Tragelaphus strepsiceros

Famiglia : Bovidae

 

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Testo © Dr. Gianni Olivo

 

 

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Un giovane Tragelaphus strepsiceros maschio. Avrà le corna più belle del continente africano © Mazza

Il ben noto Kudu maggiore ( Tragelaphus strepsiceros - Pallas, 1766 ) è una delle antilopi più belle ed eleganti del continente africano.

Appartiene all’ordine degli Artiodactyla, famiglia bovidi (Bovidae), tribù dei Tragelafini, termine usato dai biologi africani per indicare animali con zoccoli laterali assenti o ridottissimi, come, per dare qualche esempio, il Kudu minore ( Tragelaphus imberbis ), il Nyala ( Tragelaphus angasii ), il Nyala di montagna ( Tragelaphus buxtoni ), il Bushbuck ( Tragelaphus scriptus ), il Sitatunga ( Tragelaphus spekii ) ed il Bongo ( Tragelaphus euryceros ).

Morfofisiologia

Da un punto di vista descrittivo, il kudu maggiore è la più alta tra le antilopi, se si eccettuano gli enormi eland che possono sfiorare la tonnellata di peso. Ma a fronte di un’altezza di 135-150 cm alla spalla ( nei maschi ), ci troviamo di fronte ad un animale molto snello e dalle lunghe zampe, per cui il peso generalmente non eccede i 340 Kg, mantenendosi, in media, entro i 270-280 Kg per quanto riguarda il maschio ed i 170-220 Kg per la femmina, che segna, a sua volta, al garrese, altezze di 110-140 cm.

Una caratteristica sorprendente, inoltre, è la dimensione del piede, che lascia una traccia, a forma di chicco di caffè, sorprendentemente piccola in rapporto alla mole, e molto più ridotta di quella di antilopi anche di peso minore.

Un orice, ad esempio, lascia tracce di 10-12 cm ( a forma di cuore), laddove la traccia del Kudu è di 5-7 cm soltanto.

Le corna sono presenti nei soli maschi e sono le più lunghe tra quelle delle antilopi, con sviluppo che può arrivare a 180 cm ed una media sui 120 cm, e con un’inconfondibile forma a cavatappi, che le rende tra le più belle ed imponenti del regno animale.

Anche la forma presenta interessanti variazioni, spesso, anche se non necessariamente, in relazione con l’ambiente.

Le variabili delle corna del Kudu sono essenzialmente due: divaricazione, considerando la divergenza di due linee che seguano la direzione delle corna, e volute.

Immaginiamo due molle: la prima variabile sarà la divergenza con cui le sistemiamo, l’una rispetto all’altra, in altre parole l’angolo che formano tra loro, la seconda variabile possiamo renderla immaginando di stirare di più o di meno le molle.

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Un maestoso maschio adulto. Raggiungono anche 150 cm d’altezza alla spalla e 300 kg di peso © Gianni Olivo

Nel primo caso avremo un’apparente maggior lunghezza delle molle, anche se lo sviluppo effettivo è il medesimo, nel secondo caso avremo due molle che paiono più corte, ma con spire più ravvicinate ed ampie.

Per quella che è la mia personale esperienza, spesso la prima tipologia è associata ad habitat meno intricati, mentre animali che vivono nei fitti più impenetrabili tendono ad avere volute del secondo tipo.

Tuttavia si tratta di statistica, perché in effetti è possibile trovare Kudu “aperti” in zone fitte e kudu “stretti” in zone più aperte.

In qualsiasi specie dotata di corna si possono rilevare anomalie di forma, a volte legate a fatti traumatici che ne hanno condizionato l’accrescimento, altre volte a fatti di natura diversa, è comprensibile, quindi che, essendo il kudu maggiore l’antilope dotata di corna più sviluppate e con una forma tanto caratteristica da renderlo inconfondibile, anche le eventuali anomalie risulteranno, spesso, più vistose ed a volte bizzarre che in altre specie come un esemplare giovane che vidi, che presentava corna molto simili a quelle di un muflone.

Il mantello del kudu maggiore è generalmente grigio, grigio azzurro o grigio scuro, con strie bianche sui fianchi ( da 4 a 12), che possono essere più o meno evidenti, tuttavia vi sono esemplari che tendono al marrone o al rossiccio.

