui nome in malese significa " uomo dei boschi ", per la sua somiglianza da lontano con l’essere umano, è una delle scimmie antropomorfe che suscitano più tenerezza, con la sua socialità ed i suoi occhi sempre tristi.

I biologi zoologi, ipotizzano che i suoi antenati si siano staccati dalla principale linea evolutiva delle antropomorfe prima del Gorilla ( Gorilla gorilla ) e dello Scimpanzè ( Pan troglodytes ), ma dopo il Gibbone ( Hylobates lar ). Secondo altri zoologi invece, è da considerarsi un parente gigantesco dei gibboni.

I maschi di orangutan, pesano 100 kg e raggiungono eretti i 1,65 m d’altezza; le femmine arrivano a 1,20-1,30 m e pesando circa la metà.

In entrambi i sessi, le braccia, sono lunghe una volta e mezza le gambe, mani e piedi simili, lunghe e con dita flessuose e ricurve.

Esiste un’unica specie di orango, suddivisa in due razze l’Orango del Borneo ( Pongo pygmaeus pygmaeus ) e l’Orango di Sumatra ( Pongo pygmaeus abelii ).

L’orango di Sumatra ha la faccia lunga e stretta, ed è in genere più snello e più alto di quello del Borneo. Quest’ultimo, si distingue per avere pelame più rosso e, faccia più larga e meno villosa. Tuttavia, l’aspetto individuale varia da un esemplare all’altro, proprio come negli umani.

Sembra che gli oranghi, possano comunicare tra di loro con suoni schioccanti, simili a baci, che ripetono a intervalli di pochi secondi. Tra questa sorta di baci, gli adulti, specialmente i maschi, emettono un suono basso bitonale.

Durante la notte e poco prima dell’alba, i soli maschi emettono urla basse e prolungate, che tra le nebbie umide della foresta, sfruttando il fenomeno dell’inversione termica di Frumkin ( vedi la descrizione nei Felidae ) possono propagarsi fino a 3-4 km di distanza.

Sugli alberi gli oranghi sono meno agili dei gibboni e generalmente si limitano ad arrampicarsi. Talvolta camminano eretti sui rami, tenendosi ben stretti coi piedi e attaccandosi con le mani ai rami più alti.

Cercano il cibo sui rami più sottili degli alberi; tra i frutti preferiscono quelli del durio, ma mangiano anche foglie, semi, scorze d’albero e uova d’uccelli, ad esempio Psittaciformes.

A tale proposito dobbiamo brevemente dire che gli oranghi sono dei veri e propri botanici, in quanto riconoscono circa 200 piante da frutto e verdi commestibili ed un centinaio velenose da evitare. Il cucciolo che vive una parte dell’infanzia attaccato al ventre materno, sarà poi soggetto a un vero e proprio training da biologo da parte della madre, che gli insegnerà di quali piante e frutti deve nutrirsi, a quale stadio di maturazione e quale deve evitare.

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I richiami territoriali del gibbone raggiungono i 3 km di distanza © G. Mazza

Le femmine adulte e i loro ultimi nati stanno insieme, spostandosi in piccoli gruppi, mentre i maschi adulti tendono a rimanere solitari.

Non si accoppiano in un periodo particolare. I maschi stanno con le femmine solo qualche giorno, giusto per le nozze, e poi le abbandonano.

Le femmine partoriscono in genere un solo piccolo ( raramente due gemelli ), che nasce dopo 9 mesi di gestazione.

Nelle antropomorfe, i parti sono quasi sempre monogemini, solo le scimmie del Nuovo Mondo, hanno parti sempre bigemini e plurigemini.

Il piccolo, di quasi 1,5 kg, è allattato per circa sette mesi. Poi impara a camminare sui rami, aggrappandosi ai peli della schiena materna.

Durante la ricerca di cibo, con una mano l’orango si mantiene saldo all’albero e con l’altra, libera, raccoglie i frutti di cui si nutre.

Le fattezze della faccia dei neonati hanno qualche cosa di umano, poi, man mano che crescono, le guance sviluppano pliche e cuscinetti adiposi che fanno apparire la faccia molto larga.

Maschi e femmine hanno inoltre sacchi laringei, che nel solo maschio, mediante controllo endocrino mediato dal testosterone, diventano pesanti pappagorge, usate come cassa di risonanza.

Il Gibbone ( Hylobates lar ) viene soprannominato l’acrobata delle foreste tropicali. Come già detto, sfrutta al massimo la brachiazione. Anche altre scimmie sfruttano questo modo di spostarsi, ma nessuna con l’eleganza, la perfezione e la velocità del gibbone.

A terra, quando assumono la posizione eretta, per mantenersi in equilibrio mettono le braccia all’infuori.

Comparando la morfologia della mano di un orango con quella di un gibbone, si osserva che quest’ultimi hanno dei pollici più lunghi e più mobili dell’orango, necessari per avere una presa più forte per la loro perfetta brachiazione.

Con altezze variabili fra i 35 a 85 cm, i gibboni sono le più piccole scimmie antropomorfe. Snelle e vivaci, hanno dalle braccia assai più lunghe delle gambe.

Molto chiassose, appena si svegliano al mattino, cominciano a schiamazzare e ad urlare. Con queste urla proclamano la loro presenza, i loro diritti sul territorio, o i cambiamenti meteorologici.

La specie più diffusa è il Gibbone dalle mani bianche ( Hylobates lar ), in grado di compiere salti di 15 m da albero a albero. Come la maggior parte delle specie congeneri, vive in un proprio territorio e forma gruppi famigliari composti da padre, madre e quattro figli.

Anche per loro non esiste un periodo preciso e fisso per l’accoppiamento. La femmina partorisce un solo piccolo quasi glabro e per tenerlo al caldo piega le gambe riscaldandolo tra le cosce e il ventre. I membri di una famiglia, si ripuliscono a vicenda e sono assai uniti. Vi è invece ostilità, tra gli adulti dello stesso sesso.

I gibboni, vivono nelle zona media degli alberi, ma spesso si arrampicano sulle cime delle chiome per la ricerca dei frutti.

La famiglia per nutrirsi, qualche volta varca il confine del suo territorio, scatenando una battaglia vocale se incontra una famiglia vicina. Il maschio lancia il suo grido di guerra e la femmina il suo grande richiamo, formato da una sequenza di urla in crescendo.

Alcuni gibboni devono il nome al loro aspetto. Il Gibbone pileato ( Hylobates pileatus ), per esempio, ha sul capo un cappuccio nero ( dal latino pileus: cappello ) circondato da un anello bianco. L’hoolock o Gibbone hoolock ( Hylobates hoolock ), prende invece il nome dal grido caratteristico che emette.

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L’Hylobates lar è la più piccola scimmia antropomorfa © Giuseppe Mazza

Il Gibbone nero ( Hylobates concolor ), è riconoscibile dal naso più allungato; è il più snello dei gibboni, e quello che a terra corre e si tiene meglio in postura eretta, di tutti gli altri.

Infine, le due specie di siamanghi, Siamango comune ( Hylobates syndactylus ) e Siamango nano ( Hylobates klosii ), hanno corporatura robusta e sono meno pelosi degli altri gibboni.

Il siamango comune vive a Sumatra e in Malesia, nelle foreste montane, fino a 3000 m di altezza e si nutre di frutti, foglie, insetti e uova di uccelli.

Il siamango nano o bruno è più raro, lo si ritrova solamente nelle paludi dell’isola Mentawei a ovest di Sumatra.

E’ più piccolo del siamango comune, poiché testa e corpo misurano in tutto 37 cm, contro gli 87 cm dell’altra specie.

Le varie grida del siamango, vengono amplificate da un grande sacco golare. L’aria, inspirata con una sorta di botto sordo, fa dilatare il sacco laringeo, poi espirata dalla bocca produce un grido stridulo, mentre il sacco si riduce di volume.

I due suoni si alternano velocemente. Quando modula i suoi vocalizzi, il siamango sta sempre seduto, mentre gli altri gibboni gridano saltando e agitandosi.

Anche una razza di gibbone, Hylobates lar agilis, vive nelle foreste di Sumatra e Malesiane. Il 60% degli esemplari presenti a Sumatra, sono neri, il restante 40% sono giallo-bruni; in Malesia i neri superano il 90%.

Foreste tropicali africane

Discuteremo ora dei numerosi generi e specie di scimmie presenti, a diversi livelli di sviluppo evolutivo, nelle foreste tropicali africane. Successivamente tratteremo quelle presenti nelle foreste tropicali del Madagascar: animali, come i lemuri, che per 50 milioni d’anni hanno potuto evolversi indisturbati, in un contesto d’isolamento geografico, senza altre scimmie competitrici.

Vedremo poi l’area geografica del centro-sud America, dove nelle grandi foreste tropicali si sono evolute le scimmie del Nuovo Mondo, con caratteristiche morfologiche particolari, che non si riscontrano nei primati presenti in analoghi biotopi africani o asiatici.

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Notturno e discreto il Galago senegalensis è comune nell’Africa tropicale © Mazza

Nelle foreste tropicali africane si contano una trentina di specie di scimmie, distribuite a tutti i livelli, dal suolo alle cime più alte degli alberi. Si possono dividere in quattro grandi gruppi: i colobi, i cercopitechi, i cercocebi e i mandrilli.

Camminando nelle foreste tropicali africane, tra le infinite meraviglie sia vegetali che animali, alzando la testa, si possono intravvedere, per brevi istanti, code a ciuffo bianco attaccate a corpi scattanti e imprevedibili di piccoli animali.

Sono le scimmie colobo, che vivono tra gli alberi, in territori i cui limiti sono percepibili solo dai loro proprietari.

Sono animali molto rumorosi, sempre attivi, che si nutrono principalmente di foglie. Hanno arti lunghi, atti al salto, e sono le sole scimmie del Vecchio Mondo con mani senza pollici.

I colobi ( genere: Colobus ) hanno uno stomaco composto, che permette loro di ricavare il massimo nutrimento da una dieta a base di foglie, povera in proteine.

In base al colore del manto, i colobi si dividono in tre gruppi : colobi bianchi e neri, colobi rossi, colobi olivacei.

La specie più nota è la Guereza ( Colobus guereza ), con manto bianco e nero. Ha barba folta, bianca e lanosa e un gran ciuffo bianco all’estremità della coda.

Le guereze vivono in gruppi costituiti da pochi individui, in genere 9-13, e popolano gli strati medi delle foreste tropicali dall’Etiopia alla Tanzania, spingendosi ad ovest fino al Camerun. Ogni branco, conta di regola un solo maschio adulto. Gli altri vivono isolati. A difesa del territorio, i maschi lanciano delle grida acute, specialmente all’alba e al tramonto. Il grido, preceduto da uno sbuffo violento, dura circa un minuto e può essere udito fino a 2 km di distanza.

Una femmina guereza in estro è poligama: cerca il maschio nei gruppi dove ve ne sono parecchi, accoppiandosi con più di uno. Quando nasce un piccolo, le femmine del branco lo allevano insieme.

