Tragopogon porrifolius

Famiglia : Compositae

Testo © Pietro Puccio

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Commestibile, medicinale e ornamentale. Diffusa in tutto il mondo, ma oggi dimenticata © G. Mazza

La specie è originaria dell’Africa (Algeria, Isole Canarie, Libia, Marocco e Tunisia), Asia (Turchia) ed Europa (Bosnia, Bulgaria, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Macedonia, Serbia, Slovenia, Spagna e Romania), comune nei prati incolti, bordi delle strade e scarpate fino a 2000 m di altitudine.

Il nome generico è la combinazione dei termini greci “tragos” = caprone e “pogon” = barba, con probabile riferimento all’aspetto delle setole del pappo; il nome specifico è la combinazione dei termini latini “porrum” = porro e “folium” = foglia con ovvio significato.

Nomi comuni: Jerusalem star, John-go-to-bed-at-noon, oyster plant, salsify, vegetable-oyster (inglese); salsifis à feuilles de poireau, salsifis blanc (francese); barba di becco violetta, barba di prete, bugia, salsefica, scorzo bianca, scorzonera bianca (italiano); barba-de-bode (portoghese); barba cabruna, hierba del costado, salsifì blanco (spagnolo); Gemüse-haferwurz, Haferwurzel, Purpur-bocksbart (tedesco).

Il Tragopogon porrifolius L. (1753) è una erbacea biennale dalla linfa lattiginosa, alta 0,4-1,2 m, provvista di una radice a fittone bianca, lunga 20-30 cm, e fusto poco ramificato con foglie sessili (senza picciolo) alterne, erette, glabre, sottili e appuntite, le inferiori lunghe 15-30 cm e larghe 2 cm, inguainanti lo stelo alla base.

Infiorescenza terminale solitaria a capolino, di 5-10 cm di diametro, costituita da una base tondeggiante, il ricettacolo, su cui sono inseriti a spirale 50-200 fiori bisessuali con corolla costituita da cinque petali fusi insieme, con apice troncato e dentato, di colore porpora. Il ricettacolo, sorretto da un peduncolo cavo, è circondato da un involucro costituito da una serie di 6-11 brattee lineari-lanceolate, appuntite, lunghe 3-6 cm, di colore verde. Il capolino si apre al mattino, in pieno sole, e si chiude intorno a mezzogiorno, per riaprire il giorno successivo.

I frutti, contenenti un solo seme e chiamati acheni (o più correttamente cipsele) nelle Compositae, sono fusiformi, rigati e tubercolati, lunghi 1,2-2 cm con un prolungamento ricurvo, sottile, a forma di becco, lungo circa 2,5 cm, sormontato dal pappo, il calice modificato del fiore che ha la funzione di favorire la dispersione. Il pappo è costituito da due serie di setole lunghe circa 2 cm disposte a forma coppa, o di ombrello rovesciato, ricoperte da minuscoli peli. Completata la fecondazione dei fiori, l’involucro si chiude per proteggere i frutti in maturazione, per riaprirsi, formando un vistoso globo di 5-8 cm di diametro, quando gli acheni sono pronti per essere dispersi dal vento. Si autodissemina facilmente tanto da essersi naturalizzata, sfuggendo alla coltivazione, in molti luoghi dove è stata introdotta.

Specie nota e utilizzata da tempi remoti come alimento, in particolare le radici carnose, ma anche i giovani germogli e i capolini in boccio, tanto da essersi diffusa in tutti i continenti, ma la cui coltivazione negli ultimi decenni è diventata sempre più marginale.

La radice è ricca di minerali, vitamine, in particolare C, B1, B2, B5 e B6, fibre e zuccheri, come l’inulina e il mannitolo; oltre che come alimento, è stata utilizzata nella medicina popolare per le sue proprietà depurative e leggermente lassative.

Per la produzione della radice si semina direttamente a dimora in primavera in terreni sciolti, drenanti, lavorati in profondità con aggiunta di sostanza organica, in pieno sole; la pianta nei primi stadi di sviluppo necessita di umidità, poi è abbastanza resistente al secco. Il primo anno forma una rosetta di foglie tenere, utilizzabili per insalate; la radice può essere raccolta 4-5 mesi dopo la germinazione e può essere consumata cruda o cotta, lessata o fritta, con ricette che variano secondo la località, dopo essere stata pelata e immersa in acqua acidulata con aceto o limone per evitare l’annerimento. Il sapore ricorda secondo alcuni quello delle noci, secondo altri quello delle ostriche, da qui alcuni dei nomi comuni.

Se la radice non viene raccolta la pianta fiorisce nella primavera-estate successiva e i capolini in boccio possono essere consumati come gli asparagi; a questo stadio la radice è meno tenera e può essere consumata, tagliata a dadi, solo dopo cottura. Non va infine dimenticato che la specie, per la sua fioritura, ha anche un suo valore ornamentale, e per tale motivo, specie in passato, è stata utilizzata nei giardini del nord Europa e nord America.

Sinonimi: Tragopogon sativus Gaterau (1789); Tragopogon sinuatus Avé-Lall. (1829); Tragopogon australis Jord. (1848).

 

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Archivio fotografico di Giuseppe Mazza

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