Prunus armeniaca

Famiglia : Rosaceae

 

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Testo © Dr. Ingeniero Agrónomo José Ramón Aliaga Morell - Universidad Politécnica Valencia

 

 

Traduzione in italiano di Susana Franke

 

 

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Il Prunus armeniaca cresce meglio nei climi secchi, non rigidi, con terreni leggeri © Giuseppe Mazza

Col nome scientifico di Prunus armeniaca L. (1753) è noto l’albero da frutta della famiglia botanica delle Rosacee, il cui nome comune è albicocco.

I primitivi, quando iniziarono a coltivare le piante ed allevare gli animali, avevano difficoltà a comprendere la differenza tra il frutto dell’albicocco e quello di un suo parente prossimo, il pesco.

Questo perché appartengono entrambi alla stessa famiglia e alla stessa sottofamiglia Prunoidee, caratterizzata da drupe con un nocciolo o endocarpo al loro interno, lignificato nella parte più esterna per proteggere efficacemente il seme che sta dentro.

Quando si verificano le giuste condizioni, lo strato lignificato subisce una degradazione che rende possibile la germinazione e lo sviluppo di una plantula, ed è così che gli uomini primitivi sono riusciti a portare questa specie da una parte all’altra del mondo conosciuto.

Erano tempi lontani. La vita nomade compor- tava una notevole difficoltà di sopravvivenza. Per procurarsi il cibo ci si basava sull’osservazione o la trasmissione orale, e solo col tempo i nuclei umani si stabilizzarono, per dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento con maggiori possibilità di sopravvivenza.

Ed è probabilmente in diverse aree del nord della Cina che localizzarono questi alberi, che producevano frutti simili agli attuali albicocchi, e di qui iniziò la loro diffusione nel mondo.

Si conoscono vari nuclei che hanno carat- teristiche genetiche diverse in oriente ed in Europa, con differenti forme dei frutti e delle loro caratteristiche alimentari.

Ma se l’albicocco è noto all’umanità da 4000 anni, lo sviluppo delle tecniche di coltivazione risale solo a 700 e 400 anni fa’. Periodo in cui i primi agricoltori hanno studiato il comportamento dell’albero e la reazione agli stimoli indotti, in definitiva la nascita dell’agronomia odierna. E parallelamente si selezionavano i frutti dalle migliori caratteristiche, che apparivano spontaneamente in coltura o in seguito a combinazioni genetiche non ancora ben note.

Nel nome scientifico compare la specie “armeniaca”, il cui nome ricorda la regione dell’Armenia, che si riteneva la culla di questo albero da frutta. Il tempo e gli studi genetici, botanici e antropologici hanno dimostrato l’errore di questa ipotesi, anche se in questa zona del mondo si producono eccellenti frutti di albicocco. Ed è nella forma dei frutti, unita alle caratteristiche organolettiche, sempre più apprezzate, per non parlare della facilità di riproduzione, che troviamo le cause dell’espansione, da una zona all’altra, della coltura della specie.

Si è così notato che nei climi temperati si otteneva una crescita migliore, e che ad altitudini superiori ai 400 m il rendimento era minore. E si scoprì che i suoli leggeri davano una risposta migliore rispetto a quelli argillosi ed umidi. Si concluse ben presto che era un albero da climi secchi, e che per ottenere dei buoni raccolti era meglio evitare climi troppo freddi.

Poi si è guardato alle qualità organolettiche dei frutti, come il contenuto di zuccheri ed una adeguata acidità, insieme a forma, dimensione, colore esterno e interno ed altre caratteristiche che stavano emergendo.

Il limite della scarsa conservabilità, è strato superato con trattamenti secondari.

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Le albicocche sono ricche in vitamine e minerali, come ferro, potassio e magnesio © Giuseppe Mazza

L’essiccazione, dopo aver tolto il nocciolo, alimenta l’industria della frutta secca, per non parlare di sciroppi, succhi di frutta ed altri alimenti attuali, in combinazione con prodotti lattiero-caseari e derivati.

I dietisti sottolineano che questo frutto contiene fibre e caroteni, e che il succo ha una importante azione nella prevenzione dei danni cardio- vascolari, insieme a numerose vitamine e minerali, come ferro potassio e magnesio. I nomi delle varietà più pregiate sono Búlida, Canino, Tadeo, Moniqui, etc.

L’albero non supera i 6 m di altezza con un por- tamento eretto e chioma arrotondata.

Le malattie virali costituiscono un limite all’ espansione della sua coltivazione. La Sharka (Plum pox virus) e il CLSV (Chlorotic Leaf Spot Virus) sono tra i principali agenti che sfigurano l’attraente forma delle albicocche.

Sinonimi: Armeniaca vulgaris Lam. (1783); Amygdalus armeniaca (L.) Dumort. (1827); Prunus armeniaca L. var. vulgaris Zabel (1903)

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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