Quando due branchi di guereze si incontrano, si siedono e si osservano, facendo schioccare la lingua. Il maschio che guida il gruppo indigeno, salta qua e là, facendo baccano, talvolta balzando a terra, da rami alti anche 6 m. Infine i due maschi a capo dei due branchi, muovono la testa e scuotono i rami uno contro l’altro. Il gruppo invasore, in genere indietreggia e il maschio dominante intruso, si ritira urlando, mentre il vincitore lo insegue, urlando a sua volta.

Il Colobo rosso ( Colobus badius ) vive sugli alberi più alti della foresta, mentre il Colobo olivaceo ( Colobus verus ), una scimmietta che, coda esclusa, non supera i 50 cm d’altezza, occupa di giorno le zone più basse, ma si arrampica fino alle cime la notte, per dormire, o per sfuggire a un predatore.

L’assenza del pollice nelle mani, fa si che, quando mangiano, stringono le foglie tra il palmo e le dita.

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Cercopithecus aethiops pygerythrus con piccolo © Giuseppe Mazza

Una razza che in passato si riteneva una specie a sé stante, è il colobo di Zanzibar, poi classificato appunto come sottospecie. Oggi è in pericolo di estinzione. Ne sono rimasti circa 200 esemplari in tutto e fa parte della Red List of Endangered Species della IUCN.

I cercopitechi, eccetto quello verde ( Cercopithecus pygerythrus ), di casa nelle praterie africane, sono scimmie sparse un po’ ovunque. Vivono a diversi livelli della foresta, e presentano una vasta gamma di colori.

Uno di essi, il Cercopithecus ascanius, caratterizzato da una macchia bianca sul naso, vive nelle foreste del Congo e dell’Uganda, in piccoli nuclei famigliari di 40-50 individui, quando l’abbondanza di cibo l’acconsente.

Mangiano al mattino, poi si separano in piccoli gruppi per riposare, e a mezzogiorno circa riformano grandi gruppi per fare, nel pomeriggio, un più abbondante pasto. Si cibano di frutta, foglie, fiori e insetti.

Ai cercopitechi, appartengono anche gli allenopitechi delle zone paludose e il miopiteco, una scimmietta così numerosa, che in alcune regioni dell’Africa, è considerata un flagello per i campi coltivati.

Altri cercopithechi sono il Cercopithecus hamlyni, detto anche scimmia dalla faccia di civetta, per la foggia degli occhi e il tipo di espressione che lo caratterizza, e il Cercopithecus cephus, che fa scattare velocemente da un lato la testa, quando vuole mettere in evidenza i membri, suoi favoriti, nel clan. Un allenopiteco classico invece è il Cercopiteco di Allen ( Allenopithecus nigroviridis ) che vive nelle foreste del Congo.

Cercopitechi e cercocebi possono vivere anche insieme in tribù miste, non è raro osservare femmine di cercocebo, che allevano cuccioli di cercopiteco o viceversa.

Alcuni biologi suppongono che il Talapoin ( Mapithecus talapoin ), che è la più piccola scimmia africana, possa essere un anello di congiunzione tra cercopitechi e cercocebi.

I cercocebi, sono molto affini ai babbuini, ma hanno muso più corto e coda più lunga. Sono essenzialmente arboricoli ed hanno una organizzazione sociale simile a quella dei cercopitechi.

Il Cercocebo dal collare ( Cercocebus torquatus ), dell’Africa equatoriale occidentale, vive in gruppi di 15-25 individui ai livelli inferiori della foresta o sul terreno. Mangia frutti secchi e noci, che strofina sui rami fino a romperne il guscio quando sono troppo duri da mordere. Indubbio segno di capacità manuali e psichiche.

Un altro cercocebo, il Cercocebus albigena, invece di sedersi accovacciandosi sulle zampe, come fanno la maggior parte delle scimmie, si siede sulle natiche, con mani e piedi sempre poste in avanti, e si tiene sugli alberi avvolgendo la coda attorno ai rami.

Le scimmie dal naso rosso e dalle gote blu, come vengono volgarmente chiamate, sono rappresentate dai mandrilli.

I mandrilli sono scimmie di foresta, dotate di spiccata affinità coi babbuini e i cercocebi. Se ne conoscono due specie: il Mandrillo propriamente detto ( Mandrillus sphinx ) e il Drillo ( Mandrillus leucophaeus ).

Il mandrillo, vive di preferenza nelle umide foreste delle regioni costiere occidentali. Il maschio ha muso rosso vivo e le guance blu. Queste caratteristiche, che si ripetono in un pene rosso, in uno scroto blu e nelle natiche rosso e blu, rappresentano caratteri sia di dimorfismo sessuale, che specie-specifici. Inoltre i maschi sono più robusti e alti delle femmine.

Il drillo, è più piccolo del mandrillo. I maschi misurano 70 cm d’altezza, contro i circa 85 cm della specie precedente. Ha pelo bruno-olivastro, che diventa bianco intorno al muso nero, mentre le guance, solo nei maschi, sono rosse.

Nelle foreste asciutte, i drilli vivono più all’interno, mentre i mandrilli più alla periferia.  

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Il Cercopithecus aethiops vive spesso al margine della foresta © G. Mazza

Nelle foreste umide, come quelle delle pianure a ovest del Congo, i mandrilli vivono fra gli arbusti e sul suolo in piccoli nuclei famigliari. Integrano la dieta, frugivora-fitofaga, con piccoli animali ( insetti, artropodi, sauri, anfibi, piccoli roditori e uccellini ) che cercano con pazienza sulle rocce e fra i pezzi di legno morto.

In Africa le due antropomorfe per eccellenza sono lo scimpanzè e il gorilla.

Lo Scimpanzè ( Pan troglodytes ) insieme con il Gorilla ( Gorilla gorilla ), sin dalla seconda metà del XIX secolo ad oggi, venivano e vengono considerate dai biologi le scimmie antropomorfe più evolute. I loro costumi sociali, e le capacità manuali, li avvicinano all’uomo più di altre specie di primati.

Lo scimpanzè è reperibile in un’area di 2.500.000 km2, presso l’equatore. Tutti gli scimpanzè appartengono ad un’unica specie, e secondo alcuni zoologi ad un’unica razza. Altri biologi zoologi sostengono invece che esistono quattro differenti razze, tra cui quella dello scimpanzè pigmeo.

Sono endemiche dell’Africa equatoriale centro-occidentale, ove possono vivere sia in foreste che in savane a cespugli.

Le razze, in cui secondo alcuni biologi zoologi, si suddividerebbe lo scimpanzè, sono lo Scimpanzè della Guinea ( Pan troglodytes verus ), lo Scimpanzè del Congo ( Pan troglodytes troglodytes ), lo Scimpanzè di Schweinfurth ( Pan troglodytes schweinfurtii ) e lo Scimpanzè pigmeo ( Pan troglodytes paniscus ) detto anche bonobo, che vive principalmente nelle foreste a sud del fiume Congo.

In rapporto alla statura, risulta la terza scimmia antropomorfa più alta, dopo l’Orangutan ( Pongo pygmaeus ) e il Gorilla ( Gorilla gorilla ). Un maschio adulto, può pesare 54 kg, un terzo del peso del gorilla e in posizione eretta, può avere un’altezza che oscilla tra 1,05-1,50 m.

Dopo l’essere umano, lo scimpanzè è il più abile ad usare un oggetto come strumento, una pietra come arma, o per esempio un bastone per rompere gli alveari.

All’interno delle foreste tropicali gli scimpanzè si nutrono di frutti maturi e, se questi scarseggiano, di foglie. Talora masticano a lungo, per vari minuti, scorze d’albero sugose e poi le sputano.

Gli scimpanzè che vivono nella savana arbustiva ( insieme al gorilla è l’antropomorfa che meglio si è adattata a vita terragnola ) ove i frutti sono meno abbondanti, non disdegnano le termiti e le formiche, ed hanno acquisito anche tendenze alimentari carnivore, nutrendosi anche di scimmie come babbuini, di cinghiali e piccole antilopi.   Non ci si deve far ingannare troppo dalle versioni cinematografiche, in cui spesso lo scimpanzè viene presentato come una dolce, simpatica e dispettosa bestiola, come quasi fosse un piccolo bambino.

Questi animali possono infatti diventare terribilmente aggressivi, fino a praticare il cannibalismo, associando a questa aggressività, ad una forza incredibile, corrispondente a quella di cinque uomini adulti, fino a sollevare pesi dell’ordine di 500 kg !

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Il Cercopithecus mitis ama gli alberi vicini ai corsi d’acqua © Giuseppe Mazza

Gli scimpanzè che vivono nella foresta bevono di rado, anche perché l’assunzione dei frutti maturi garantisce loro un adeguato apporto idrico. Quando però vogliono farlo, immergono la mano nell’acqua e la succhiano. Sembra che possano anche bere utilizzando le foglie a mo’ di bicchiere.

Gli scimpanzè, si spostano con pari agilità sul terreno e sugli alberi.

Sebbene, di tutte le antropomorfe, sono quelli che gestiscono meglio la deambulazione a postura eretta, camminandovi per brevi tratti, preferiscono però correre a quattro zampe sul terreno, appoggiandosi sui piedi e sul dorso delle dita degli arti anteriori, tenute piegate in dentro.

Per salire sugli alberi, circondano il tronco con le braccia, e si spingono in su coi piedi.

Si attaccano ai rami, sia con le mani che coi piedi, e talora superano brevi distanze volteggiando da ramo a ramo, reggendosi alternativamente con le braccia anteriori ( brachiazione ).

Gli scimpanzè, vivono in comunità numerose ( fino a 80 individui ) non rigidamente organizzate dal punto di vista sociobiologico. Risiedono in aree variabili da 20 km2, se il cibo è abbondante, fino a 80 km2, se si tratta di savana cespugliosa, dove le risorse trofiche possono essere non sempre adeguate.

Le aree d’influenza talora si sovrappongono. In questi casi le risorse alimentari, rispetto la densità di popolazione e il potenziale riproduttivo, posso essere scarse.

Individui di diversi gruppi possono mescolarsi senza mostrare ostilità, ma le madri e i piccoli tendono a restare insieme al centro delle comunità.

Quando il cibo è molto abbondante, spesso numerosi scimpanzè si riuniscono in gruppo per banchettare. I maschi adulti battono ritmicamente sulle radici esposte o sul terreno e tutti gli altri si associano in un rumoroso coro di grida. Il baccano che ne risulta è udibile fino a 3 km di distanza e attira spesso altri scimpanzè, che si uniscono al gruppo come fosse una festa.

Quando i frutti invece sono scarsi, si formano piccole bande di maschi che schiamazzano quando trovano il cibo, per richiamare le femmine e i cuccioli sul posto.

Gli scimpanzè costruiscono ogni sera, in cinque minuti, nuove piattaforme per passare la notte. Una sorta di nido sugli alberi, a circa 30 m dal suolo, ove dormono anche 12 ore consecutive. In pratica un piano orizzontale di ramoscelli frondosi intrecciati, ricoperti da rametti e foglie per formare un giaciglio. Anche gli oranghi fanno lo stesso nelle foreste asiatiche.

