Sphenodon punctatus

Famiglia : Sphenodontidae

 

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Testo © DrSc Giuliano Russini - Biologo Zoologo

 

 

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Il Tuatara ( Sphenodon punctatus ) vive in Nuova Zelanda ed è un autentico fossile vivente © G. Mazza

Questo rettile, fossile vivente, è l’unica specie afferente all’ordine dei Rhynchocephalia.

Fu scoperto solo all’inizio del secolo XX.

Probabilmente all’epoca, la sua densità demo-grafica, era molto più alta e caratterizzata da una distribuzione geografica che coinvolgeva anche la parte meridionale del continente australiano; al loro decremento hanno concorso, come vedremo successivamente in questa scheda, diversi fattori ecologici, ma anche l’uccisione ad opera dei loro primi casuali scopritori, alcuni naufraghi di golette inglesi, per non parlare dei cani e dei gatti che erano presenti sui loro vascelli.

Nonostante la fama giustificata di fossile vivente o relitto, il Tuatara o Sfenodonte ( Sphenodon punctatus - Gray, 1842 ) non ha un aspetto particolare. Il termine dell’ordine Rhynchocephalia, signi- fica testa a becco.

Zoogeografia

Come accennato prima, in passato lo sfenodonte o tuatara o atteria, come viene chiamato dai Maori Tuatara, era presente in tutta la Nuova Zelanda, compreso il fitto insieme di 20 piccoli isolotti a largo delle coste nordorientali dell’isola maggiore, ma anche nell’Australia meridionale.

Oggi, lo si ritrova soltanto su una decina d’isolotti sulla costa orientale dell’isola del Nord e nello stretto di Cook; alcuni biologi erpetologi, ci dicono, da censimenti svolti alla fine del XX secolo, che la popolazione maggiore, costituita da qualche centinaio d’esemplari, è presente sull’isolotto di Stephen, che misura solo 2 km, nel diametro maggiore.

Habitat-Ecologia

Gli isolotti su cui vivono, presentano biotopi con una vegetazione povera. Per lo più è presente una vegetazione aperta o arbustiva-cespugliosa e a frutici, in un ambiente roccioso; tale vegetazione è utilizzata anche da diverse specie d’uccelli marini, soprattutto le procellarie, per la nidificazione.

Le cause della rarefazione dei vari gruppi di tuatara, sugli isolotti e nell’isola principale, sono da ritenersi opera non solo della caccia dei Maori Tuatari, ma anche e soprattutto come accennato ad opera dei primi europei che raggiunsero tali regioni. Se probabilmente i Maori ed i loro cani, come gli europei, sono stati un’evidente causa della loro rarefazione, secondo alcuni biologi erpetologi, però, è da chiamare in causa anche un indebolimento della linea di sangue pura di questo splendido animale.

Sono rettili che hanno preferenzialmente, se non disturbati, un’attività crepuscolare-notturna: sono “eliofobi” cioè mal sopportano la luce solare. Di solito trascorrono quindi la maggior parte della giornata nei loro rifugi, ma è anche possibile vederli la mattina presto quando si scaldano al sole.

La presenza sui loro isolotti d’uccelli marini nidificanti, con relative feci, ha contribuito a creare un terreno particolare, già di per sé fertile per la natura vulcanica dell’arcipelago Neozelandese, areato e ricco di sali minerali ( fosfati e nitrati ), dove vive un’abbondantissima pedofauna: lombrichi, lumache, molti insetti, ed in particolare un grosso grillo attero endemico, che è una preda elettiva dei tuatara.

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Un terzo occhio fotosensibile, nascosto sul capo, guarda verso il cielo © Giuseppe Mazza

Questi rettili, hanno così a disposizione un nutrimento abbondante, che talvolta arricchiscono con uova e giovani di procellaria.

Lo Sphenodon punctatus è oggi rigidamente protetto dal governo neozelandese; e da quando l’integrità del suo biotopo è sotto sorveglianza, soprattutto con la regolamentazione o la proibizione dell’allevamento dei bovini sugli isolotti, il suo avvenire sembrerebbe assicurato.

Dal punto di vista autoecologico, dato che il clima dei loro isolotti è caratterizzato da temperature poco elevate, notevolmente stabili, con forti correnti ventose, questi rettili, contrariamente agli altri, che vivono di preferenza in aree calde tropicali o equatoriali, si sono ben adattati ad ambienti con temperature poco elevate, al punto di mal sopportare il caldo.

Morfofisiologia

A prima vista lo Sphenodon punctatus assomiglia ad un grosso sauro terrestre e più precisamente a certi agamidi e iguanidi erbivori.

La testa è massiccia, il corpo tozzo, le zampe robuste, la coda spessa è appiattita lateralmente come quella di un coccodrillo o di una lucertola-alligatore sudamericana.

Sulla nuca e sul dorso, una serie di lunghe squame molli formano una specie di cresta, che altre squame più larghe prolungano sulla coda.

Il maschio è un po’ più grande della femmina, con una testa più massiccia, raggiungono mediamente la lunghezza di 60 cm.

Gli occhi laterali sono neri e relativamente piccoli rispetto alla testa. Il muso è arrotondato.

