Python sebae

Famiglia : Boidae

 

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Testo © Dr. Gianni Olivo

 

 

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Il Python sebae non stritola le prede, ma le uccide per costrizione, impedendo loro d’espandere i polmoni © Mazza

Gli esseri umani non sono mai stati indifferenti nei riguardi dei serpenti: li hanno ammirati o detestati hanno pro- vato per loro paura o rispetto, ma mai li hanno ignorati come semplici comparse del mondo naturale che li circondava.

Il fatto di muoversi senza bisogno di appendici o zampe, quasi sfiorando il terreno, senza produrre rumore, il fatto di muoversi senza sforzo tanto sulla terraferma che nell’acqua o su piante e cespugli, la cute apparentemente fredda, la possibilità di apparire quasi dal nulla o di sparire nelle più strette fessure, come spettri, una pelle che, ad un’occhiata superficiale, può parere viscida, la mancanza di palpebre, caratteristica che dona al loro occhio una fissità che sembra malevola e, soprattutto, il fatto che alcuni di loro possiedono l’arma del veleno, ha contribuito a relegarli in una dimensione leggendaria.

Tuttavia è soprattutto nella religione cristiana che questi rettili hanno ricevuto una collocazione tra i “malvagi”, mentre in tante altre religioni o civiltà, il posto che hanno occupato è molto meno negativo o addirittura positivo.

Così, per molte civiltà asiatiche, il cobra ( Naja naja ) è animale sacro, perché protesse il Buddah dal solleone, con il suo collo dilatato a formare una sorta di parasole, per le civiltà Centro-americane il serpente Quetzacoatl, ricoperto di piume come un uccello, era un dio, e per gli antichi Greci e Romani, la serpe era simbolo di saggezza e sapienza e simulacro dell’arte della medicina, tanto che la nota Elaphe longissima porta il pittoresco ed evocativo nome di colubro di Esculapio.

In Africa, culla dell’uomo, le leggende riguardanti i serpenti sono migliaia ed un esempio è il bianco pitone di Funduzi, un lago solitario perso tra le colline, non lontano da casa mia, sacro alle popolazioni Venda, che ogni anno gli dedicano la Domba, la danza del pitone.

I pitoni sono serpenti costrittori, che uccidono la preda non stritolandola, come alcuni ritengono, bensì per costrizione, il che è una cosa ben diversa.

La preda è afferrata con uno scatto fulmineo, che proietta la bocca spalancata del predatore in avanti: i denti, rivolti posteriormente, come uncini, si ancorano alla vittima, che poi il corpo muscoloso del rettile avvolge in un attimo con le spire.

Il predatore procura di circondare, con una serie di spire, la cassa toracica, probabilmente facilitato anche dalle pulsazioni cardiache che aumentano a causa della paura e dello stress. Incrementando gradualmente la pressione, che risulta molto potente ma che ben difficilmente frattura ossa, il rettile sfrutta il momento dell’espirazione per aumentare la stretta, per cui risulta poi impedita l’inspirazione successiva e la vittima soccombe, infine, per asfissia e per arresto cardiaco.

Non tutti i costrittori sono enormi serpenti potenzialmente in grado di uccidere un uomo, e non solo pitoni e boa cacciano in questo modo: vi sono molte specie, alcune di piccole dimensioni, che utilizzano questo sistema, ad esempio il serpente d’acqua bruno comune dell’Africa, (Lycodonomorphus rufulus ), che uccide per costrizione i batraci di cui si nutre, dopo averli catturati con i piccoli denti aguzzi e curvi posteriormente, che gli hanno valso il nome scientifico di “denti di forma simile a quelli del lupo” ( Lycodonomorphus ).

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Il Python sebae è il più grande serpente africano © Giuseppe Mazza

Se escludiamo il Madagascar, un’isola che vanta una fauna a se stante e che ricorda l’Asia, i boidi africani sono pochi: due specie di dimensioni piuttosto ridotte ( Python regius e Python Anchietae ), ed una di grandi dimensioni, il famoso Pitone di Seba ( Python sebae - Gmelin, 1788, famiglia Boidae ), che conta due sottospecie.

La prima è il Python sebae sebae, comune nella parte del continente africano a Nord di una immaginaria linea che, procedendo da Ovest ad Est, segue dapprima il confine Angola-Namibia, comprendendo anche la striscia del Caprivi, poi il confine Zambia-Zimbabwe (Zambesi valley), per poi proseguire fino all’Oceano indiano lungo lo Zambesi river.

La seconda, il Pitone delle rocce meridionale o del Natal ( Python sebae natalensis ) è quella che popola le aree a Sud di tale confine (Zimbabwe, Namibia, Botswana, Sudafrica, Mozambico meridionale). Tuttavia, per quello che sono le mie personali osservazioni, i pitoni visti ed esaminati a Nord ed a Sud di detta linea di demarcazione, non differivano granché.

Diversità di colorazione di fondo mi sono parse legate più a diversi ambienti ed anche le dimensioni, che generalmente vengono indicate come maggiori nella prima sottospecie, mi sono parse determinate più da fattori quali la densità di popolazione umana eccetera.