E allora spesso i biologi, che hanno difficoltà a censire nella foresta gli scimpanzè e gli oranghi, contano i nidi, dato che si tratta sempre di giacigli individuali. Nel contempo l’esame del nido, in base alla freschezza o meno delle foglie e dei rami utilizzati per crearlo, ci dice anche se è stato costruito la notte precedente o è li da tempo.

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Ogni sera, per dormire, gli scimpanzè costruiscono un nido sugli alberi © Mazza

Durante il periodo delle piogge, gli scimpanzè, possono costruire questi nidi anche di giorno, per rimanere lontani dal terreno che diventa un vero e proprio pantano.

Gli scimpanzè sono poligami. Una femmina sessualmente matura, resta in calore una settimana ogni quattro e si accoppia con più maschi. Ha quasi sempre parti monogemini. Come per le altre antropomorfe, l’utero è monoconcamerato, la placenta emocoriale.

Tra gli scimpanzè la rivalità per motivi sessuali è nulla o minima e non si formano mai coppie fisse o stabili.

Sembra che esistano rapporti sociali particolarmente affettuosi tra i membri di una stessa famiglia, però raramente si hanno fenomeni di incesto o accoppiamenti consanguinei.

I piccoli di scimpanzè restano generalmente con la madre sino a circa sei anni d’età.

Durante l’infanzia, sono frequenti i fenomeni di contatto madre e figlio, come dinamica di socializzazione. Può per esempio trattarsi di una stretta di mano tra il cucciolo e la madre. Gli scimpanzè, oltre che della pulizia e lisciamento del pelo, fanno un uso frequente, anche tra gli adulti, della stretta di mano, come fenomeno di socializzazione e rassicurazione amichevole.

Una volta raggiunto il sesto anno di età circa, gli adolescenti cominciano ad abbandonare la madre per periodi sempre più lunghi.

I giovani maschi si uniscono quindi agli altri adulti, mentre le femmine conservano un maggior attaccamento alla madre.

Sia tra i giovani maschi, che tra sorelle e fratelli può nascere una sorta di amicizia. Si vedono spesso animali giocare insieme e ripulirsi il pelo.

Entro un gruppo, gli scimpanzè hanno un proprio rango sociale, più o meno evidenziato, pur mancando, come detto in precedenza, una vera e propria gerarchia, come si osserva invece in certe bande di cercopitechi.

I maschi, affermano il loro rango con una dimostrazione di forza: a pelo irto, lo scimpanzè oscilla ritmicamente urlando, scuotendo rami, sradica arbusti e scaglia pietre.

Il maschio che riesce a compiere l’esibizione più impressionante, acquisisce una posizione di dominio e gli altri membri s’inchinano davanti esso, o gli fanno largo quando lo incontrano.

Generalmente, i maschi dello stesso rango si ripuliscono vicendevolmente, si baciano e si prendono le mani.

Oltre ai vocalizzi e ai suoni connessi all’alimentazione e alle esibizioni di forza, gli scimpanzè hanno una grande varietà di richiami e gesti.

Possono accompagnare le riunioni amichevoli, grugnendo o ansimando, ripulendosi a vicenda, tenendosi per mano o abbracciandosi.

Il segnale di allarme è un suono che parte a note basse, per poi acutizzarsi ( il noto verso: aha, aha, aha, ahha, ahhhhaa, ahhhhhhaaaaa..... ) mentre l’espressione di minaccia è un latrato acuto. Quando litigano emettono gridi di rabbia e paura.

Gli scimpanzè, comunicano tra di loro anche mediante una mimica espressiva, che li rende quasi unici tra le antropomorfe.

Avendo muscoli facciali sviluppati e una bocca molto mobile, si prestano a una vasta gamma di espressioni.

Gli zoologi biologi e i primatologi, ritengono che la smorfia a denti superiori scoperti, sia una reazione di paura, mentre quella in cui tutti i denti si scoprono sia un invito al gioco. L’espressione facciale atteggiata a broncio sembrerebbe una espressione di interesse.

Infine, come accennato prima, sono tra le antropomorfe più abili manualmente e nell’utilizzo di utensili per scopi specifici.

Ad esempio possono usare un filo d’erba o un bastoncello per catturare le termiti o le formiche. Lo infilano nella loro tana, aspettano che queste si attacchino, e poi se lo passano tra le labbra, divorando con soddisfazione gli insetti.

Il gorilla ( Gorilla gorilla ) è di solito una scimmia tranquilla e socievole che si nutre di foglie e frutta. Nonostante l’aspetto enorme e gli atteggiamenti di sfida, raramente attacca, e lo fa solo a difesa del gruppo e dei cuccioli.

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Il gorilla non è geloso, ma non ama gli intrusi © Antonio Pellegrini

E’ il più grande tra i primati. Un maschio adulto pesa 155-190 kg e misura eretto 1,80-2,00 m. Una femmina pesa 90-120 kg e non reca la cresta ossea alla sommità del capo.

Di solito il gorilla cammina in postura quadrumane, tenendo le braccia tese verso il suolo e appoggiandosi al dorso delle dita flesse contro le palme. Talora, si sposta in posizione eretta, quando ad esempio il dominante si percuote il petto, durante un combattimento, ma solamente per pochi passi.

Solo caratteri secondari, differenziano le tre razze di gorilla.

Nell’Africa equatoriale, la più numerosa è quella del bassopiano occidentale ( Gorilla gorilla gorilla ), la meno nota è quella del bassopiano orientale ( Gorilla gorilla graueri ), la più conosciuta è quella montana ( Gorilla gorilla beringei ).

I gorilla, vivono in zone forestali circoscritte da fiumi, praterie o aree coltivate. Gli esemplari di montagna, sono circa 600 individui, mentre non si hanno dati sicuri per le razze di pianura.

Vivono in gruppi che vanno da un minimo di 16 membri, sino a un massimo di 30.

Ogni gruppo è guidato da un maschio. Il capo, di almeno dieci anni, ha un dorso grigio argenteo che ne denota l’età matura, e viene chiamato Silver back.

Il resto del gruppo è costituito da femmine, piccoli e giovani maschi che non hanno ancora raggiunto la piena maturità, riconoscibili per la schiena ancora nera.

Alcuni gruppi comprendono anche altri maschi dal dorso grigio, ma sono intrusi che spesso lasciano il gruppo.

Il maschio capo gruppo ogni giorno decide dove andare alla ricerca del cibo. Egli smette di mangiare e resta fermo, a gambe aperte, volto verso la direzione che vuol prendere. E gli altri gli stanno intorno, pronti a seguirlo dove lui desidera.

Ogni gruppo, rimane entro un territorio di 40 km2, in cui vaga senza meta. I territori di differenti gruppi a volte si sovrappongono e i rispettivi componenti cercano cibo insieme.

Può capitare che i gorilla più giovani si mescolino fra loro, mentre gli adulti si mantengono a rispettosa distanza. Alcuni gruppi tuttavia stringono rapporti di relativa amicizia.

Tra i gorilla le manifestazioni d’affetto sono meno calorose che tra gli scimpanzè. Talora una femmina poggia la testa contro il maschio capo gruppo o un giovane scivola sul suo dorso, ma raramente gli animali si ripuliscono reciprocamente o giocano tra di loro.

I gorilla si nutrono di sostanze vegetali : mangiano foglie, germogli, radici, cortecce e qualche volta anche frutta. Non hanno bisogno di bere, perché ricavano l’acqua dalle piante di cui traggono il nutrimento, dalla rugiada del mattino e dalle piogge frequenti nei periodi monsonici. Raccolto il cibo, lo spezzano con le mani e coi denti, trattenendo in bocca quanto gli piace e buttando via le parti meno buone.

I Gorilla di pianura ( Gorilla gorilla gorilla e Gorilla gorilla graueri ) trovano il cibo migliore nel folto sottobosco della foresta, che si trova lungo le rive dei fiumi o dove qualche albero è caduto. Per il Gorilla di montagna ( Gorilla gorilla beringei ) le aree più ricche di cibo sono invece le valli lussureggianti di felci e di liane e gli alti pendii coi loro succosi germogli di bambù.

La dieta, varia secondo i gruppi, anche se questi vivono in zone ove la vegetazione è sostanzialmente identica.

I gorilla, trascorrono la massima parte del loro tempo sul terreno. La struttura, pesante e massiccia degli adulti, specialmente dei maschi, li rende inadatti alla vita arboricola. Tuttavia i giovani gorilla, spesso, si arrampicano sugli alberi e, le femmine adulte, si fermano tra i rami a riposare e mangiare.

Questi costumi di vita, insieme alla lunghezza della loro braccia, fanno supporre, che milioni di anni fa gli antenati dei gorilla facessero vita arboricola.

In pianura i gorilla costruiscono i nidi principalmente sugli alberi, sebbene i maschi preferiscano non prepararli troppo alti da terra, tra il livello del suolo e un massimo di 5 m. Le femmine e i subadulti, possono costruirli anche fino a 18 m di altezza.

Sui monti, invece, dove gli alberi per meccanismi legati all’ecologia dei piani altitudinali sono più bassi che in pianura, i gorilla preparano i giacigli sul terreno.

I nidi sugli alberi, come quelli degli scimpanzè, vengono preparati con rami rotti, intrecciati a formare una sorta di piattaforma cava, concava, rotonda ed elastica. Tale capacità presente sia nei gorilla, come negli scimpanzè e negli orangutan, è sintomatica di un buono sviluppo psichico.

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Il solo vero nemico del gorilla è l’uomo. I maschi dominanti, con la schiena grigia, vengono detti Silver back © A. Pellegrini

I nidi costruiti a terra, sono invece fatti con poche manciate di foglie e riparati entro le macchie nel periodo delle piogge.

Ogni notte, vengono costruiti nuovi nidi. Il maschio dominante, lo prepara per primo. Gli individui più giovani, dormono solitamente con le madri, oppure in nidi costruiti vicino i loro.

Verso l’alba si svegliano, ma rimangono a poltrire per altre due ore circa. Defecano nel nido, ma gli escrementi non si appiccicano al corpo perché sono di consistenza dura e fibrosa, data la natura della dieta che li caratterizza.

I gorilla non si accoppiano di frequente e si riposano durante la copula, così da impiegarvi anche un’ora per completarla. Il maschio dominante non è geloso, e le sue femmine possono accoppiarsi con altri maschi ( poligamia ) sotto i suoi occhi senza provocare in lui alcuna reazione.

Il capo reagisce invece contro gli intrusi con un rituale complesso stereotipato, che comprende anche il famoso gesto intimidatorio di percuotersi il torace.

Questo gesto, rende il capo più ammirato e temuto, rafforzandone l’autorità.   In realtà il rituale è più complicato. Infatti, in presenza dell’intruso, il dominante lancia prima un urlo lento, poi deciso, e in posizione eretta strappa foglie e le butta in aria. Al culmine dell’esibizione il gorilla si batte il torace con le mani e contemporaneamente corre a destra e sinistra.

Poi, tenendosi carponi, si precipita nel sottobosco, spezzando rami e battendo il terreno con le mani. Se a questo punto, l’intruso non desiste andandosene via, subentra lo scontro fisico.

Tra i piccoli e le madri, vi è un forte legame : il piccolo gorilla, viene cullato dalla madre che lo porta in braccio fino all’età di tre mesi.