Sul muso, tendenzialmente un po’ più scuro del resto del corpo, è presente una linea bianca a forma di V che pare unire gli occhi, ed anche il labbro superiore ed il “mento” sono bianchi, tanto che alcuni esemplari paiono quasi portare un “pizzetto” canuto.

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La forma delle corna dipende anche dall’ambiente © Gianni Olivo

Il maschio esibisce una criniera o barba che pende sotto il collo, mentre la femmina ne è priva o ne presenta un accenno, comunque con peli molto più corti.

Le zampe sono lunghe e muscolose e ne fanno un corridore veloce: la parte anteriore del corpo, più robusta, tanto che l’impronta del piede anteriore è più grande di quella del posteriore, ne rivela le doti di scattista, mentre antilopi “tuffatrici”, come i cefalofi (o duikers=tuffatori), oppure, tra gli stessi tragelafini, il bushbuck ( Tragelaphus scritpus ), hanno il posteriore più sviluppato e spesso più alto, caratteristica legata ad una diversa forma di autoprotezione e difesa, in quanto, all’avvicinarsi di un pericolo, preferiscono “tuffarsi” nel folto ed immobilizzarsi.

Come saltatore, il kudu maggiore ha ben pochi rivali, e più volte ho visto kudu maschi saltare agevolmente le game-fences, che misurano 220 cm di altezza, quasi da fermi.

Il kudu maggiore è presente in gran parte dell’Africa meridionale, dove è specie comune e diffusa, che si è ripresa bene dalla decimazione operata dall’epidemia di rinder-pest dell’inizio del secolo scorso.

In Sudafrica occupa in prevalenza la Limpopo province e lo Mpumalanga, oltre alla zona confinante con il Botswana e varie aree montagnose (Drakensberg, Waterberg, Soutpansberg ecc), inoltre lo si trova in varie enclavi della zona del Capo. E’ presente in quasi tutto lo Zimbabwe ed in gran parte dello Zambia, del Mozambico, del Malawi e del Botswana.

Lo si trova, inoltre nella metà meridionale dell’Angola ed in quasi tutta la Namibia se si eccettua la fascia di deserto che si affaccia sull’oceano: il Namib e la Skeleton coast.

Tuttavia, anche in zone desertiche mi è accaduto di trovare questa antilope, mentre cercavo serpenti, in piccole oasi di vegetazione, come, ad esempio, nella zona delle miniere abbandonate di Kan, lungo un desolato e lungo canion, dove vidi anche numerose antilopi saltanti o springbock ( Antidorcas marsupialis ).

E’ segnalato anche in una estrema propaggine a Sud-Est del Congo, che si insinua, come una punta, nello Zambia, e poi in buona parte della Tanzania e del Kenya ed in Uganda, dove la diffusione è, però, più frazionata. In Somalia, Etiopia e Sudan la sua diffusione è minore e generalmente, nel Corno d’Africa, è assente dalla zona costiera arida.

Vidi alcuni esemplari, più piccoli della media, anche nell’estremo Nord della Repubblica centroafricana, a nord di Ouanda Djallé ed al confine con il Ciad.

Qualcuno parla di 3 sottospecie :

-  Tragelaphus strepsiceros strepsiceros : la più diffusa e tipica dell’Africa australe fino al Kenya meridionale.

-  Tragelaphus strepsiceros cottoni : la sottospecie del Ciad e della parte occidentale del Sudan.

-  Tragelaphus strepsiceros chora : del Kenya settentrionale e della parte Nord-Est del continente.

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Una femmina di Tragelaphus strepsiceros sorpresa al pasto © Gianni Olivo

Habitat-Ecologia

L’habitat prediletto è quello cespuglioso e boscoso, che offra riparo e protezione ad un animale che, a dispetto della mole, ha capacità mimetiche incredibili.

Mi è accaduto spesso di osservare per mezz’ora, nelle lenti del binocolo, una piccola porzione di bush, e di notare la presenza di uno o più kudu solo a seguito del lieve movimento di un orecchio o di una coda.

Non disdegna zone aride, purché con macchioni e fitti dove ripararsi, ed è estremamente a suo agio in zone di montagna, anche rocciose, dove si muove con una sicurezza ed agilità da alpinista.