La caratteristica morfologica più curiosa è rappresentata dalla presenza di un terzo occhio, detto “occhio pineale”, presente sulla cima del capo, sotto la pelle, che è fotosensibile.

L’esistenza di questo terzo occhio, non ha trovato ancora una spiegazione plausibile tra i biologi zoologi, anche perché, come visto, sono animali ad attività prevalentemente notturna, per cui risulta obsoleta l’esistenza di un occhio fotosensibile.

Alcuni zoologi, pensano che tale occhio pineale, possa servire agli sfenodonti, quando si scaldano al sole nelle prime luci del giorno, come un filtro-regolatore che mediante la luce, stimola la ghiandola pineale (epifisi), nel secernere opportuni ormoni ( melatonina ), che possono agire sia sull’orologio biologico dell’animale, come su organi, ad esempio le “ghiandole adrenali”, stimolandole a secernere il cortisolo ( idrocortisone ), che a sua volta agisce, incrementandola, sulla glicemia.

Inoltre, tale terzo occhio, viene visto anche come un traccia evolutiva di quello che sarà poi il cranio cartilagineo degli uccelli, attraverso cui passa la luce solare per agire direttamente sul cervello.

Etologia-Biologia Riproduttiva

Di solito lenti ed inerti, questi rettili danno prova in certi casi, d’agilità e vigore, in particolare durante le loro esplorazioni notturne. Si servono spesso dei nidi sotterranei delle procellarie, pur essendo perfettamente in grado di scavarseli da soli. Sebbene approfittino, senza dubbio, della presenza di questi uccelli, è certo che non esiste un’associazione così intima, come si è voluto talvolta affermare, ad opera di ornitologi troppo frettolosi nelle loro conclusioni.

Come già detto, il clima in cui vive lo sfenodonte è caratterizzato, soprattutto nello stretto di Cook, da temperature poco elevate e notevolmente stabili. E’ quindi indiscutibile, che questi animali abbiano delle necessità termiche molto scarse.

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Depone spesso le uova nei nidi sotterranei delle procellarie. Se fa freddo nascono solo femmine © Mazza

La temperatura di 72 esemplari, studiati in natura da un gruppo di biologi erpetologi francesi durante gli anni ’80 del secolo scorso, nei mesi di aprile e di novembre, era in media di 10,9 °C, con estremi inferiori e superiori di 6,2 e 13,3 °C.

Ben pochi rettili sono volontariamente attivi in queste condizioni e soprattutto nessun altro riuscirebbe a portare a termine la digestione a temperature così basse.

Nelle medesime regioni geografiche, vivono bene alcuni gechi e dei piccoli scincidi, ma sono diurni ed approfittano molto di più dell’inso- lazione.

Sembra comunque che il tuatara abbia un meta- bolismo molto basso.

L’accrescimento è lento e pare che la maturità sessuale non venga raggiunta prima dei vent’anni, il che implica una longevità potenziale dell’ordine del secolo ed oltre.

Anche la durata dell’incubazione delle uova, dai dodici ai quindici mesi, è anormalmente lunga.

L’accoppiamento, di cui s’ignora l’esatto mec- canismo, non essendoci organo copulatore e non essendo mai stato osservato né filmato, avviene durante l’estate “australe” e la deposizione delle uova, da 3 a 16, nella primavera seguente, da ottobre a dicembre.

Oscillazioni della temperatura ambientale, come per gli altri rettili, sono causa determinante del sesso dei nascituri. Alla temperatura di 22° C è molto più alta la percentuale di nati maschi, mentre a 20 °C è molto più alta la percentuale delle femmine ed a 17-18 °C nascono solo femmine.

I biologi ( zoologi-erpetologi-biologi evolutivi ) si sono spesso chiesti, come mai i Rincocefali ( Rhynchocephalia ), largamente diffusi sulla superficie del globo alla fine dell’era Secondaria ( Mesozoica ), siano scomparsi quasi tutti, mentre uno di loro è sopravvissuto fino ai nostri giorni.

Come è logico, si possono avanzare solo ipotesi, su qualcosa che è accaduto quando non c’eravamo, ma va tenuto presente che la Nuova Zelanda, aveva la caratteristica di non ospitare né mammiferi terrestri, neanche i marsupiali o monotremi australiani, né alcun rettile di mole simile a quella dello sfenodonte.

Solo dei piccoli sauri ( geconidi e scincidi ) hanno potuto raggiungere per caso queste terre isolate; infatti tra loro è possibile riconoscere qualche antico immigrante, che si è evoluto per lungo tempo sul luogo, ad esempio alcuni strani gechi vivipari, per non parlare degli immigranti più recenti, che non hanno ancora avuto il tempo storico di formare nuove specie.

E’ quindi abbastanza logico supporre, che la sopravvivenza dello sfenodonte in Nuova Zelanda, sia più il frutto dell’assenza di competitori ecologici, in particolare dei mammiferi e degli squamati, che di un clima o di un biotopo particolare.

In effetti, sia i rincocefali, sia i piccoli sfenodonti erano troppo lenti e troppo poco fecondi, per poter reggere alla concorrenza dei mammiferi e a quella degli altri lepidosauri, i sauri e i serpenti.

 

Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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