Il giovane inizia la sua vita indipendente solo quando la madre partorisce di nuovo, dopo tre o quattro anni.

Le femmine rimangono sempre nel gruppo in cui sono nate, mentre i maschi, una volta raggiunta la piena maturità, lo abbandonano per andarsene da soli o per unirsi a un gruppo vicino, dove, se il capo è ormai vecchio e debole, possono soverchiarlo rimpiazzandolo.

In genere il gorilla è un animale tranquillo, eccettuate le rare occasioni in cui si percuote il petto e con urla movimenta le sue liti.

Solitamente i gorilla, all’interno di un gruppo, si trovano a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, così che non devono urlare per rintracciarsi.

Talvolta, mentre raccolgono il cibo o mentre mangiano, emettono un sommesso grugnito, che si fa più alto se si tratta di richiamare qualche compagno che si è allontanato troppo, quando il gruppo si rimette in marcia.

Un maschio sorpreso dall’uomo ( ad esempio un biologo che lo sta osservando ) può emettere un alto e improvviso urlo di collera, ma se l’intruso ( come sempre accade ) si ritira, la carica è un bluff. Se invece rimane può subirne le conseguenze fisiche.

Il solo vero nemico del gorilla è l’essere umano. Alcune tribù africane ( ad esempio i Pigmei ) uccidono i gorilla per mangiarli o per salvare i raccolti dalle loro scorribande, mentre i bracconieri li catturano perché qualche stupido fomenta il mercato, comperando ad esempio mani di gorilla, da usare come porta posacenere, sulla scrivania dell’ufficio, magari vantandosi di esserne stato il cacciatore.

Oppure venivano ( ma questo oggi è totalmente vietato, come il bracconaggio in tutte le sue forme ) catturati vivi per essere venduti a istituti di ricerca biomedica, dove venivano usati per la sperimentazione farmacologica.

Oggi, data la deforestazione e la bassa prolificità in natura di questo animale, se ne contano solo poche centinaia di esemplari in libertà; risulta infatti una delle specie animali a più serio rischio d’estinzione, protetti mediante parchi naturali e riserve da biologi in collaborazione con i rangers locali. Per tale ragione i gorilla fanno parte a pieno titolo, purtroppo, della “Red list of endangered species” della IUCN.

Anche in questo caso i biologi zoologi nei giardini zoologici, zoopark, zoosafari, tentano mediante accoppiamento naturale o mediante tecniche d’inseminazione artificiale ( AI ) di poter ottenere delle nascite per il ripopolamento della specie, ma la cosa non è affatto semplice.  

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Il Lemur catta ha la taglia di un gatto e una lunga coda con 14 anelli bianchi © Dr Daniel Sanchez

Foresta malgascia, Madagascar

Isolati da 50 milioni di anni, nelle foreste tropicali-pluviali del Madagascar, i lemuri si sono potuti sviluppare perché liberi dalla competizione con varie scimmie, che in altre aree ne hanno determinato l’estinzione.

I lemuri sono primati arboricoli, aventi lontane affinità con le scimmie antropomorfe e l’essere umano.

I veri lemuri vivono solo nelle foreste del Madagascar, ma talvolta i biologi zoologi considerano come lemuri anche i galagoni e i potti dell’Africa continentale e i lori dell’Asia sudorientale.

Tutti vengono comunque classificati come proscimmie e primati inferiori.

Alcune specie di lemuri sono attive di giorno, altre di notte.

Molte, soprattutto quelle diurne, vivono in gruppi famigliari o in bande di 2-12 individui.

I lemuri notturni, sono assai diffusi nella savana boscosa; altre specie diurne, sono confinate in piccole aree. In genere, tra specie differenti non vi è competizione per il cibo, anche se i territori si sovrap- pongono.

Da quando l’uomo è comparso sull’isola, circa 2.000 anni fa, molte specie si sono estinte.

Una si arrampicava come gli oranghi del Borneo e Sumatra, un’altra correva sul terreno come i babbuini, la più grande toccava le dimensioni dello scimpanzè.

Gli antropologi e archeologi, che hanno compiuto scavi a scopo storico in Madagascar, hanno rinvenuto ossa di lemuri insieme a vasellame primitivo, forse lo stesso entro i quali quelle popolazioni umane estinte, cucinavano i lemuri.

Esistono tre famiglie di lemuri : i Lemuridi ( Lemuridae, 15 specie ), gli Indri e Sifaka ( Indriidae, 4 specie ) e i Daubentonidi ( Daubentoniidae, una sola specie ). In tutto 20 specie, derivanti da un esiguo gruppo ancestrale che si è sviluppato occupando i diversi habitat del Madagascar, dopo aver raggiunto l’isola circa 50 milioni di anni fa, forse su legname alla deriva.

Gli antenati dei lemuri vissero nell’Africa continentale, in Europa e in America del Nord fino alla comparsa delle scimmie, che probabilmente ne provocarono l’estinzione.

Ma nel Madagascar, isolati e liberi da ogni competizione, i lemuri si sono stabiliti in quelle nicchie ecologiche, che in altre aree zoogeografiche sono state occupate da altri mammiferi.

Le dimensioni dei lemuri variano da quelle del Microcebo murino ( Microcebus murinus ), poco più grande di un topo, fino a quelle dell’Indri ( Indri indri ), che misura circa 90 cm. E’ il più grande lemuro conosciuto al mondo e il solo senza coda. Sta diventando sempre più raro man mano che scompare la foresta dove vive.

I lemuri, si nutrono di frutti e di foglie, specialmente di Tamarindo ( Tamarindus indica ). Alcuni completano la dieta con insetti e piccoli vertebrati ( sauri, anfibi, roditori, pipistrelli ). Sebbene proscimmie e primati inferiori, sono in grado di percepire i colori, come l’essere umano e tutti gli altri primati, gli uccelli e pochi altri mammiferi. Ciò li aiuta a scegliere il compagno o la compagna, dato che le varie specie, si distinguono per colorazioni diverse. Quelle diurne, presentano una vasta gamma policroma di colori : bianco, rosso, bruno, giallo.

A differenza delle scimmie, i lemuri sono attivi sessualmente solo una volta l’anno. Nel caso del Maki (Lemur catta), un lemuride grosso quanto un gatto e diffuso dall’Ovest al Sud-Ovest dell’isola, il periodo riproduttivo è uno dei più brevi tra tutti i mammiferi. Dura appena due settimane all’anno e le femmine restano in estro solo per un giorno.

Prima del periodo riproduttivo, il maschio ha un violento accesso di aggressività che si manifesta con zuffe, inseguimenti e violente risse.

In queste lotte i maschi si affrontano, agitando la grossa coda o un rametto, dopo averli bagnati con la propria secrezione odorosa. Bisogna a tale proposito far presente che, sia nei lemuri che nei maki, esistono ghiandole odorifere alla base della mano ( polso ), mentre i piedi recano una lunga unghia pulitrice. Questi tornei simbolici cessano quando la femmina va in calore. Allora i maschi lottano veramente, colpendosi coi lunghi canini. Finito lo scontro, il vincitore si accoppia con la femmina.

I propitechi, chiamati dagli indigeni “Sifaka”, sono grandi lemuri che raggiungono il metro, compresa la coda, della famiglia degli Indriidae. Se ne conoscono due specie: il ( Propithecus verreauxi ) sono endemico delle foresta di Verreaux e presente nell’area Nord-Occidentale dell’isola, e il Propithecus coronatus, che abita le foreste pluviali orientali.

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Il Propithecus verreauxi è lungo circa un metro, coda inclusa © Françoise Manforti

I sifaka sono in genere assai più docili dei Maki ( Lemur catta ). Raramente accendono zuffe in seno ai gruppi, ma invece si esibiscono in combattimenti rituali con i membri di altri gruppi per la difesa del proprio territorio, che si estende per circa 12 ha per un gruppo di 5 lemuri. Essi contrassegnano i loro territori, sia con secrezioni odorose, sia mediante orinazione.

Quando abbandonano la foresta, il che avviene assai raramente, i propitechi avanzano a saltelli sul terreno, dritti, appoggiandosi a piedi uniti e sollevando le braccia ad ogni salto. Il legame sociale, che unisce gli individui di un gruppo è la pulizia reciproca, che stimola la dinamica di socializzazione mediante contatto. I membri passano infatti parte del loro tempo grattandosi e pettinandosi l’un l’altro coi loro pettini dentari, che ripuliscono con un singolare "spazzolino".

Si tratta di una struttura frangiata, posta sotto la lingua, detta struttura sublinguale, che l’animale spinge in avanti quando deve ripulire i pettini dentari dal pelo.

Il cucciolo di sifaka si mantiene attaccato al dorso materno durante l’infanzia. Comincia a camminare solo quando ha 6 settimane di vita post-natale, ma rimane comunque attaccato alla madre per circa 5 mesi.

Nei lemuri, in particolare in Lemur catta , si è osservato un fenomeno, presente in tutti i primati, chiamato dai biologi " Consapevolezza affettiva ".

Quando durante un periodo di forte siccità un branco di katta si sposta alla ricerca di una sorgente d’acqua, può accadere che una madre col cucciolo ormai quasi completamente disidratato si trovi di fonte a una scelta affettivamente difficile.

Dopo una sosta per rifocillarsi, il gruppo riparte, ma il piccolo non ha più la forza per mantenersi aggrappato al dorso materno.

Il branco è ormai in marcia, la madre tenta di raccogliere il piccolo che non può tenere in braccio, poiché il tipo di deambulazione che caratterizza questi animali, gli impegna tutti e quattro gli arti.

La forza selettiva e di sopravvivenza obbliga istintivamente la madre a raggiungere il gruppo alla ricerca dell’acqua per sopravvivere, ma la femmina, che vede e sente il cucciolo caduto a terra emettere deboli lamenti, torna indietro almeno sei volte, cercando di spronarlo, consapevole che lo sta perdendo.

Quanto osservato è segno che anche nei primati non così sviluppati evolutivamente, come le proscimmie, esiste una coscienza affettiva, quella che fu definita " Consapevolezza affettiva " dai biologi zoologi presenti all’evento, che si presero cura del piccolo, salvandolo .

La maggior parte dei lemuri di piccola taglia, sono animali notturni.

I microcebi, ad esempio, trascorrono il giorno in nidi o vivono sugli alberi. Sono animali sociali, e se ne trovano sino a 15 in un solo nido.

Se ne conoscono tre specie: il Microcebo murino ( Microcebus murinus ) delle regioni meridionali del Madagascar, il Microcebo rosso ( Microcebus rufus ) delle zone settentrionali e orientali, e infine il Microcebo Coquerel ( Microcebus coquereli ) del Madagascar nordoccidentale.

I chirogalei, assai più piccoli degli scoiattoli, sono i primati che cadono in letargo. Il Chirogaleo medio, detto anche Lemuro nano ( Cheirogaleus medius ), endemico dell’area centro-sudoccidentale, cade infatti in letargia estiva per varie settimane. Presenta un ingrossamento alla base della coda, in cui immagazzina i grassi di deposito che servono a nutrirlo in luglio-agosto, durante la stagione arida, quando la sua attività cessa e cade in riposo estivo ( estivazione ). E’ un animale solitario e notturno, raramente visibile di giorno.