Un’altra caratteristica è la capacità di adattarsi perfettamente a vivere in aree antropizzate, sempre che sussistano macchie di vegetazione fitta: spesso, in tali ambienti, diviene ancor più notturno, rimanendo nascosto durante il giorno ed emergendo durante la notte.

Si tratta in ogni caso, anche in aree tranquille, di animale parzialmente notturno, che pastura, per quasi metà del tempo dedicato al cibo, nottetempo.

E’ un browser, ed uso tale termine inglese perché, più dell’italiano, rende, con una sola parola, il modo di brucare, strappando prevalentemente foglie e parti vegetali dai rami di alberi e cespugli.

Tuttavia a volte bruca anche erbe dal terreno (grazing) e si nutre di frutti caduti, bacche e persino fiori, ed ama particolarmente le verdissime erbe che spuntano dopo gli incendi di savana (bush fires).

Frequenta volentieri ed abbastanza assiduamente le saline.

Rami e parte di piante grasse possono metterlo in grado di sopravvivere anche in zone povere d’acqua. A proposito di piante grasse utilizzate come nutrimento e fonte di liquidi, in alcuni casi, nella nostra zona, ho trovato animali selvatici morti, presumibilmente a causa di ingestione di piante velenose, come la pianta grassa nota come orecchie di porco o pig-ears ( Cotyledon orbiculata ), una bellissima ed ornamentale pianta grassa, comunissima nel bush della nostra riserva.

Tale pianta contiene una tossina che provoca un avvelenamento di cui sono spesso vittima animali domestici, noto come cotiledonosi.

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Giovane maschio incuriosito. A due anni abbandonerà il branco materno © Gianni Olivo

Etologia-Biologia Riproduttiva

Le femmine di kudu formano gruppi relativamente stabili, che generalmente comprendono da 1 a 4 o 5 femmine, con i loro piccoli, mentre i maschi adulti si associano in “bande” di scapoloni, spesso solo transitoriamente, gruppi che contano da 2 a 10 capi, anche se, in un caso, vidi 12 maschi insieme.

Talvolta un maschio sembra preferire la solitudine, e mi è accaduto di vedere per lunghi periodi singoli maschi mai associati ad altri.

Il kudu non è animale territoriale, anche se generalmente è abbastanza sedentario, non difende, quindi, un territorio e, contrariamente a quanto qualcuno crede, i combattimenti tra maschi non sono frequenti, se non in aree sovrappopolate, dove la densità è elevata.

Un maschio che sorvegli la femmina in estro può allontanare un pretendente giovane, imponendosi, con una serie di posture che mirano ad intimidirlo, e può anche ingaggiare un combattimento se il giovane non si sottomette e non si allontana.

Tuttavia si ritrovano, anche se non spessissimo, i resti di due maschi che sono rimasti incastrati, corna contro corna, e che sono morti non avendo potuto liberarsi.

In alcuni casi, duelli ritualizzati possono essere anche una forma di “gioco” per misurare le proprie forze, ma tali tornei non paiono essere così frequenti come in altre specie.

In ogni caso, nella mia zona, ritrovai, insieme al mio tracciatore, i resti di un kudu maschio ucciso da un rivale con una cornata, a dimostrazione che le eccezioni esistono anche nel regno animale.

Il kudu maggiore mostra una certa stagionalità negli accoppiamenti e la femmina può procreare già all’età di due anni.

La gestazione dura, come nella specie umana, circa 9 mesi e le nascite avvengono quando le erbe sono alte, durante la stagione delle piogge.

Il piccolo rimane fermo e nascosto nella vegetazione per almeno 15 giorni prima di seguire il gruppo, e questo anche se, in pratica, è in grado di reggersi sulle zampe dopo un’ora dal parto, e dipende dalla madre per il nutrimento per alcuni mesi (4-6 mesi).

I maschi rimangono con il gruppo materno fino al secondo anno di età, mentre le figlie possono rimanere aggregate più a lungo.

Nomi comuni : Inglese: Greater kudu; Francese: Grand koudou; Tedesco: Grosse kudu; Arabo (Africa centrale): Niellette; Amarico: Agarzin; Somalo: Godir; isiZulu: Umgankla –Tshabalala; Swahili: Tendala; Shangane : Hlongo; Tswana: Tholo.

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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