In Sudafrica, ad esempio, è abbastanza raro vedere pitoni di oltre 4,5 metri di lunghezza (sottospecie natalensis), ma credo che ciò sia imputabile più ad una maggiore antropizzazione: in altre parole un pitone che viva nei pressi di una farm e che predi su animali domestici, nonostante la protezione legale di cui gode, ha meno probabilità di diventare anziano, senza contare che gli investimenti lungo le strade sono comuni, specie di notte e non sono pochi gli esemplari che ho trovato uccisi da camion ed auto.

Per contro, in aree remote del Nord, ho avuto modo di vedere pitoni di enormi dimensioni, non più piccoli di quelli che ho visto in Tanzania, Centrafrica o altrove, a Nord della famosa linea di demarcazione.

Il Pitone di Seba, detto anche pitone delle rocce africano, è un serpente di grandi dimensioni e non è strano il fatto che abbia tale importanza nella mitologia dei popoli che con esso condividono il bush.

Gli Zulu, lo chiamano "Inhlwati" (leggere: Insciuaati), oppure "umonya". Anche tra queste genti esistono leggende che parlano di grandi serpenti volanti ed un mio tracciatore affermava che il termine "u.monya" deriva da "u.moya" ( aria, vento, ma anche anima o spirito ).

Si tratta del più imponente e pesante serpente africano, con medie di 4 metri di lunghezza, ma può arrivare a 6 metri ed oltre. Nella nostra zona ne abbiamo visti di 5 metri e più, ma la traccia di uno di essi, sulla pista principale, mi fa pensare ad una taglia anche superiore.

La traccia che trovai era rettilinea, in quanto un pitone che si muova lentamente, come accade per grossi viperidi (Bitis arietans e Bitis gabonica), procede con contrazioni dei muscoli ventrali, in linea retta, come un bruco, ma la larghezza era impressionante. La prima volta che vedemmo quella traccia, pensai che il rettile avesse appena inghiottito una grossa preda, ma le volte successive ( non vedemmo mai l’animale, ne’ riuscimmo a seguirne la traccia, che si perdeva sulle rocce) la larghezza era sempre la stessa: se tanto mi da tanto, facendo un raffronto con altre tracce ed esemplari, doveva superare i 6 metri.

La livrea del pitone delle rocce africano è bellissima, con una tinta di fondo che può andare dal marrone scuro al rosso-ruggine, su cui spicca un complesso disegno costituito da macchie che rendono il rettile appariscente se è allo scoperto, ma che lo mimetizzano perfettamente quando è tra i cespugli o nell’erba alta. Sulla parte dorsale della testa spicca una macchia a forma di V o di punta di freccia.

Si tratta di un predatore che predilige le ore notturne, e che presenta pupilla verticale ed ellittica, ma lo si incontra anche nelle ore diurne, soprattutto vicino all’acqua, elemento in cui resta volentieri immerso anche per periodi prolungati.

Preferisce cacciare utilizzando la tecnica dell’agguato e, quando la preda passa nei pressi, scatta in avanti a bocca spalancata, la afferra e poi avvolge le spire intorno ad essa, uccidendola per costrizione come precedentemente accennato.

Prede abituali sono mammiferi di taglia piccola o media, dai ratti dei canneti ( Thryonomys swinderianus ) fino ad antilopi della taglia dell’impala e del tragelafo (bushbuck), scimmie, babbuino compreso, rettili, tra cui varani e coccodrilli, uccelli, batraci e pesci.

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Un imponente Python sebae sebae di quasi 6 metri si allontana tranquillo, mimetizzato nel suo ambiente © Gianni Olivo

In casi rari ma accertati, può predare l’essere umano, preva-lentemente bambini, ragazzi o donne, che presentino dimensioni simili a quelle delle prede abituali.

Il pitone è un rettile abbastanza longevo e la femmina raggiunge la maturità ed è in grado di procreare solo verso gli 8 anni di età.

E’ un rettile oviparo e la femmina depone da 25 a 100 uova, che misurano in media 10 cm.

Le uova vengono deposte in un luogo nascosto ed al riparo dalle intemperie, dal freddo della notte e dal calore eccessivo dei raggi diretti del sole.

Tale sito può essere un termitaio, una buca di oritteropo, la cavità di un albero o anche una delle grandi caverne che spesso i baobab presentano nel loro tronco. La femmina provvede all’incubazione avvolgendosi attorno ad esse, fino al momento in cui schiuderanno, in media da 60 a 90 giorni dopo che sono state deposte.

In tutto questo lasso di tempo, la femmina lascerà le uova incusto- dite il meno possibile e solo per bere o per regolare la propria temperatura tramite il “basking”, assorbendo calore dai raggi del sole o da una roccia tiepida. I nuovi nati misurano in media da 50 a 80 cm, con un diametro già apprezzabile e ben presto sono in grado di provvedere a se stessi, anche se inizialmente le prede si limiteranno a piccoli batraci, girini e persino insetti.

Nomi comuni:

Inglese: Rock Python; Tedesco: Felsenpython; Spagnolo: Pitòn de Seba; Francese: Python de Seba; Portoghese: Piton africana; isiZulu: Inhlwathi-Umonya

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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