Il Chirogaleo maggiore ( Cheirogaleus major ) endemico della fascia orientale dell’isola, ha invece solo un letargo di pochi giorni.

Il Lepilemuro mustelino ( Lepilemur mustelinus ), a differenza degli altri lemuridi, non corre su tutte e quattro le zampe, ma salta sulle posteriori come gli indridi. Infine, il più bizzarro di tutti i lemuri, è l’Aye-aye, che appartiene a una famiglia a sé stante, quella dei Daubentonidi ( Daubentoniidae ).

Ha le dimensioni di un gatto, e orecchie enormi, simili a quelle dei pipistrelli. Denti incisivi, come i roditori, e il terzo dito delle mani, lungo e sottilissimo, armato di una unghia lunga e ripiegata, che gli serve per estrarre, dai vecchi rami o dai tronchi, le larve che rodono il legno.

La tecnica consiste nel percuotere il tronco, circa otto volte al secondo. La differenza di densità sonora, determinata dalla presenza della larva, viene percepita dal fine udito dell’animale, che l’individua, la cattura e se la mangia.

L’aye-aye ( Daubentonia madagascariensis ) è uno dei mammiferi più rari al mondo. Una volta viveva in tutte le foreste del Madagascar. Oggi ne sono rimasti circa 50 esemplari soltanto, presenti nelle foreste pluviali costiere dell’isola africana. Ovviamente fa parte della Red list of Endangered Spescies della IUCN.

In ultimo il Varecia variegatus, è un lemure, non molto studiato perché di non facile osservazione. Presenta disegni neri oppure rossi sul manto, e misura 90 cm più altrettanti di coda: dimensioni notevoli per un lemure. Abita in piccoli gruppi le foreste pluviali orientali del Madagascar.  

Foreste tropicali del Centro e Sud America

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Una scimmia urlatrice (Alouatta palliata) si nutre sugli alberi della foresta © Robert Pelazza

La somiglianza in termini ecotipici delle foreste tropicali del Nuovo e Vecchio Mondo è stata la causa della parallela evoluzione di due gruppi di scimmie, non stret- tamente affini, ma simili tra di loro.

Le scimmie dell’America centro meridionale, vengono riunite in due famiglie: i Cebidi ( Cebidae ) e i Callitricidi ( Callitrichidae ), le più antiche del Nuovo Mondo.

Nessuna delle due famiglie ha strette affinità con quelle del Vecchio Mondo, sebbene i loro membri si assomiglino nell’ aspetto, in quanto, come detto, si sono adattati a vivere in biotopi assai simili.

Le scimmie del Nuovo Mondo differiscono da quelle del Vecchio per tre importanti caratteri : hanno tre denti premolari per ogni lato di ogni mascella e non due; il pollice non è opponibile, cioè non si ripiega contro il resto della mano, così che, quando afferrano un oggetto, lo tengono tra le dita e il palmo; ed hanno larghe narici laterali distanti e oblique, anziché centrali e poste in basso, come in uno scimpanzè o in un gorilla. Questa differenza, conferisce il nome a tutto il gruppo delle scimmie del Nuovo Mondo, denominate appunto Platirrine ( Platyrrhini, ovvero dal naso piatto ).

Tutte le scimmie dell’America centromeridionale sono arboricole, reperibili solo nelle foreste, e nessuna di esse ha la coda ridotta come nei babbuini e i macachi del Vecchio Mondo che fanno vita terragnola.

I callitricidi, di cui esistono 21 specie, sono i soli primati superiori che hanno artigli anziché unghie piatte. Agili arrampicatori, salgono sugli alberi come scoiattoli, conficcando i lunghi artigli entro le cortecce degli alberi, invece d’aggrapparsi ai rami con le mani e coi piedi come fanno le altre scimmie.

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Il Saimiri sciureus è detto scimmia scoiattolo © Giuseppe Mazza

Hanno corpi snelli, flessibili e lunghe code prensili. Sul terreno, camminano con le mani e coi piedi.

Queste scimmie, si assomigliano fra di loro per struttura e per abitudini, assai più dei membri della famiglia dei cebidi, che al contrario formano un gruppo poco omogeneo.

I parti multipli in questi animali sono la norma, e gran parte delle specie vivono in gruppi famigliari.

Per queste ragioni la famiglia dei callitricidi è generalmente considerata la più antica delle scimmie del Nuovo Mondo.

Quasi tutte le scimmie del genere Callithrix misurano poco più di 50 cm, di cui una trentina spettano alla lunga coda, e presentano lunghi denti inferiori, con cui si ripuliscono il bel manto sericeo.

Gli Uistiti si dividono in due generi : Callithrix, 3 specie e Cebuella, una specie.

L’Uistiti dai ciuffi bianchi ( Callithrix jacchus ) vive nella parte più alta delle chiome degli alberi. Si nutre soprattutto d’insetti, ma anche di frutti e foglie. Di notte la sua temperatura corporea scende di 1° C, fatto unico tra le scimmie.

Gli uistiti, vivono in gruppi famigliari, formati ciascuno da una coppia di genitori coi piccoli.

Il maschio marca il suo territorio con l’odore delle ghiandole scrotali che strofina contro i rami. Minaccia i maschi vicini, sollevando e abbassando rapidamente i ciuffi delle orecchie e inarcando il dorso.   La riproduzione, avviene in qualsiasi momento dell’anno. Durante il corteggiamento, il maschio si esibisce camminando a dorso inarcato, facendo schioccare le labbra e tirando fuori la lingua.

I componenti della coppia si leccano il pelo e si ripuliscono a vicenda, delicatamente, usando gli incisivi inferiori.

Dopo una gestazione di circa 5 mesi, nascono i piccoli, in genere due, talora anche tre, raramente uno solo.

Vengono portati in braccio dal maschio e consegnati alla madre solo per l’allattamento.

I giovani cominciano a camminare da soli intorno alle tre settimane di vita post-natale, rendendosi completamente indipendenti a 5 mesi di vita.

L’Uistiti di Geoffroy ( Callithrix geoffroyi ) è una graziosa scimmietta con faccia bianca che passa gran parte del tempo a ripulirsi il pelo.

L’Uistiti pigmeo ( Cebuella pygmaea ), che afferisce al genere Cebuella, è la più piccola scimmia vivente : lunga poco più di 13 cm, con una coda di circa 20 cm. Non ha ciuffi sulle orecchie e il pelo della testa, ricadendo all’indietro a mo’ di capelli, nasconde le orecchie.

La femmina, partorisce sempre due piccoli, che vengono portati in braccio dal padre e consegnati alla madre solo per l’allattamento.

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Il Saimiri sciureus ama le foreste ricche di liane © Giuseppe Mazza

In sostanza negli uistiti si osserva che le cure parentali sono più un compito del padre che della madre, a differenza di quanto general- mente accade nel Regno animale.

Gli uistiti, sono endemici delle foreste tropicali del centro America ( soprattutto Messico, Costa Rica e Panama ) e delle foreste del Sud America ( Bolivia, Perù, Brasile, Colombia, Uruguay ).

Le scimmie Leonine ( genere: Saguinus, 13 specie; genere: Leontideus, 3 specie ) sono di statura maggiore, poiché corpo e coda misurano fino a quasi 40 cm ciascuno. La folta criniera e il colore rossiccio del pelo le hanno conferito questo nome.

I piccoli, vengono portati dal padre, nascosti nel lungo e folto pelo, fino a 6-7 settimane di vita post-natale e vengono ceduti alla madre solo per essere allattati.

Le specie del genere Saguinus sono nervose e aggressive, ricono- scibili per il pelo bianco, attorno la bocca ( in molte specie ) e per la mancanza dei lunghi incisivi.

La Mida ( Saguinus midas ) vive nella valle del basso corso del Rio delle Amazzoni. E’ attiva dal primo mattino e si nutre nei bassi strati degli alberi.

Con l’avanzare del giorno, quando la temperatura si alza, la mida si arrampica nell’ombra densa della volta della foresta, compiendo, tra i rami, balzi lunghi anche più di 7 m.

Le mide vivono in gruppi famigliari formati dai genitori e dai figli, fino a 4, su un territorio che difendono con alte e acute grida.

Il grazioso Edipo, scimmia leonina del genere Saguinus, come la specie Saguinus oedipus dalle orecchie dentellate e dalla candida cresta di pelo sul capo, è poco più grande delle specie affini e anch’esso spicca lunghi balzi tra i rami.

Riposa al sole, giacendo sui rami a faccia ingiù, con le braccia e le gambe penzoloni. Quando si rialza cammina eretto. Anche questa specie vive in gruppi famigliari, formati da genitori e figli, su un territorio la cui difesa è affidata alla femmina adulta. Gli animali si ripuliscono l’un l’altro con la lingua.

Durante il corteggiamento, la femmina eccita il maschio orinando sulla sua propria coda e cospargendola con la secrezione emessa da una ghiandola posta alla base della coda stessa. Nascono generalmente due piccoli per volta.

Alle leonine del genere Leontideus, appartiene la Leontideus rosalia.

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Un Uistitì dai pennacchi bianchi ( Callithrix jacchus ) © Giuseppe Mazza

Il callimico ( genere Callimico, una specie ) sembra presentare caratteri comuni tra la famiglia delle Callitrichidae, le più primitive del Nuovo Mondo, e la famiglia dei Cebidae, e può dunque essere considerato l’anello di congiunzione delle due famiglie.

E’ generalmente tutto nero, e come altre scimmie leonine vanta una lunga criniera attorno il capo.

Come accennato, assomiglia ai membri della famiglia dei Cebidae. Presenta anche lui un terzo molare, e la femmina partorisce, in questo caso, un solo piccolo per volta. I figli vengono portati esclusivamente dalla madre fino a circa tre settimane di vita, quindi, e solo allora, vengono portati dai maschi. Un esempio ci è fornito dal Callimico goeldii.

Sia le leonine del genere Saguinus, che Leontideus, come i Callimico, sono zoogeograficamente endemiche delle foreste tropicali del Sud America, in particolare Bolivia, Perù, Uruguay, Venezuela, Colombia, Brasile.

I membri di tutti questi generi, presentano code prensili estrema- mente lunghe, con estremità flessibili e simili a dita, tanto che si può addirittura parlare d’ " impronte digitali " !

La famiglia dei Cebidae presenta membri che hanno una radiazione maggiore, perché ecofisiologicamente più adattabili.

Si trovano in quasi tutte le foreste tropicali del Sud America, dalla Colombia al Venezuela, al Brasile ( foresta Amazzonica ), al Perù, Argentina, Uruguay e Paraguay.

Questa famiglia comprende alcune delle più grandi e rumorose scimmie del Nuovo Mondo, in particolare del Sud America, come le scimmie urlatrici, i cui vocalizzi si percepiscono fino a 5 km di distanza.

La famiglia dei Cebidae comprende 26 specie di scimmie sudamericane, ciascuna adattata a un particolare tipo di vita.   Sono in genere, scimmie più grandi dei callitricidi, hanno dita relativamente appiattite, munite di unghie invece che di artigli. Le femmine partoriscono un solo piccolo per volta ( specie monotoche o monovulari ).

Inoltre vantano nei loro ranghi l’unica scimmia notturna del mondo e varie specie caratterizzate da una coda prensile. I titì o callicebi ( genere Callicebus, 3 specie ) come il Callicebus moloch, vivono nel bacino del Rio delle Amazzoni, nel folto della foresta.

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Il Cacajao rubicundus è un agile arrampicatore © Giuseppe Mazza

Il Callicebus moloch assomiglia agli uistiti per la posizione assunta sui rami, con gli arti e la coda penzoloni. Queste scimmie vivono in coppie e dormono con le code intrecciate. Costituiscono territori di caccia, che difendono dai consimili. Ogni coppia, col piccolo di solito portato dal maschio, emette all’alba, prima del pasto, un lungo grido lamentoso.

I Duruculì o Aoto ( genere Aotus, una specie Aotus trivirgatus ), l’unico primate superiore a costumi di vita notturni, ha grandi occhi e ciglia bianche, chiamata anche scimmia gufo per la comunanza di espressione con questo strigiforme.

Attivo all’alba e al tramonto, si nutre di frutti e di insetti. Vive sugli alberi a 25 m dal suolo, e non scende mai sotto i 2,50 m. I duruculì vivono in coppie maschio-femmina ed i maschi prendono a pugni gli intrusi. Marcano il territorio spandendo orina sugli alberi.

Le Pitecie e Saki ( genere Pithecia, 2 specie ) ad esempio il Saki a testa bianca ( Pithecia pithecia ) e la Pitecia monaca ( Pithecia monachus ), gli Uakari ( genere Cacajao, 3 specie ) come l’Uakari rosso ( Cacajao rubicundus ) e l’Uakari calvo ( Cacajao calvus ) e i Satanassi o Chiropoti ( genere Chiropothe, 2 specie ) come il Satanasso ( Chiropotes satanas ) e il Satanasso dal naso bianco ( Chiropotes albinasus ), hanno tutti pelo ruvido, denti canini e incisivi inferiori assai sviluppati.

La Pitecia monaca ( Pithecia monachus ) deve il nome al cappuccio di lunghi peli che le scende anteriormente sulle spalle. Il Satanasso ( Chiropotes satanas ), e quello dal naso bianco ( Chiropotes albinasus ), hanno barba e ciuffi attorno la faccia.

I piteci e satanassi detti Saki, come il Saki a testa bianca ( Pithecia pithecia ), hanno lunghe code prensili.

L’Uakari calvo ( Cacajao calvus ), un agile arrampicatore, ha coda breve e manto ispido, faccia e capo quasi nudi, la testa è simile a un teschio, e non presenta strati adiposi sulla faccia e sul capo. La faccia è rosa in una razza, mentre è rossa in un’altra.

Le scimmie scoiattolo ( genere Saimiri, due specie ) come la Saimiri sciureus, un insettivoro che si nutre anche di fiori e bacche, hanno faccia bianca, con cappucci e musi neri. Vivono soprattutto nelle fasce di foresta lungo i fiumi, in gruppi che contano sino a 500 individui, organizzati secondo il sesso in determinati ranghi. Quando mangiano, attorcigliano le code attorno ai rami per sostenersi.

Tuttavia le loro code non sono veramente prensili. Le scimmie scoiattolo infatti non possono appendersi con le code, come i cebi ( genere Cebus, 4 specie ), più grossi e robusti.

Il Cebus apella è detto Cebo dai cornetti o Ciuffetti per la presenza sul capo di peli irti che formano i cornetti laterali. E’ una scimmia molto intelligente, presente nelle foreste lungo i fiumi e in prossimità degli estuari, dove il fenomeno ciclico delle maree è più evidente.

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Un’Alouatta seniculus lancia il proprio urlo nella foresta © Giuseppe Mazza

Riesce a leggere tale fenomeno geofisico, e a prevedere la bassa marea, che riducendo il livello del fiume le permette di raccogliere i molluschi sotto le pietre.

La presenza di una consistenza psichica di buon livello in questi animali, la si osserva anche da un loro curioso compor- tamento alimentare.

Non avendo mandibole, mascelle o denti robusti come i macachi giapponesi, per rompere le valve dei molluschi, le strofinano e le battono ripetutamente su un tronco d’albero. Questo non basta certo a romperle, ma a lungo andare allenta la contrazione muscolare del mollusco, che alla fine è costretto ad aprire le valve e a farsi mangiare.

Le altre specie del genere Cebus, note come cappuccini ( Cebus capucinus ), non hanno ciuffi, ma una specie di caratteristico berretto nero formato da peli più lunghi. Sono noti anche come scimmie dalle code ad anello, perché portano la coda arrotolata mentre camminano sui rami.

Appena nato il piccolo si aggrappa al pelo del ventre materno, ma quando è abbastanza forte si stabilisce su dorso della mamma.

Vivono in gruppi, che contano in media fino a 50 individui, nelle foreste dell’America centrale e meridionale.

Le scimmie lanose ( genere Lagothrix, 2 specie ) hanno anch’esse una coda prensile. La più comune, il Lagotrice ( Lagothrix lagothricha ), vive in gruppi numerosi tra le cime emergenti al sommo della foresta, di solito in prossimità di zone acquitrinose.

Le scimmie ragno ( genere Ateles, 2 specie ) hanno corporatura più esile di quella delle affini scimmie lanose.

Eccettuata l’ Ateles arachnoides, l’altra specie ( Ateles paniscus ) ha pelo ispido, e mancando di pollici deve aggrapparsi ai rami con solo quattro dita. In compenso ha la massima espressione di coda prensile, che usa come un quinto arto, compensando il dito mancante nelle mani. Tale coda ha la punta flessibile, con un’area nuda terminale che porta una vera e propria impronta digitale, simile a quella delle dita delle mani o dei piedi.  Assicura una fortissima presa, e gli animali possono penzolare tranquillamente a testa in giù, aggrappati con la coda a un ramo robusto.

Le scimmie del genere Ateles possono camminare per brevi tratti erette sul terreno o a carponi. Dormono in gruppi di 100 individui e si disperdono di giorno in cerca del cibo. Comunicano tra loro mediante grida acute e scoraggiano gli intrusi mediante profondi brontolii o lanciando rami e feci.

Le scimmie urlatrici ( genere Alouatta, 5 specie ), tra cui troviamo Alouatta villosa, hanno nella gola un apparato faringeo eccezionalmente sviluppato, tanto da far apparire gonfio il collo. Possono emettere fortissime grida, percepibili fino a 5 km di distanza !

Le urlatrici, vivono in bande di una ventina di individui, comprendenti circa 2 maschi adulti ogni 7 femmine. In genere si tengono ai rami più alti, passando da un ramo all’altro mediante un ponte, fatto con le mani da un parte e coi piedi e la coda dall’altra.

Quando due bande casualmente s’incontrano, scoppia una battaglia vocale. Se poi nel territorio entrano intrusi, questi sono accolti da un getto di rami, orina e feci.

Attive di giorno, si nutrono di vegetali, insetti, uova di uccelli e rettili e piccoli vertebrati, anfibi, sauri, uccellini.

I piccoli di queste scimmie, che passano l’infanzia appesi al pelame materno, dipendono dalla madre fino al decimo mese di vita post-natale.

Africa del Nord, savane e praterie dell’Africa subsahariana

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La Macaca sylvana, presente a Gibilterra, è l’unica scimmia europea © G. Mazza

Abbiamo più volte detto come la maggior parte dei primati ( proscimmie, scimmie, scimmie antropomorfe ) del Vecchio e Nuovo Mondo siano endemici di biotopi a foresta tropicale-pluviale sempre verde, caratteristica che li accomuna e determina caratteristiche morfologiche simili, pur essendo specie diverse che vivono a migliaia di chilometri di distanza.

Benchè l’evoluzione delle scimmie si sia prevalentemente svolta nelle foreste, otto specie hanno invaso l’ambiente della savana adattandovisi, mentre una vive nel Nord Africa, in biotopi a bush-boscosi e rocciosi come alle pendici dell’Atlante marocchino.

Si tratta della Bertuccia ( Macaca sylvana ), l’unica scimmia appartenente alla fauna mediterranea, presente in particolare negli altipiani boscosi del Marocco, Algeria, Tunisia e Rocca di Gibilterra, ove la loro presenza si pensa sia stata determinata dalla fuga di esemplari nordafricani.

Per la loro natura affettuosa verso l’uomo, e il facile addomesticamento, le bertucce venivano infatti spesso imbarcate come animali da compagnia sulle navi commerciali che dal Nord Africa facevano rotta a Gibilterra.

E’ probabile che alcuni esemplari fuggendo ( specie ferali ) si siano ben adattati alla vita sulla Rocca, che ha un clima e una geografia fisica molto simile a quella delle loro terre d’origine.

L’alto tasso di prolificità ha fatto il resto, tant’è che ancora oggi le bertucce di Gibilterra sono una delle principali attrattive faunistiche di questo piccolo lembo di terra inglese.

I reali di Inghilterra vi trascorrevano spesso le vacanze, trovando i simpatici animali, come un elemento essenziale, che rendeva l’ambiente ancora più esotico di quanto già non fosse.

Durante i primi anni ’50, una patologia infettiva, probabilmente trasmessa da uccelli ( ornitosi ), determinò un repentino calo di queste scimmie, e immediatamente Wiston Churcill, l’allora primo ministro inglese, fece importare numerosi esemplari di bertuccia dal Nord Africa, poiché la loro assenza avrebbe reso la Rocca di Gibilterra meno caratteristica e meno soddisfacente per i reali ( God Save the Queen ! ).

La Macaca sylvana è priva di coda, ed è questa l’unica caratteristica che la fa somigliare alle grandi scimmie antropomorfe, dalle quali, per altro, differisce totalmente.

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Macaca sylvana col piccolo © Giuseppe Mazza

E’ simile alle scimmie dell’India, del Sud-Est asiatico e dell’Africa subsahariana.

Come molte scimmie la bertuccia è socievole, anche se soggetta, come accade per vari cercopitechi, a improvvisi scatti d’ira associati a salti e grida.

Vive in piccoli gruppi che si spostano in regioni rocciose e boscose in cerca di cibo animale ( insetti, piccoli sauri, uccelli, uova sia d’uccelli che di rettili ) e vegetale ( germogli, piante, fiori, bulbi ).

Delle otto specie sopra citate, che vivono nelle aree a savana presenti in tutta l’Africa subsahariana, nell’Africa occidentale, orientale e del centro-sud, cinque sono cinocefali: l’Amadriade ( Papio hamadryas ), il Babbuino propriamente detto o Babbuino giallo ( Papio cynocephalus ), il Babbuino verde o Anubi ( Papio anubis ), il Babbuino di Guinea ( Papio papio ) e il Babbuino nero o Sciacma ( Papio ursinus ).

Di queste cinque specie, l’amadriade preferisce vivere nelle regioni rocciose-aride.

I babbuini sono le scimmie più diffuse in Africa, e alcuni biologi le ritengono in realtà razze di una singola specie, l’Amadriade ( Papio amadryas ).

Le altre tre specie sono cercopitechi, chiamati anche vervet, patas e grivet in Kenya.

Si tratta della Scimmia rossa ( Erythrocebus patas ), che abita le steppe e le savane erbose a sud del Sahara; del Cercopiteco grigio-verde ( Cercopithecus aethiops ), che vive ai confini tra la foresta e la savana; e dei Gelada, detti anche Babbuini gelada ( Theropithecus gelada ), diffusi nelle praterie temperate sulle montagne etiopiche.

La somiglianza tra le amadriadi e i gelada ( corpo ricoperto da lunghi peli ) sono un adattamento a condizioni di vita ecologiche simili, più che a una vera e propria parentela.

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Cura corporea fra Macaca sylvana © Giuseppe Mazza

Tutti i babbuini della savana, formano grandi gruppi con numerosi maschi, mentre non si trova che un solo maschio nei gruppi di amadriadi, gelada e scimmie rosse.

Questa riduzione, corrisponde senza dubbio, a un adattamento di vita in un ambiente arido. Siccome un maschio può fecondare qualsiasi numero di femmine ( poliginia ), tutti gli altri sono eliminati dal gruppo e abbandonati alla loro sorte. La presenza di più maschi è infatti possibile solo dove sono presenti abbondanti risorse trofiche.

Il numero di babbuini in un branco è molto variabile. In media di 27 nelle regioni aride dell’Africa sud- occidentale, di 46 in Rhodesia e di 80 nel Parco Nazionale di Amboseli, in Kenya.

Durante gli spostamenti da un territorio all’altro, i maschi dominanti del gruppo e le femmine coi piccoli procedono al centro del branco; i maschi di rango inferiore e i giovani di entrambi i sessi si trovano intorno, sempre pronti a dare l’allarme, come sentinelle, in caso di pericolo.

Ogni gruppo dispone di un territorio attorno agli alberi sui quali i babbuini dormono la notte.

Di giorno essi scendono a terra, vagando nella savana in cerca di semi, erbe e frutta. Nella stagione secca, possono scavare fino a 25 cm di profondità per cercare bulbi e radici. Quando il cibo vegetale è scarso, mangiano insetti, sauri, uova di rettili e uccelli, e presso qualche gruppo d’individui specializzati uccidono lepri, uccellini, sauri e anche giovani gazzelle o fenicotteri.

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Papio anubis col piccolo © Giuseppe Mazza

Tutti i maschi adulti, dominano le femmine.

Tra queste non esiste una gerarchia permanente, ma una femmina col piccolo acquista temporaneamente un rango più elevato ( periodo dell’allattamento ).

Negli sciacma, i cuccioli si mantengono attaccati alla pancia della madre, nelle prime 5 settimane di vita post-natale, poi cavalcano sulla schiena.

Tra i maschi di babbuini, la gerarchia è rigida, anche se può capitare che due maschi si uniscano contro un terzo, che a sua volta li domina singolarmente.

Quando la gerarchia è ben stabilita, il maschio dominante, che il più aggressivo e vigoroso, ha praticamente il monopolio degli accoppiamenti con le femmine in calore e pertanto, il padre dell’80% dei giovani della generazione successiva.

Gli altri maschi, sono liberi d’accoppiarsi con femmine immature o non in calore.

I maschi giovani sono estremamente combattivi, perché tentano spesso di farsi avanti nella gerarchia sociale.

Gli amadriadi hanno una loro particolarità sociobiologica.

Il branco è diviso in gruppi, comprendenti ciascuno un solo maschio adulto e fino a sei femmine, mentre i maschi scapoli formano un gruppo a parte.

Di giorno, i gruppi vanno in cerca di nutrimento separatamente, ma di notte, si riuniscono per dormire.

Le femmine seguono il maschio, che resta tutta la vita con le compagne con cui si accoppia.

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Papio anubis © Giuseppe Mazza

Nelle altre specie, sono i maschi che seguono le femmine e la coppia dura soltanto finchè la femmina è in calore.

Le amadriadi maschi impediscono a maschi estranei d’impadronirsi delle femmine di loro proprietà. Però non sono affatto gelosi dal punto di vista sessuale.

Infatti, il maschio dominante permette a un giovane di due anni, di accoppiarsi con femmine di tre-quattro anni.

A tre o quattro anni di età il maschio di amadriade comincia a formare il suo branco, allontanando una giovane femmina dalla madre.

Due anni più tardi adotta orfani d’entrambi i sessi e finalmente si trova una femmina definitiva.

Quando questa è in calore, i due si accoppiano, e la loro unione diventa insieme sessuale e sociale.

L’amadriade maschio, quando incontra una femmina estranea, cerca di incorporarla nel suo branco, ma non tenta d’accoppiarsi con essa immediatamente.

Quando un maschio muore, o perde in combattimento il diritto alle femmine, queste si mettono a seguire l’altro maschio, talvolta ancora scapolo.

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Papio ursinus © Giuseppe Mazza

I maschi di amadriade, come per gli altri babbuini, sono molto protettivi verso la prole, che accudiscono con devozione.

Se un piccolo viene minacciato da un altro membro del gruppo o da un predatore, mostrano i formidabili canini, grandi come quelli di un leone, che usano se necessario.

Se un giovane maschio si rende conto che il dominante del gruppo è troppo forte, gli si sottomette, mostrandogli le callosità del posteriore, nella stessa posizione che assumono le femmine in calore per stimolare i maschi all’accoppiamento.

Durante gli spostamenti, può accadere che una femmina dell’harem non segua abbastanza da vicino il maschio dominante, quest’ultimo può allora morderla per richiamarla all’ordine, ottenendo subito obbedienza.

I Gelada ( Theropithecus gelada ), come gli amadriadi, formano vari gruppi dominati da un solo maschio, e questi a loro volta si uniscono per formare branchi più grandi.

Tuttavia i rapporti tra i membri sono diversi nelle due specie, sia all’interno di ciascun gruppo, che tra i vari gruppi formanti il branco unificato.

Un ordine gerarchico si stabilisce tra le femmine di gelada: ognuna sorveglia quella di rango immediatamente inferiore, e fa di tutto per tenerla lontana dal maschio.

Di conseguenza la probabilità di riprodursi diminuisce secondo l’ordine di dominanza, mentre le femmine del Babbuino giallo ( Papio cynocephalus ) hanno tutte uguali possibilità di lasciare discendenti.

Le Scimmie rosse ( Erythrocebus patas ) vivono in gruppi formati da un maschio e fino a 10 femmine coi piccoli.

I gruppi hanno un territorio di 50 km2 ciascuno e s’incontrano raramente.

In genere non percorrono più di 800 m al giorno, in cerca d’insetti, uova di uccelli e rettili, e frutta.

Tra le femmine esiste una certa gerarchia: la femmina dominante dirige gli spostamenti di tutto il gruppo.

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Papio hamadryas © Giuseppe Mazza

Riproduzione a parte, la funzione del maschio è quella di sentinella.

Vive distaccato dal gruppo, e in caso di pericolo, quando vede un leopardo, una iena, un licaone o un ghepardo, proteggere il gruppo, segnala il predatore con strilli, salti, e scuotendo i rami, e lo distrae mentre il branco fugge.

Questo distacco del maschio dal resto del gruppo, e la mancanza di contatto tra i diversi gruppi, rappresentano casi unici tra i primati.

Le scimmie rosse si appoggiano sulla coda per vedere sopra le erbe alte.

Sono molto ben adattate alla vita terragnola, avendo arti lunghi, dita corte e il corpo sottile come quello di un levriero.

Per tali caratteristiche, sono agili e veloci.

I maschi pesano circa 13 kg, le femmine circa 5-7 kg.

Il mantello rosso scuro, eccetto le parti inferiore e posteriore, che sono bianche nel maschio adulto e rosa in tutte le femmine e nei subadulti.

I cercopitechi verdi ( Cercopithecus aethiops ) vivono presso i margini della foresta, dove i frutti e gli insetti, sono più abbondanti che nella savana aperta.

Essi hanno la più bassa forma di organizzazione sociale tra le scimmie della savana.

Sono divisi in piccoli gruppi di sei fino a venti individui di tutte le età il numero delle femmine è leggermente superiore a quello dei maschi.

Quest’ultimi sono dominanti sulle femmine, ma non si osserva tra essi un ordine gerarchico ben definito, sebbene, quando si ha a che fare con specie a biologia sociale come i primati, è difficile definirlo chiaramente.

Occorrono lunghi studi e, nel caso del cercopiteco verde, questi devono ancora essere approfonditi dagli etologi.

Homo sapiens sapiens : l’uomo moderno

Dopo questa precisazione, passiamo ora un po’ più in dettaglio alla storia naturale dell’ Homo sapiens sapiens, che in quanto primate, rientra in questa trattazione generale.

Come accennato in precedenza, l’avvento dell’ Homo di Cro-Magnon segna il passaggio dal Paleantropo al Fanerantropo, secondo le attuali visioni degli antropologi e archeologi.

Con il secondo stadio della glaciazione del Wurm ( Pleistocene superiore, Paleolitico superiore ), compaiono in Europa forme umane più evolute alle quali possono ricollegarsi i tipi umani attuali.

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Teschi d’ominidi a confronto. Da sinistra a destra l’ Australopithecus africanus ( 3.500.000 - 2.500.000 anni A. C. ), l’ Australopithecus robustus ( 2.200.000 - 1.000.000 anni A. C. ) e l’ Homo habilis ( 2.500.000 - 1.800.000 anni A. C. ) tracciano lo sviluppo del genere umano - Museo d’Antropologia preistorica di Monaco © Giuseppe Mazza

Questa umanità, che affonda le sue radici in qualche forma più progressiva dei Paleantropi, si diffonde rapidamente, finendo per sostituirli.

I Fanerantropi, i quali presentano fronte ben sviluppata, espansione del cranio in direzione della volta, fosse canine, mento e altro ancora, sono caratterizzati da un certo polimorfismo somatico, che prelude ai grandi raggruppamenti razziali attuali.

La loro comparsa sulla terra, come la loro diffusione, sono accompagnate da una notevole accelerazione delle caratteristiche culturali ( Paleolitico superiore, con industrie litiche raffinate, lavorazione sistematica dell’osso, rappresentazioni artistiche, etc. ).

Il più noto dei Fanerantropi, è come accennato l’uomo di Cro-Magnon.

Fu scoperto in Francia, da un gruppo di Antropologi nel 1868, di lui sono noti molti fossili, presenti un po’ ovunque in Europa, ove comparve rapidamente ed ebbe un potenziale radiativo grande: questo fa ritenere che si sia evoluto altrove, luogo ancora non noto, e che per migrazione sia giunto in Europa.

Risale a circa 30.000 anni fa, in un periodo in cui esisteva in Europa anche l’ Homo sapiens. Secondo alcuni autori, le due specie di ominidi non avendo una equivalente ecologia alimentare, si sono potuti sovrapporre in termini di areali, senza competere, altri autori vanno ancora oltre, dicendo che forse alcuni esemplari di Cro-Magnon e Homo sapiens si sono accoppiati, generando la linea dell’ Homo sapiens sapiens.

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Il cranio dell’ Homo erectus ( 1.000.000 - 300.000 anni A.C. ), a sinistra, è il primo a superare i 1.000 cm³. L’uomo di Neanderthal ( 250.000 - 28.000 anni A.C. ), al centro, si è poi forse ibridato con l’ Homo sapiens. A destra un Homo sapiens di Cro-Magnon ( 40.000 - 10.000 anni A.C. ) - Museo d’Antropologia preistorica di Monaco © G. Mazza

Quale che sia la verità, a tale periodo ( cioè circa 30.000 anni fa ) si fa risalire la nascita dell’ Homo sapiens sapiens.

La fronte e il cranio del Cro-Magnon erano alti, come i fossili ci mostrano, la capacità cranica cospicua ( in media 1.590 cc. ), la sua statura relativamente elevata ( nel maschio in media 1,77 m ) ed il corpo robusto. Usava manufatti, come utensili, per differenti tipi di lavori riferibili all’industria aurignaziana ( Paleolitico superiore ), e questo era sintomatico di un concreto sviluppo psichico.

Fra gli altri Fanerantropi europei, ricordiamo anche i tipi di Predmost ( Moravia, 1894 ), di Chancelade ( Francia, 1888 ), di Grimaldi ( Italia, 1901 ), di Combe Capelle ( Francia, 1909 ).

Reperti di Fanerantropi, sono stati rinvenuti anche in tutti i continenti extra-europei, compresa l’America.

I raggruppamenti razziali, discendono da un’unica specie ( Homo sapiens ) altamente polimorfa ( cioè, mostrante un grado di variabilità da individuo a individuo ) e politipica ( cioè, suddivisa in varie razze ).

Un accordo completo, sul numero preciso e sulla denominazione delle varie razze o etnie, non è ancora stato raggiunto e neanche su tutti i criteri con cui si deve catalogare un razza, nella comunità dei biologi.

Attualmente, si fa uso della classificazione di A.S. Romer degli anni ’50 ( biologo anatomista comparato, paleontologo ) adattata a quelle che sono le conoscenze attuali.

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Scheletro di Cro-Magnon conservato nel Museo d’Antropologia preistorica del Principato di Monaco © Giuseppe Mazza

Razze Australoidi

Si ammette in genere che si tratti delle razze più primordiali, dell’intero gruppo. Hanno testa dolicocefala ( cioè lunga e stretta, sul piano orizzontale ), naso piatto, fronte bassa, arcate sopraccigliari prominenti, carnagione bruna, capelli crespi, pelle ricca di peli.   Appartengono a questo gruppo razziale, i nativi dell’Australia e della Tasmania e alcune tribù dell’Africa meridionale.

Ne sono stati descritti diversi sottogruppi come i Boscimani australiani, oggi ridotti a circa 60.000 membri, vivono nella porzione settentrionale dell’Australia, permangono ancora oggi in uno stato culturale estremamente primitivo, fondato sulla caccia.

Simili caratteristiche, presentavano i nativi della Tasmania che ammontavano a sole poche migliaia quando vennero scoperti dall’uomo bianco, circa un secolo e mezzo fa; i conflitti con i colonizzatori, la trasmissione di malattie infettive da quest’ultimi agli indigeni, ne sterminò la popolazione.

Bhil e Vedda, si tratta di popolazioni primitive viventi nelle zone montagnose di Ceylon, che discendono probabilmente dagli antichi Australoidi.

Tracce di una discendenza da razze australoidi, si riscontrano pure in alcune tribù primitive della Nuova Guinea, Papuasia, India centrale e meridionale e nell’Arabia meridionale.

Boscimani africani, costituiscono un gruppo in corso di estinzione di popolazioni primitive, oggi rappresentato da poche migliaia di sopravvissuti che vivono nel Deserto del Kalahari in Sud Africa. La loro cultura molto primitiva, si fonda sulla caccia, che rispetto ai “Boscimani” australiani, viene attuata con tecniche leggermente più progredite, consistenti nell’uso dell’arco e di frecce avvelenate per uccidere la selvaggina più grande.

Generalmente hanno piccola statura ( meno di 1,50 m di altezza ), pelle gialla, capelli corti.

La loro derivazione e origine non è ben chiara, probabilmente si tratta di residui di un gruppo di popolazioni un tempo a distribuzione più ampia, derivato dai primitivi Australoidi.

Gli Ottentotti, con una cultura più avanzata, includente l’allevamento di bestiame, rappresentano un gruppo di Boscimani, incrociato con un gruppo di Negroidi.  

Razze Caucasoidi

Questo è un gruppo di razze, molto differenziato, che sembra specializzato a vivere in climi temperati.

Le conquiste e le colonizzazioni da parte degli Europei ne hanno determinato in epoche passate la diffusione in tutti i continenti.

La testa è di forma varia ( dolicocefala o brachicefala ), ma il naso è sempre alto e stretto. I capelli per lo più sono ondulati.

La carnagione va dal bruno al chiaro. Se ne distinguono tre gruppi principali.

Mediterranei. Originalmente erano localizzati nell’Europa meridionale, nella regione Mediterranea e, attraverso l’Asia meridionale, fino all’India. Hanno testa dolicocefala, la carnagione è bruna, i capelli da bruni fino a neri.

Se ne distinguono vari sottogruppi anche qua, i Dravidici ( India meridionale ), Indo-Afgani ( India nord-occidentale ), Etiopi ( Africa nord-orientale ), Berberi ( Africa nord-occidentale ), Armeni ( parte nord-orientale, del bacino mediterraneo ), Arabi ( Arabia ), Ibero-Insulari ( Spagna settentrionale ) e Mediterranei Litorali ( dall’Irlanda alla Spagna e da qui verso est nell’Europa meridionale ).

Nordici. Originalmente circoscritti all’Europa settentrionale, sono dolicocefali, hanno capelli biondi, carnagione chiara.

Alpini. In origine distribuiti dalla Francia centrale, verso oriente, fino alla Russia e alla Persia. Hanno faccia larga, carnagione variabile da chiara a bruna, capelli di colore dal bruno chiaro al nero.  

Razze Mongoloidi

Si tratta di gruppi razziali spesso adattati a climi freddi. Hanno testa brachicefala ( cioè relativamente corta e larga, sul piano orizzontale ), zigomi sporgenti, naso di tipo intermedio, fra il piatto e l’alto-stretto, capelli diritti e rigidi, carnagione gialla o rossa. In genere, mostrano una leggera peluria sparsa sulla faccia.

Si trovano in Asia orientale e nelle due Americhe.

Se ne distinguono tre gruppi principali.

Amerindi ( o Indiani d’America ). Sono migrati dall’Asia orientale in America settentrionale attraverso l’Alaska ove subirono varie trasformazioni divergenti, dando origine a diversi gruppi che si localizzarono prevalentemente in America centrale e meridionale.

Eschimesi. Sono indigeni delle regioni più settentrionali dall’Asia nord-orientale alla Groenlandia e America del Nord, assomigliano maggiormente ai Mongoloidi asiatici che agli Indiani d’America.

Mongoloidi asiatici. Appartengono a questo gruppo, la maggior parte dei nativi dell’Asia orientale, benché le popolazioni più meridionali, spesso mostrano una mescolanza fra caratteristiche mongoloidi e caucasoidi. Alcuni caratteri morfologici e la distribuzione geografica suggeriscono che le razze Mongoloidi, siano un ramo relativamente moderno, derivato da ancestrali Caucasoidi.  

Razze Negroidi

Si tratta di un gruppo di razze specializzatesi a vivere in climi tropicali. Sono dolicocefali, a naso largo e piatto, labbra spesse, fronte alta, capelli crespi, carnagione scura.

Se ne distinguono tre gruppi principali.

Negri d’Africa. Insediatesi originariamente nelle parti più calde dell’Africa, se ne irradiarono in alcuni gruppi distinti, uno settentrionale a cultura fondata essenzialmente sull’agricoltura e l’allevamento del bestiame ( Negri del Nilo ), uno delle foreste dell’Africa centrale ( Negri dell’Africa centrale ) e uno sud-orientale di popolazioni vigorose e spesso anche bellicose ( Bantù ), includenti le tribù dei Cafri e degli Zulù.

Negri dell’Oceania. Queste razze a pelle nera, popolano un gruppo di isole dell’Oceano Pacifico, ad oriente della Nuova Guinea. Abitano per lo più in villaggi agricoli ed i loro costumi non sempre ben noti ai biologi zoologi, etnobiologi, antropologi e etnografi. Molte delle loro tribù, sono sanguinarie e antropofaghe, praticano il cannibalismo.

Pigmei. Questi gruppi razziali, sono caratterizzati dalla piccola statura ( per lo più minore di 1,50 m ); sono brachicefali e, hanno naso largo.

La loro distribuzione geografica è molto discontinua, estendendosi dalle foreste del Congo ( ove vivono i Pigmei africani, detti anche Negrilli ), alle isole Andamane nel Golfo del Bengala, ad aree interne isolate della foresta Malese, alle Filippine, fino alla Nuova Guinea, ove vivono i Pigmei asiatico-oceanici, detti Negritti, i quali sono antropofagi. Comunque in queste regioni, la forma umana dominante è costituita da altri gruppi razziali.      

Vietata la riproduzione, anche parziale, dei testi e delle foto senza il permesso scritto del loro autore

 

Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

Cacajao rubicundus

Cacajao rubicundus - Saimiri sciureus

Macaca sylvana

Macaca sylvana

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Macaca sylvana - Galago senegalensis

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Papio cynocephalus - Alouatta seniculus

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Alouatta seniculus - Pan troglodytes

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Pan troglodytes - Hylobates lar

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Cercopithecus mitis

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Cercopithecus mitis
- Cercopithecus aethiops - Cercopithecus aethiops pygerythrus

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Cercopithecus aethiops pygerythrus - Callithrix jacchus

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Callithrix jacchus - Gorilla gorilla

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Macaca fascicularis

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Papio hamadryas

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Papio hamadryas - Papio anubis

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Papio ursinus - Pongo pygmaeus

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Pongo pygmaeus

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Pongo pygmaeus - Presbytis entellus = Semnopithecus entellus

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Presbytis entellus = Semnopithecus entellus

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Presbytis entellus = Semnopithecus entellus - Homo erectus - Homo habilis - Homo neanderthalensis - Homo sapiens Cro-Magnon

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Australopithecus robustus - Australopithecus africanus - Lemur catta

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Lemur catta

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Lemur catta

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Lemur catta

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Lemur catta - Varecia variegata variegata

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Varecia variegata variegata

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Miopithecus talapoin - Mico argentatus

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Mico argentatus - Miopithecus ogouensis

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Miopithecus ogouensis - Nycticebus coucang

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Nycticebus coucang

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Nycticebus coucang - Pithecia pithecia

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Pithecia pithecia

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Pithecia pithecia - Saguinus labiatus

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Saguinus labiatus

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Saguinus labiatus - Pan troglodytes

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Pan troglodytes - Mandrillus sphinx

© Giuseppe Mazza

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